Intervista

Meno liste d’attesa se gli specialisti sono connessi in rete

Per ridurre sprechi e inappropriatezze è fondamentale ridefinire il modello organizzativo della presa in carico del paziente multicronico

di Francesca Cerati

Riccardo Candido, presidente della’Associazione medici diabetologi (Amd)

3' di lettura

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A luglio la modifica di Piano nazionale cronicità (Pnc) ha ampliato il ventaglio delle malattie considerate - includendo anche obesità, endometriosi ed epilessia (cioè altri 8 milioni di italiani) - portando così il numero di malattie cui vanno dedicati specifici percorsi diagnostico-terapeutici (Pdta) a quota 13. Senza aggiunta di risorse, come nella prima versione del 2016, l’aggiornamento rischia di rimanere sulla carta. Eppure, il documento, è necessario per migliorare l’assistenza ai malati cronici, una platea che assorbe tra cure a casa e in ospedale l’80% dei costi sanitari. Ne parliamo con Riccardo Candido, presidente della’Associazione medici diabetologi (Amd).

«È chiaro che servono investimenti, ma prima di tutto è fondamentale definire il modello organizzativo delle cronicità. Finora abbiamo cercato di dare risposte alle malattie croniche usando i modelli sanitari delle malattie acute, confinando gli specialisti all’interno degli ospedali, e questo è sempre stato il problema della frammentazione e della frattura tra ospedale e territorio. Secondo aspetto: se il modello è organizzato, quindi virtuoso, si riduce una serie di sprechi, a partire dalle inappropriatezze».

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Quindi anche le liste d’attesa?

Nelle realtà virtuose l’inappropriatezza legata alle liste d’attesa è del 30%, che arriva al 60% in quelle meno virtuose. Quindi se pensiamo di risolvere il problema delle liste d’attesa riducendo i tempi visita o aprendo il sabato e la domenica vuol dire che non abbiamo capito come deve essere organizzata la cronicità, ma soprattutto le multicronicità, che sono in progressivo aumento con l’invecchiamento della popolazione, e già oggi rappresentano circa il 30% dei cronici. Sono pazienti che gravano più di altri sul Ssn non solo in termini di salute e sanità, ma anche di spesa. E anche se il piano della cronicità è un passo in avanti, valorizzava poco sia gli interventi multidisciplinari sia l’organizzazione della presa in cura di questi malati».

In tema di governance della multicronicità, qual è il modello virtuoso?

La multicronicità deve essere governata innanzitutto sul territorio, da multipli professionisti. Quindi medico di medicina generale, specialisti delle varie branche legate alla cronicità, ma anche infermieri, dietisti, psicologi fino ai farmacisti. Non esiste un interlocutore unico, che è poi il grande errore che si è fatto nel passato. Quindi una presa organica del malato vuol dire che prima di tutto ci deve essere una stretta interrelazione tra gli specialisti, non come singoli professionisti, ma come team di cura. Quindi va individuata qual è la cronicità prevalente e il grado di stabilità. Se il paziente è stabile, il punto di riferimento sarà il medico di medicina generale, ma se il malato è instabile il primo attore deve essere lo specialista. È la frammentazione del percorso a creare l’allungamento delle liste d’attesa perché si moltiplicano il numero di richieste di visite che crea una ridondanza di percorsi.

Chi dovrebbe creare la rete?

Dal punto di vista organizzativo dalle direzioni delle aziende sanitarie, poi i singoli professionisti devono lavorare assieme, mettendo loro a disposizione gli strumenti diagnostici e digitali sul territorio, dalla televisita al telemonitoraggio al teleconsulto, che rendono più semplice l’organizzazione e la gestione della multicronicità. Già sviluppare una rete digitale che metta in connessione i diversi specialisti con la medicina generale e le case di comunità è un modello che può essere funzionale.

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