Rapporto Svimez

Mezzogiorno: il Pil cresce più che nelle regioni del Centro-Nord. Gara a prendersi il merito

Il Rapporto Svimez: +1,3% nel 2023 contro +0,9 della media nazionale. Il Sud è cresciuto di più anche nel quinquennio 2019-2023. Ma la distanza tra le due aree del paese è ancora ampia

di Gi.Ch.

Luca Bianchi, Direttore Svimez

5' di lettura

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Nel 2023 il Pil nel Mezzogiorno (+1,3%) è cresciuto oltre la media nazionale (+0,9%). È la stima dello Svimez che sottolinea come altrettanto favorevole sia stata la dinamica occupazionale. Gli occupati nel Mezzogiorno sono aumentati del 2,6% su base annua, più che nelle altre macro-aree e a fronte di una media nazionale del +1,8%. Sulla crescita ha inciso in maniera rilevante il Pnrr con l’avanzamento degli investimenti pubblici cresciuti, nel 2023, del 16,8% al Sud, contro il +7,2% del Centro-Nord. Nel complesso delle regioni meridionali gli investimenti in opere pubbliche sono cresciuti da 8,7 a 13 miliardi tra il 2022 e il 2023 (+50,1% contro il +37,6% nel Centro-Nord). Una dinamica sulla quale dovrebbe aver inciso significativamente il progressivo avanzamento degli investimenti del Pnrr e l’accelerazione della spesa dei fondi europei della coesione in fase di chiusura del ciclo di programmazione 2014-2020, visto che quella del periodo 21-27 è ancora sostanzialmente ferma.

Il volano dei lavori pubblici, la debolezza del tessuto imprenditoriale

Intervenendo in un contesto nel quale le costruzioni contribuiscono in maniera significativamente più rilevante alla formazione del valore aggiunto, gli investimenti in opere pubbliche hanno generato effetti espansivi più intensi al Sud. La Svimez stima in particolare un contributo della maggiore spesa in investimenti pubblici (Pnrr e altri investimenti) alla crescita del pil del Mezzogiorno del 2023 pari a circa mezzo punto percentuale (il 40% circa della crescita complessiva). Viceversa, la spesa pubblica per incentivi alle imprese è cresciuta del 16% al Sud, dieci punti percentuali in meno rispetto al Centro-Nord (+26,4%). Un differenziale che riflette la minore capacità del tessuto produttivo meridionale, caratterizzato da minore presenza di imprese di maggiore dimensione, di assorbire le misure “a domanda” di incentivo di ammodernamento tecnologico e digitale finanziate dal Pnrr.

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Il turismo

Anche il terziario ha contribuito in maniera significativa alla crescita del Pil meridionale: +1,8% di incremento del valore aggiunto. Sul dato del Sud hanno inciso due fattori. In primo luogo, la crescita relativamente più sostenuta di alcune attività strettamente connesse all’espansione del ciclo economico quali trasporti e comunicazioni. Inoltre, nel 2023 la crescita delle presenze turistiche è risultata di circa un punto percentuale più accentuata nell’area centro-settentrionale (+8,5% nel Sud, + 9,7% nel Centro-Nord), ma nel Mezzogiorno si è mostrata più accentuata la crescita degli arrivi dell’estero, ai quali sono associati livelli di spesa turistica significativamente più elevati.

Bianchi: «Non è un fatto isolato»

La crescita del Pil dell’1,3% al Sud nel 2023, oltre la media nazionale (+0,9%) «è un dato importante: una crescita più forte al Sud rispetto al resto del Paese non accadeva da molti anni e non è un fatto isolato perché fa seguito a tutta la fase di ripresa post Covid, momento in cui il Sud era cresciuto come il Centro e il Nord, contrariamente ad altre crisi precedenti» ha spiegato Luca Bianchi, direttore generale di Svimez, commentando il report. «Questo è successo per la diversa intonazione delle politiche più espansive che hanno creato sicuramente delle condizioni per una ripresa estesa per il Mezzogiorno». Bianchi ha messo in luce due aspetti: «Da un lato una miglior tenuta dell’industria meridionale dell’export rispetto al Centro nord, perché il Nord subisce più profondamente gli impatti della crisi tedesca e della manifattura europea, mentre il Sud evidenzia una buona dinamica su altri settori. E poi il contributo rilevante della crescita degli investimenti pubblici, perché la spesa delle opere pubbliche è cresciuta quasi del 50% in più. Questo fenomeno è dovuto a due elementi: comincia a esserci un po’ di spesa del Pnrr, che si conferma fondamentale per attivare il percorso di crescita, e gli investimenti dei fondi coesione». In generale, quello che emerge è che «una politica del Sud concentrata su investimenti può avere un effetto di accelerazione».

