Economia Digitale

Mercato unico del dato: per l’Europa bilancio a luci e ombre

A differenza di Stati Uniti e Cina, la Ue ha puntato su un sistema di dati condiviso, non concentrato in poche mani. Ma il quadro regolamentare integrato fatica a trasformarsi in infrastrutture operative e flussi effettivi

di Pierangelo Soldavini

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Cinque anni dopo il lancio della European Strategy for Data, il bilancio è fatto di progressi normativi significativi e ritardi nell’implementazione. L’Unione Europea ha costruito un’architettura regolamentare ambiziosa, composta da Data Governance Act, Data Act, Data Spaces settoriali, ma la trasformazione di queste norme in infrastrutture operative e flussi di dati effettivi procede più lentamente del previsto. Alla fine il mercato unico del dato si rivela un cantiere aperto.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La strategia europea sui dati, presentata dalla Commissione nel febbraio 2020, puntava a creare uno spazio comune in cui i dati potessero circolare liberamente tra settori e Stati membri, nel rispetto di regole condivise su accesso, portabilità e governance. L’obiettivo dichiarato: fare dell’Europa un leader nell’economia dei dati, riducendo la dipendenza dalle piattaforme extraeuropee e valorizzando il patrimonio informativo di imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini.

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Il primo pilastro normativo è il Data Governance Act, in vigore dal settembre 2023. Il regolamento disciplina il riutilizzo di categorie specifiche di dati detenuti da enti pubblici — dati protetti da diritti di terzi, segreti commerciali, dati personali — e introduce la figura degli intermediari dei dati, soggetti neutrali che facilitano la condivisione senza appropriarsi del valore economico delle informazioni. Il Dga crea anche il framework per le organizzazioni di altruismo dei dati, che raccolgono dati messi volontariamente a disposizione per finalità di interesse generale.

Il secondo pilastro è il Data Act, applicabile dallo scorso settembre. Il regolamento interviene su un nodo cruciale: l’accesso ai dati generati da prodotti connessi e servizi correlati. Stabilisce che gli utenti - persone fisiche o imprese - hanno diritto di accedere ai dati generati dall’uso dei loro dispositivi IoT e di condividerli con terze parti. Il Data Act regola anche i rapporti contrattuali B2B per la condivisione dei dati, introduce misure contro le clausole abusive e disciplina il passaggio tra fornitori di servizi cloud.

Accanto ai regolamenti orizzontali, la strategia prevede la creazione di Data Spaces settoriali: spazi comuni europei per la condivisione dei dati in ambiti specifici, dalla salute alla mobilità, dall’energia all’agricoltura, dalla finanza alla manifattura fino a pubblica amministrazione, istruzione e turismo. L’idea è che ogni settore sviluppi regole tecniche e di governance adatte alle proprie specificità, costruendo infrastrutture interoperabili che permettano lo scambio di dati tra operatori di diversi Stati membri.

È proprio sugli spazi europei dei dati che il divario tra ambizioni e realtà appare più evidente. Il Data Spaces Support Centre, l’organismo incaricato di coordinare lo sviluppo degli spazi comuni, riporta progressi disomogenei tra settori.

Lo European Health Data Space è il più avanzato dal punto di vista normativo: il regolamento dedicato è stato adottato nel 2025 e prevede l’accesso transfrontaliero ai dati sanitari per finalità di cura e ricerca. Ma l’implementazione tecnica procede a rilento. Le infrastrutture nazionali di condivisione sono frammentate, gli standard di interoperabilità non sono ancora pienamente definiti, e le resistenze di alcuni Stati membri sul trattamento transfrontaliero dei dati sanitari rallentano il deployment.

Lo spazio dedicato alla mobilità può contare su iniziative nazionali consolidate, in particolare in Germania, ma fatica a raggiungere una scala realmente europea. I dati sulla mobilità restano spesso chiusi in silos nazionali o proprietari, e l’integrazione con i sistemi di trasporto pubblico è incompleta.

