Metti una sera a cena da Ruben: pasti a 1 euro per chi è diventato povero
Valentina Pellegrini, vicepresidente dell’omonimo gigante del food, 39 anni, racconta la storia del ristorante che sfama chi passa tempi difficili
di Paolo Bricco
7' di lettura
7' di lettura
«Sono anche malato», dice in maniera distinta ma senza alzare il tono l’uomo. Ha sui sessant’anni. Tiene il berretto sulla testa nonostante il calore della stanza. «E che cosa ha, signore?», chiede amorevolmente la ragazza. Potrebbe essere sua figlia. Le loro voci tagliano l’aria con delicatezza, senza la violenza e l’umiliazione che può comportare la perdita della salute e del benessere in chi un giorno, all’improvviso, si ritrova in difficoltà.
L’uomo e la ragazza si parlano, a distanza debita, uno di fronte all’altra, da Ruben, il ristorante che la famiglia Pellegrini ha aperto nel 2014 per consentire di cenare, al prezzo di un euro, a quelli che un giorno, all’improvviso, non hanno più il lavoro, sentono dolore e imbarazzo e non hanno più nemmeno le parole, tanto che i volontari, la prima volta che li incontrano, non pronunciano mai la parola “povertà”, perché li ferirebbe troppo e potrebbe indurli a non tornare più.
Il rapporto con il padre Ernesto
Valentina Pellegrini ha trentanove anni, una laurea in economia alla Cattolica di Milano, un impegno diretto e strategico nell’azienda di famiglia di cui è vicepresidente («Ho un rapporto vero con mio padre Ernesto, sarà che sono figlia femmina, ma abbiamo sempre avuto un legame sereno») e una passione per l’arte: «Mio papà e mia mamma Ivana amano i classici dell’arte moderna e contemporanea, a me piace molto conoscere gli artisti che stanno costruendo un loro percorso come Andrea De Benedetti, Riccardo Dalisi, Mino Gatti e il danese Claus Larsen». E, poi, ci sono gli altri. C’è questo posto.
L’impatto della pandemia
Il nostro tavolo è diviso dal plexiglass. Ogni posata è imbustata. Il pane è dentro al sacchetto di plastica. L’acqua è in bottigliette sigillate. In questo momento, è consentito soltanto l’asporto. Spiega Valentina: «Dalle sei e mezza alle otto sono distribuite le cene, che vengono poi consumate a casa. Prima della pandemia, ogni sera venivano qui a mangiare in 350. Soprattutto famiglie. Tanto che gli uomini e le donne sono in numero identico. Vengono con i figli, che non pagano. Uno su quattro, qui, ha meno di sedici anni». A fianco del ristorante è stato allestito un asilo dove le educatrici fanno giocare i più piccoli, perché anche se le cose non ti vanno bene, avrai pure il diritto, a cena, di guardare negli occhi tua moglie o di parlare con calma al tuo compagno. «Adesso – chiarisce Valentina – serviamo 200 persone a sera».
Sul tavolo, io e Valentina troviamo il menù che viene distribuito questa sera: si può scegliere fra tre primi (vellutata di piselli, pasta all’uovo all’ortolana e pasta piselli e speck), tre secondi (piccata di maiale ai funghi, tortino di broccoli e patate, filetto di merluzzo al pomodoro e origano), due contorni (spinaci al burro e patate al forno), frutta o dolce (un tortino al cioccolato con il cuore di fondente). Sulla tavola, compare come ogni sera un ingrediente inusuale: una buona notizia. Questa volta è il ritaglio di un articolo del quotidiano «Avvenire» del 16 novembre scorso, sulla Rsa Casa Sacro Cuore di Pianello del Lario dove gli ospiti hanno lanciato un appello a tutti per ricevere cartoline così da rompere la solitudine e, di cartoline, sono stati inondati. Sul tavolo mancano invece vino e birra, per non stimolare la tristezza e non offuscare la lucidità. «La sera della vigilia – racconta sorridendo Valentina – abbiamo consegnato 450 cene di Natale da portare a casa: per ognuno due antipasti, due primi, due secondi e due dolci, ma molti ospiti ci prendevano in giro perché lo spumante per il brindisi era analcolico. Quella sera, ai bimbi, abbiamo dato 190 regali».









