La premier

Meloni sul Quirinale: «Si può superare tabù di un presidente non di centrosinistra»

Ospite di “10 minuti”, la presidente del Consiglio torna anche sui suoi rapporti con gli Usa: «Né antiamericana oggi né inginocchiata ieri. Rutte molto approssimativo»

di Manuela Perrone

FILE PHOTO: Italian Prime Minister Giorgia Meloni looks on, the day she meets the prime minister of Libya's U.N.-recognised Government of National Unity, Abdulhamid Dbeibah (not pictured) at Chigi Palace, in Rome, Italy, May 7, 2026. REUTERS/Remo Casilli/File Photo REUTERS

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«Non sono antiamericana oggi, non mi ero inginocchiata ieri. Sono una persona che crede che l’Occidente sia più forte unito, che crede che l’Italia sia più forte in un Occidente unito e ho lavorato e continuo a lavorare per questo». Ospite di Nicola Porro a “10 minuti” su Retequattro, Giorgia Meloni torna sui suoi rapporti con Donald Trump dopo i nuovi attacchi del tycoon all’indomani del G7 di Evian-les-bains. Ma parla anche di politica interna. E per la prima volta affronta il tema del prossimo inquilino del Colle dopo Sergio Mattarella: «Non è detto che non possa superarsi anche questo altro grande tabù, quello di avere un presidente della Repubblica che non è di centrosinistra».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Rutte «molto approssimativo»

«I rapporti solidi si fondano anche sulla franchezza - ribadisce la premier a proposito delle relazioni con il presidente americano - e sono una persona franca. Ero una persona franca ieri, sono una persona franca oggi, sono una persona che non si fa certamente mancare di rispetto da nessuno, però la mia visione su quello che è necessario per l’Italia non è cambiata». Meloni definisce anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, come «molto approssimativo»: il numero dei 500 voli partiti dall’Italia (citati come prova del sostegno massiccio all’operazione Epic Fury contro l’Iran) «capisco che colpisce molti ma è un po’ più basso dell’analogo numero dello stesso periodo di tutti gli anni precedenti». Come a dire: una tempesta in un bicchier d’acqua.

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Vannacci? «Non c’è grande differenza con le opposizioni»

Ma è sul fronte interno che riserva i messaggi più netti. Innanzitutto sul generale Roberto Vannacci, che continua a crescere nei sondaggi: «Non mi pare ci sia grande differenza tra lui e gli altri partiti di opposizione: votano come la sinistra, parlano contro di noi tutto il giorno. Non vedo differenza, ne prendo atto». «Difficilmente tu puoi costruire qualcosa con qualcuno che palesemente vuole solo distruggere», sottolinea la premier. Confermando però chi vede nelle sue parole sempre qualche spiraglio per una possibile alleanza: difficile, non impossibile. Anche perché, interpellata sulla remigrazione, cavallo di battaglia di Futuro Nazionale, Meloni risponde: «Che cos’è la remigrazione? Per come la interpreto io, sono i rimpatri volontari assistiti. Già li facciamo. Vuol dire che mi metto d’accordo con questi migranti per rimandarli a casa, perché è volontario. Lo fa lo Stato italiano, lo fa l’Unione Europea, lo fa l’Unhcr: lo fanno tutti».

Legge elettorale «non favorisce nessuno»

Poi Meloni insiste sulla riforma della legge elettorale, che continua a difendere: «Banalmente non favorisce nessuno, ma favorisce gli italiani, nel senso che gli italiani scelgono chi vince, e la proposta non aiuta nessuno da questo punto di vista, ma quello che vince, con un fatto di chiarezza, indicazione del premier per esempio, ha i numeri per governare».

Il passaggio sul Quirinale

Da lì lo sguardo si rivolge verso il Colle. Se il prossimo Parlamento potesse eleggere un presidente della Repubblica non di sinistra «sarebbe un’eventualità terribile - scandisce la premier - per un certo establishment. Però si pensava che niente potesse cambiare e invece si sono cambiate le cose che potevano cambiare: quindi come sono cambiate tutte le cose, nessuno ha detto che non possa cambiare anche questo, che non possa superarsi anche questo altro grande tabù di avere un presidente della Repubblica che non è di di centrosinistra».

«Chi non è di sinistra non è figlio di un dio minore»

Meloni ritorna a indossare i panni dell’underdog, a reclamare il diritto per la destra di avere piena cittadinanza nelle istituzioni repubblicane. «Sarebbe un altro modo di dire una cosa banale che io cerco di affermare da tutta la vita con dei sacrifici significativi - spiega - e cioè che chi non è di sinistra non è figlio di un mio minore, ha gli stessi diritti degli altri. E questo vale, valeva per la presidenza del Consiglio dei ministri, valeva per la capacità di governare, valeva per la possibilità di governare anche più a lungo di come è accaduto per molti di questi governi, e può valere anche per la presidenza della Repubblica. Ma dipenderà dagli italiani».

Lavoro, «la sinistra non si occupa più dei lavoratori»

Sollecitata sulla sua partecipazione, giovedì 2 luglio, al congresso della Uil dove si attende la riconferma di Pierpaolo Bombardieri a segretario generale, Meloni rivendica i decreti del Governo sul lavoro, a cominciare dal salario giusto, e punge il campo largo: «Devo ricordare che la sinistra è qualche decennio che non si occupa più dei lavoratori, che non si occupa dei salari, che non si occupa della loro stabilità, che non si occupa di migliorare le condizioni dei lavoratori, che non si occupa di avere più lavoratori in Italia. Questo l’abbiamo fatto noi, con una serie di provvedimenti che stanno dando dei risultati che credo vadano sempre ricordati. Oggi abbiamo il record di occupazione, la disoccupazione ai minimi, il record di donne che lavorano e abbiamo un lavoro stabile che aumenta e un precariato che diminuisce. È il frutto di questo lavoro che abbiamo fatto».

Piano casa, il progetto sta andando avanti

La premier rilancia anche il piano casa: «Ci vuole tempo, noi ci siamo dati dieci anni, però io confido che prima della fine di questa legislatura già si vedrà che il progetto sta andando avanti». Sui due binari: la ristrutturazione di «60mila case popolari che esistono, ma non si possono assegnare perché non sono a norma, da una parte; dall’altra la possibilità di mettere sul mercato «decine di migliaia di case a un prezzo che deve essere almeno del 30% inferiore a quello del mercato per andare incontro al mondo delle «persone che non sono così povere per accedere a una casa popolare e non sono così ricche per comprarsela sul mercato».

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