Idee

L’archivio minerario di Monteponi: un patrimonio di storia, cultura e innovazione industriale

Un vasto archivio custodisce documenti, fotografie e modelli che raccontano la vita, il lavoro e la formazione nelle miniere sarde e italiane

di Davide Madeddu

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La foto dei bambini davanti alla scuola. Quella degli operai in cantiere o nella gabbia (leggi ascensore) che viaggiava verso il buio a più di 100 metri di profondità. Eppoi gli strumenti “all’avanguardia” del laboratorio chimico, i primi calcolatori. Ma anche i modellini in legno di pezzi meccanici da costruire in autonomia. E gli spartiti musicali perché «quasi ogni galleria aveva una musica».

L’archivio minerario di Monteponi, alle porte di Iglesias, in mano alla società in house della Regione Igea, non racconta solamente le miniere che hanno animato parte della Sardegna e del nord Italia, ma un mondo economico e sociale. Industriale e culturale. In tre chilometri lineari di documenti, ripuliti, catalogati e classificati c’è un universo fatto di famiglie, bambini che vanno nelle scuole finanziate dalle società minerarie, e lavoratori che operano seguendo regole. E la parabola produttiva con esplosione e declino.

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«Il settore minerario - dice Alessandro Cuccu, responsabile dell’archivio - era quello in cui si registrava il minor numero di incidenti. Questo perché c’era una formazione e già si utilizzavano i primi protocolli di sicurezza». A sfogliare le carte che animano l’archivio, allestito negli spazi del compendio minerario, si trovano documenti che raccontano la storia delle miniere di Montecatini, quelle del nord Italia, soprattutto della Lombardia, poi chiuse dell’Eni. «Per un motivo molto semplice dice il responsabile : perché l’Eni decise di portare tutto il patrimonio documentale e archivistico negli uffici qui vicini». Poi nel corso degli anni il passaggio a Monteponi dove sono custoditi anche i documenti di miniere ormai dismesse, presenti in altre regioni.

«Questo archivio, per come è strutturato - aggiunge Cuccu - è il primo in Italia e uno dei pochi in Europa, all’interno non si raccontano solo le miniere ma anche il microcosmo che ruotava attorno». Dalle scuole, finanziate dalle società minerarie per dare la possibilità ai bambini di avere un’istruzione al dopolavoro, finanziato dalle società per «instradare» i lavoratori. «Si potrebbe dire che questo serviva per controllare i lavoratori nel resto del giorno - dice ancora il responsabile dell’archivio - ma, allo stesso tempo si costruiva un percorso formativo che in altri contesti non esisteva e che, comunque, era fatto di regole».

Sistema industriale

I documenti dell’archivio raccontano poi anche la capacità di un sistema industriale in grado di rigenerarsi. In una teca ci sono dei modelli in legno arancione. «Sono i prototipi dei pezzi meccanici che venivano ricostruiti nei diversi reparti delle aziende minerarie - aggiunge ancora -. Perché in caso di guasto all’interno c’erano le competenze per costruire il modello e poi il pezzo che si era guastato. Dobbiamo ricordare che negli anni 50 o 60 non c’era la velocità di comunicazione di oggi». L’archivio, al centro di un progetto di digitalizzazione «imponente», non solo racconta le vicende delle imprese minerarie e di qualche altra azienda industriale, ma è anche il luogo in cui si ridà vita a documenti storici che si sarebbero deteriorati. È il caso delle mappe di fine ottocento, realizzate con una precisione sino al più piccolo dettaglio e acquarellate. O dei registri e libri matricola dove anche le pagine strappate vengono ricostruite. «Molti documenti, mappe o libri, rischiavano di andare perduti - dice Federica Murgia, tecnico del restauro - nel nostro laboratorio, dopo un’analisi delle parti, dagli inchiostri alla carta, ci occupiamo di salvaguardare questi documenti sia pulendoli dalle polveri sia intervenendo nelle parti a rischio deterioramento, rendendoli fruibili». Per non dimenticare.

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