Di chi è il merito?

Pubblicato il report, è partita la corsa a prendersi il merito di questo risultato che comunque non è l’annullamento del gap storico che separa il Mezzogiorno dal Centro-Nord. «I dati 2023 sulla crescita del Pil, diffusi dalla Svimez, evidenziano il concreto cambio di passo della crescita economica ed occupazionale delle regioni del Sud» si è affrettato a dichiarare il ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il Pnrr Raffaele Fitto. «Per la prima volta, dal 2015, il Mezzogiorno registra un tasso di crescita più alto del resto del Paese, con il Pil stimato all’1,3% rispetto alla media nazionale dello 0,9% e, soprattutto, con un incremento di nuovi occupati pari al 2,6%, a fronte di una media nazionale pari all’1,8%. Sono numeri incoraggianti, che confermano l’efficace roadmap intrapresa dal governo Meloni nella programmazione di interventi strategici per lo sviluppo e la crescita del Mezzogiorno, evidenziati anche dal dato sugli investimenti in opere pubbliche, che nel 2023 nelle regioni del sud hanno registrato un incremento superiore al 50%, cresciuti da 8.7 miliardi a 13 miliardi di euro». Per la verità, il maggiore dinamismo individuato da Svimez nel Mezzogiorno non riguarda solo il 2023: allargando lo sguardo al periodo 2019-2023 la crescita cumulata delle regioni del Sud è stata del 3,7% contro il 3,4% del Nord-Ovest e doppia rispetto al +1,7% delle regioni centrali.

«Il rapporto - sottolinea in ogni caso il ministro Fitto - evidenzia che questo risultato è dovuto all’attuazione del Pnrr e al completamento della spesa dei programmi di investimenti del ciclo di programmazione 2014-2020. In questa direzione, si conferma l’efficacia delle riforme attuate dal governo che ha aggiornato la governance del Pnrr, riformato le politiche di coesione nazionale, l’istituzione della Zes unica del Mezzogiorno e la riforma delle politiche di coesione inserite nel Pnrr. In tale quadro, quindi, continueremo con le risorse nazionali e con quelle dei fondi strutturali a sostenere investimenti pubblici necessari ad incrementare la qualità e la qualità dei servizi nelle aree del Mezzogiorno anche al fine di attrarre maggiori investimenti privati». Fitto comunque non può non essere consapevole che a fine programmazione (2014-2020) la spesa dei fondi strutturali subisce un’accelerazione fisiologica, così come nei primi anni stenta a decollare.

A chiedere il riconoscimento dei propri meriti c’è anche la presidente di Azione, Mara Carfagna, ministra per il Sud prima di Fitto, nel governo Draghi: «Le stime Svimez sul Pil del Mezzogiorno, nel 2023 cresciuto più di quanto sia accaduto nel resto del Paese, confermano la bontà dell’impostazione data con il governo Draghi alle politiche di sviluppo per il Sud. La scelta strategica di destinare al Mezzogiorno almeno il 40% delle risorse del Pnrr, il piano di investimenti pubblici avviato grazie allo stesso Pnrr e agli altri fondi europei e nazionali, la riforma e il potenziamento delle Zes, i Contratti istituzionali di sviluppo sottoscritti hanno evidentemente funzionato. Vuol dire che abbiamo seminato bene, che il lavoro di pianificazione e programmazione che abbiamo fatto ha dato frutti che stanno maturando nel tempo». Poi per replicare a Fitto e ad altri esponenti dell’attuale maggioranza ha aggiunto: «Il governo non perde il vizio di intestarsi meriti che non ha, che non può avere. Attribuire a proprie riforme la crescita oltre la media nazionale del Pil del Sud nel 2023 non è serio e non è onesto, perché si tratta di riforme approvate solo nel 2023 e nel 2024 e non si sono mai visti interventi sulle politiche di sviluppo con effetti immediati o, addirittura, retroattivi». E aggiunge: «I dati Svimez dicono semmai che la crescita del Mezzogiorno è stata dovuta all’avanzamento degli investimenti in opere pubbliche deciso e portato avanti dai governi precedenti. Ma nel giorno in cui la maggioranza festeggia l’approvazione dell’autonomia di Calderoli serviva evidentemente un diversivo, un modo per provare a distrarre i cittadini meridionali sui rischi di una riforma che va contro il Sud e che il Sud non vuole. Fumo negli occhi insomma - conclude Carfagna -, anche più grave e inaccettabile del riconoscersi il potere di fare miracoli».

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