Previdenza e Manovra

Previdenza in Manovra 2025: tutto quello che c’è da sapere su rivalutazioni, proroghe e detassazione bonus Maroni

La manovra prevede rivalutazioni delle pensioni, proroghe di Quota 103 e Ape sociale, e detassazione del bonus Maroni

di Marco Rogari

Manovra, mini-aumento per le pensioni minime

3' di lettura

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Una mini-rivalutazione delle pensioni minime e nessuna riedizione del “silenzio assenso” per il Tfr. Sono alcune delle novità del capitolo previdenza della manovra che è stata trasmessa in Parlamento dopo il sigillo del Capo dello Stato. Per gli assegni pari o inferiori all’importo minimo scatterà un incremento, per effetto della perequazione, del 2,2% nel 2025 (è del 2,7% nel 2024) portando l’importo dell’assegno a circa 617 dagli attuali 614,77 euro, e dell’1,3% nel 2026. Confermata la proroga di una anno di Quota 103 in versione “ contributiva”, di Ape sociale e di Opzione Donna in formato “selettivo”. È detassato il cosiddetto bonus Maroni per chi in possesso dei requisiti per Quota 103, che diventa utilizzabile pure per l’uscita anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi per le donne), e viene prevista la possibilità per i dipendenti pubblici di restare al lavoro, d’intesa con l’amministrazione di appartenenza, oltre l’attuale limite di pensionamento anche fino a 70 anni. Scatta una stretta sull’indicizzazione solo sui trattamenti dei pensionati all’estero, mentre per gli altri pensionati si torna al meccanismo più «esteso» e favorevole della legge n.388/200 e successive modificazioni. Per i lavoratori interamente contributivi (chi è in attività dal 1996) è infine previsto il “concorso” della eventuale rendita dei fondi pensione per raggiungere la soglia dell’assegno sociale, requisito necessario per il pensionamento con 67 anni d’età e almeno 20 di contribuzione.

Mini ritocco per le «minime»

Il disegno di legge di bilancio prevede che per le pensioni di importo pari o inferiore al trattamento minimo la rivalutazione sarà del 2,2% nel 2025 e dell’1,3% nel 2026. Nel 2024 l’asticella dell’indicizzazione all’inflazione di questi trattamenti è stata posizionata a quota 2,7%. Il ritocco sarà dunque più contenuto di quello di quest’anno e dovrebbe portare l’assegno a 617,9 euro mensili, circa 3 euro in più degli attuali 614,77 euro. Dal governo si tiene comunque a sottolineare che in ogni caso «non si riducono le pensioni minime, cosa che sarebbe successa senza questo intervento in manovra». In assenza delle misure inserite nell’attuale disegno di legge di bilancio le “minime” sarebbero infatti scese nel 2025 dagli attuali 614 euro mensili a 604 euro. Il previsto aumento del 2,2% tiene quindi conto dell’inflazione all’1%.

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Proroga Quota 103 «contributiva»

Sul versante della flessibilità in uscita la manovra proroga Quota 103 “contributiva”, Ape sociale e Opzione donna. Anche il prossimo anno si potrà quindi uscire anticipatamente dal lavoro con almeno 62 anni d’età e 41 di versamenti ma con il ricalcolo contributivo del trattamento.

Nessun silenzio assenso per il Tfr ma aiuto dai fondi per la pensione dei «contributivi»

Alla fine, la nuova fase di “silenzio assenso” per destinare il Tfr alla previdenza complementare non è stata inserita nel testo definitivo della manovra. Non è escluso che la questione possa essere affrontata durante la navigazione parlamentare della manovra. Che prevede comunque una sorta di aiuto per i lavoratori interamente contributivi (chi è in attività dal 1996) dalle forme “integrative”. Per raggiungere la soglia dell’assegno sociale, necessaria per accedere al pensionamento con 67 anni di età e almeno 20 di versamenti, questi lavoratori potranno utilizzare l’eventuale rendita della pensione integrativa.

Rivalutazione: stretta solo sui pensionati all’estero, per gli altri no a tagli e meccanismo favorevole

Per i pensionati all’estero scatta una stretta sulle rivalutazione, che non sarà corrisposta nel caso in cui i trattamenti siano complessivamente superiori al minimo Inps. Per gli altri pensionati dal 2025 cesserà il meccanismo in vigore quest’anno (articolato su sei “livelli”) che prevede tagli progressivi dell’indicizzazione sui trattamenti superiori quattro volte il minimo. Dal prossimo anno si dovrebbe tornare al dispositivo introdotto dalla legge n. 388/2000, e successive modificazioni, basato su soli tre livelli: adeguamento del 100% all’inflazione per gli assegni d’importo fino a 4 volte il trattamento minimo, del 90% per quelli tra 4 e 5 volte il minimo e del 75% per le pensioni d’importo superiore.

Detassato il bonus Maroni e permanenza al lavoro nella Pa

Viene prorogato e, soprattutto, detassato il cosiddetto bonus Maroni, ovvero l’agevolazione per chi pur in possesso dei requisiti per la pensione anticipata (Quota 103) decide di restare al lavoro, che si traduce nella disponibilità direttamente in busta paga della quota di contributi a carico del lavoratore (9,19%). Il bonus viene esteso, ampliandone la platea, a chi è in possesso del requisito per l’uscita anticipata con 42 anni e 10 mesi mesi di versamenti (41 anni e 10 mesi per le donne). La manovra prevede poi la possibilità per i dipendenti pubblici di restare al lavoro, d’intesa con le amministrazioni di appartenenza, oltre gli attuali limiti di pensionamento. Il prolungamento dell’attività lavorativa sarà possibile anche per attività di tutoraggio e affiancamento ai neo-assunti: in ogni caso non si potrà rimanere in servizio oltre i 70 anni d’età.

Si riduce ancora, di 16 mesi dagli attuali 12, la soglia anagrafica per le lavoratrici con almeno 4 figli

La manovra rafforza “l’agevolazione” previdenziale per le lavoratrici con almeno 4 figli: la soglia anagrafica per l’accesso alla pensione scenderà dal prossimo anno di 16 mesi: attualmente la riduzione è di 16 mesi.

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