Le strategie

Migranti, le rassomiglianze di Meloni e Sanchez sui flussi «regolari»

Dai presupposti più diversi, i due premier finiscono per sovrapporsi su alcuni modelli. A cominciare dall’insistenza sulle migrazioni «regolari»

di Alberto Magnani (Il Sole 24 Ore, Italia), Lola García-Ajofrín (El Confidencial, Spagna)

Il premier spagnolo Pedro Sanchez e il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye

7' di lettura

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I paragoni fra leader possono essere oziosi. L’ultimo viaggio del premier spagnolo Pedro Sanchez, un tour de force fra Mauritania, Gambia e Senegal, ne ha fatto emergere uno di impatto: quello fra lo stesso Sanchez e la sua omologa italiana Giorgia Meloni. Sulla carta le rassomiglianze sono nulle, a cominciare dall’antitesi fra un volto della socialdemocrazia Ue e quello dei Conservatori e riformisti a Bruxelles.

Nella sostanza le politiche dei due trovano qualche analogia proprio su uno dei terreni i conflitto aperto fra le forze progressiste e conservatrici su scala comunitaria, la gestione dei flussi migratori. Sanchez sta rinnovando la sua agenda di accordi con i Paesi d’origine, espulsioni e stimolo alla migrazione «regolare», con l’esito di ritrovarsi su una lunghezza d’onda simile a quella della sua omologa italiana. I presupposti teorici non potrebbero essere più diversi, fra le difesa del diritto a migrare ribadita da Sanchez e la linea dei respingimenti cavalcata da anni da Meloni. Le politiche attuate lo sono di meno, soprattutto quando si parla di un approccio agli ingressi «regolari» dei migranti.

Il capitolo migratorio è uno dei pilastri della strategia politica di Giorgia Meloni, la premier italiana alla testa di una coalizione di destra dall’autunno del 2022. Ai tempi della campagna elettorale e della stagione pre-governativa, Meloni insisteva sui toni e la retorica più ordinarie delle forze ultra-c0nservatrici: dagli allarmi sulla «invasione» alle accuse di incompetenza mosse ai governi «di sinistra» nella gestione degli sbarchi, passando per la battaglia ideologica alle organizzazioni governative impegnate nelle operazioni di salvataggio nel Mediterraneo. Con l’approdo al governo, gli umori e la linea di fondo sono rimasti gli stessi. Ma l’approccio è cambiato, adattandosi alle «complicazioni» emerse nel balzo dalla polemica politica degli anni dell’opposizione all’amministrazione della cosa pubblica da Palazzo Chigi. Se si guarda ai numeri degli sbarchi, il termometro più mediatico sul fenomeno, i primi otto mesi del 2024 hanno fatto registrare 41.181 arrivi: un calo brusco rispetto ai 113.877 del 2023, nel primo anno pieno di governo Mel0ni, ma più contenuto rispetto ai 56.458 del 2022. Un bilancio ondivago, come gli stessi programmi del governo in materia. In origine, la proposta ribadita da Meloni e il suo partito Fratelli d’Italia era quella di un «blocco navale» tout court: un’iniziativa che sarebbe consistita nello sbarramento totale dei flussi, sfumata in fretta dopo l’ascesa al governo di Meloni.

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«Quando non si è realizzata, perché impossibile, il governo ha messo in atto strategie simili a quelle degli esecutivi - anche di sinistra! - che l’hanno preceduta» fa notare Matteo Villa, ricercatore del centro studi italiano Ispi. Nel dettaglio, spiega Villa, le linee guida della strategia migratoria del governo sono tre: l’esternalizzazione delle frontiere, con accordi di collaborazione nelle mete di partenza simili a quello siglato con la Tunisia di Kais Saied e allargato a un’intesa Ue; il contrasto alle operazioni delle Ong nel Mediterraneo, accusate di fungere da elemento di attrazione (pull factor) per la partenza di sbarchi e limitate con interventi ad hoc; l’esternalizzazione degli arrivi, un modello tentato in intese come quella siglata con l’Albania: la creazione di centri fuori dal perimetro italiano per il “soggiorno” dei migranti in attesa di rimpatrio.