L’Energy Data Space affronta la complessità di un settore regolato da norme nazionali molto diverse, con operatori storici poco inclini a condividere informazioni considerate strategiche. L’ambito agricolo sconta la frammentazione del tessuto produttivo e la diffidenza degli agricoltori verso la cessione di dati alle piattaforme tecnologiche.

Il pattern è ricorrente: le regole ci sono, ma l’infrastruttura di condivisione è ancora embrionale, gli incentivi economici alla partecipazione sono deboli, e la fiducia tra gli attori — condizione necessaria per la condivisione — resta da costruire.

L’analisi Ocse sulla governance dei dati e i flussi transfrontalieri identifica alcuni nodi strutturali. Di base l’impianto regolamentare funziona: l’Europa ha costruito un quadro normativo coerente che bilancia apertura e protezione, definendo chi può accedere a quali dati e a quali condizioni. Il principio della portabilità dei dati e il diritto di accesso ai dati IoT sono innovazioni significative nel panorama globale.

Funziona meno la traduzione delle norme in infrastrutture operative. I Data Spaces richiedono investimenti in piattaforme tecniche, standard comuni, meccanismi di governance condivisa. I finanziamenti europei, attraverso il programma Digital Europe e Horizon Europe, ci sono, ma la capacità di spesa degli Stati membri è disomogenea e i progetti pilota faticano a scalare.

Dimostra invece di non funzionare ancora il modello di business. Non è chiaro chi dovrebbe pagare per le infrastrutture di condivisione o chi può catturare il valore economico dei dati condivisi. Il Data Governance Act promuove intermediari neutrali, ma il mercato degli intermediari dei dati è ancora nascente e il modello economico non è consolidato.

Resta problematico il rapporto con i grandi operatori di piattaforma. Il Data Act impone obblighi di accesso e portabilità, ma le asimmetrie di potere contrattuale tra hyperscaler e Pmi europee non si risolvono solo con le norme. Le grandi piattaforme dispongono di risorse tecniche e legali per rallentare l’implementazione e mantenere il controllo sui flussi di dati.

Il progetto Gaia-X, lanciato nel 2019 come infrastruttura cloud federata europea, doveva essere il backbone tecnologico dei Data Spaces. A sette anni dalla nascita, il bilancio è controverso.

Gaia-X ha prodotto specifiche tecniche, framework di certificazione e casi d’uso pilota. Ma non ha generato un’infrastruttura operativa in grado di competere con i cloud provider americani. Le critiche più frequenti: governance troppo complessa, partecipazione di attori con interessi divergenti, tempi di sviluppo incompatibili con le esigenze del mercato.

Il consorzio ha recentemente riorientato la propria missione verso la definizione di standard e regole di interoperabilità, abbandonando l’ambizione di costruire un’infrastruttura fisica alternativa. Un ridimensionamento realistico, ma che lascia aperta la questione di chi fornirà concretamente i servizi cloud su cui i Data Spaces dovranno appoggiarsi.

La Commissione europea ha intanto avviato una fase di consolidamento. L’obiettivo per il 2026-2027 è portare almeno quattro Data Spaces strategici - salute, mobilità, energia, pubblica amministrazione - a uno stadio operativo, con infrastrutture tecniche funzionanti e primi casi d’uso su scala europea.

Il successo dipenderà dalla capacità degli Stati membri di implementare le norme e costruire le infrastrutture nazionali di connessione, dalla disponibilità delle imprese a partecipare, condividendo dati in cambio di benefici tangibili e dalla credibilità del modello di governance, che deve garantire neutralità, sicurezza e rispetto delle regole europee sulla privacy.

L’Europa ha scommesso su un modello alternativo a quello delle piattaforme americane e cinesi: non concentrazione dei dati in poche mani, ma condivisione governata da regole pubbliche. È una visione coerente con i valori europei. Resta da dimostrare che possa funzionare anche sul piano economico e tecnologico.

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