L’approccio «tunisino» e il calo dei migranti in Italia

L’unico che sembra aver inciso davvero sul calo dei numeri è il primo modello, quello del controllo delle frontiere di partenza, in un déjà-vu rispetto all’intesa già rodata dal ministro di centro-sinistra Marco Minniti nel 2017 con la Libia. «È efficace (la cooperazione, ndr) quando i partner hanno un incentivo nel cooperare, come nel caso delle milizie libiche o del presidente tunisino Saied» fa notare Villa, sottolineando il contraccolpo più evidente delle intese: la «brutalità» imputata alle milizie libiche nella intesa con Tripoli e i casi di «deportazione» contestati alle autorità tunisine dopo l’ultima intesa con la Ue, a partire dai migranti trasportati e abbandonati sui confini desertici del Paese.

In un video, pubblicato dal Ministero dell’Interno libico sulla sua pagina Facebook, si vede un gruppo di giovani esausti che viene abbandonato in mezzo al deserto. Ci sono anche bambini. Una delle testimonianze afferma che sono rimasti per due giorni finché non sono stati trovati; un’altra che sono stati picchiati dai soldati tunisini e portati nel deserto, dove è stato detto loro di attraversare la Libia. Nel luglio 2023, l’UE ha firmato con un tratto di penna un accordo con il governo tunisino, sostenuto dal primo ministro italiano Giorgia Meloni, affinché la Tunisia blocchi le traversate in mare e acceleri il ritorno di coloro che cercano di raggiungere l’Europa dal suo territorio.

L’esternalizzazione non è una novità per l’UE né un’esclusiva della Meloni. Un miliardo di euro è stato concordato, in un patto simile a quello raggiunto nel 2016, con la Turchia, per 6 miliardi di euro, dove oltre al denaro è stato approvato che i cittadini turchi possano viaggiare in Europa senza visto. Lo stesso era stato fatto in precedenza con la Libia di Gheddafi, che in un vertice a Tripoli aveva chiesto 4 miliardi di euro per evitare che l’Europa “diventasse nera”. La Tunisia da sola ha rappresentato circa 100mila degli oltre 151mila arrivi registrati nel 2023, di cui circa 80mila provenienti da altri Paesi africani. Il polso di ferro esibito da Saied sembra aver favorito questi risultati. «Non credo che i governi vogliano che le persone muoiano, ma sono disposti ad accettare che le persone soffrano e muoiano in cambio del fatto che non arrivino» afferma Gonzalo Fanjul, ricercatore e direttore di ricerca dell’organizzazione PorCausa. In questo senso, «la Spagna sta applicando lo stesso giro di vite dell’esternalizzazione del controllo della migrazione che ha applicato per anni», continua Fanjul.

La Tunisia incideva da sola come base di partenza su circa 100mila degli oltre 151mila sbarchi registrati nel 2023, con una quota di circa 80mila migranti in partenza in arrivo da altri Paesi africani. Il pollice di ferro esibito da Saied, foraggiato con oltre un miliardo dalla Ue, sembra aver favorito quei risultati che non si materializzano con l’offensiva alle Ong e il disegno di un’esternalizzazione del processo di accoglienza.

La prassi di assegnare porti distanti

L’altra battaglia del governo Meloni riguarda le Ong di soccorso che, secondo Villa, «non hanno alcuna prova di contribuire alle partenze». L’inibizione delle Ong si è espressa in interventi specifici, come il cosiddetto decreto Piantedosi. L’inibizione alle Ong si è espressa in interventi specifici, come il cosiddetto decreto Piantedosi: un testo di legge approvato a gennaio 2023 e «recante disposizioni urgenti per la gestione dei flussi migratori», intervento che si esprime sulle imbarcazioni impegnate nei salvataggi a largo delle coste mediterranee.

Il testo impone alle imbarcazioni delle Ong di «richiedere, nell’immediatezza dell’evento, l’assegnazione del porto di sbarco» e di «raggiungere il porto di sbarco indicato dalle autorità senza ritardi, per completare il soccorso», accoppiandosi a una pratica collaudata: quella di assegnare scali di approdo particolarmente distanti alle navi in questione, in genere nel nord Italia o sulla costa adriatica, con il risultato di prolungare la permanenza a bordo dei migranti e diradare l’attività di soccorso delle stesse organizzazioni. Una prassi con conseguenze visibili per le Ong « e soprattutto per le persone soccorse, visto che più giorni di navigazione del previsto non solo aumentano i costi delle missioni e limitano le loro possibilità di effettuare soccorso, ma aumentano la sofferenze di persone già vulnerabili, ritardano l’accesso ai servizi e la possibilità di possibilità di richiedere la protezione internazionale» spiega Davide Giacomino dell’ufficio advocacy di Emergency, una Ong italiana fondata nel 1994 e attiva anche nelle attività di soccorso in mare.

Fra i casi più recenti ci sono casi di imbarcazioni costrette ad attraccare nello scalo di Genova dopo aver condotto un salvataggio nelle acque della Libia, come è successo alla «Geo Barents» di Medici senza frontiere nel giugno del 2024.

La difesa delle espulsioni di Sanchez e il numero che Meloni non ama citare

Durante il suo tour in tre Paesi, in cui ha parlato di quote, formazione dei lavoratori e «immigrazione circolare» e di promozione degli investimenti, come la «Africa Advances Alliance», presentata a Dakar, Sanchez ha difeso le espulsioni. “È anche essenziale rimpatriare coloro che sono arrivati in Spagna in modo irregolare», ha detto il presidente spagnolo, alla terza tappa del suo tour africano, in Senegal. «Soprattutto perché questo rimpatrio invia un messaggio chiaro, netto e forte che scoraggia le mafie e chi si mette nelle loro mani», ha detto.

Paradossalmente, l’annuncio di Sánchez che ha fatto più rumore durante il suo tour in Africa, quello di formalizzare una quota legale per l’emigrazione in Spagna per motivi di lavoro, è molto simile alla strategia meno pubblicizzata della Meloni di promuovere l’immigrazione legale. Attraverso il cosiddetto “decreto flussi” (27/09/2023), una delle forze più di destra della storia recente dell’Italia ha letteralmente aperto le porte all’ingresso di 452.000 cittadini stranieri per “motivi di lavoro subordinato stagionale e non stagionale e di lavoro autonomo”, suddivisi tra 136.000 nel 2023, 151mila nel 2024 e 165mila nel 2025.

Anche altri governi dell’Ue come quello rumeno, hanno stabilito quote di permessi di lavoro per gli stranieri extracomunitari per far fronte alla carenza di manodopera, nel loro caso aggravata dagli oltre cinque milioni di rumeni fuori dal loro Paese. In Romania, questi lavoratori provengono principalmente da Nepal, Sri Lanka e India, con quote di 100.000 permessi nel 2023 e 140.000 nel 2024. Anche in Polonia, dove molti dei posti di lavoro occupati dagli ucraini sono stati colpiti dalla guerra, i permessi di lavoro per asiatici e latinoamericani sono saliti alle stelle, raggiungendo i 275.000 nel 2023, soprattutto per i cittadini provenienti da India, Nepal e Filippine.

«Dobbiamo avere il coraggio di accettare che l’approccio adottato finora è fallimentare», afferma Fanjul, secondo il quale è necessaria un’alternativa solida in termini di canali legali e sicuri che risponda sia al bisogno di emigrazione dai Paesi dell’Africa sub-sahariana sia al bisogno di immigrazione che abbiamo noi Paesi europei di fronte all’inverno demografico», conclude.

*Questo articolo rientra nel progetto Pulse ed è stato scritto da Alberto Magnani (Il Sole 24 Ore, Italia), Lola García-Ajofrín (El Confidencial, Spagna)

Riproduzione riservata ©
  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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