Il bilancio

Meloni, i mille giorni con il paracadute puntando al record

Bene lo spread e i conti pubblici, ma preoccupano dazi, industria e crescita. A dominare è la prudenza, anche con Trump

di Barbara Fiammeri e Manuela Perrone

Prima premier donna. Giorgia Meloni ha giurato come presidente del Consiglio il 22 ottobre 2022, entrando ufficialmente in carica. (Imagoeconomica)

7' di lettura

7' di lettura

Mille giorni alla guida dello stesso governo in Italia è un’eternità: Giorgia Meloni oggi taglierà quel traguardo. Prima di lei è riuscito solo a Silvio Berlusconi, Bettino Craxi e più recentemente a Matteo Renzi che tra due settimane subirà però il sorpasso della prima donna Premier della Repubblica italiana. L’obiettivo di Meloni è noto: portare a termine la legislatura (per poi rientrare a Palazzo Chigi dopo aver vinto le politiche).

Ma al di là dei dati numerici che fotografano la longevità dell’attuale esecutivo, a caratterizzare il Meloni I sono le circostanze particolari che ne determinano la solidità. Certamente la leadership della Presidente del Consiglio ha un peso specifico significativo e lo confermano l’indice di gradimento alto nei suoi confronti e la crescita ulteriore di Fdi sempre in vetta nei sondaggi. Senza contare la distanza che separa la popolarità di Meloni rispetto a quella dei suoi vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, nonché leader degli altri partiti del centrodestra.

Loading...

Ma a rafforzare ulteriormente in prospettiva la permanenza della fondatrice di Fdi alla guida di Palazzo Chigi è soprattutto la debolezza di un’opposizione frammentata, con partiti in lite l’uno con l’altro. Un quadro rassicurante per la Premier in un contesto geopolitico drammatico, tra i conflitti che si moltiplicano e la ricerca di un nuovo ordine internazionale. Nasce da qui la metafora del lancio del paracadute usata da Meloni per spiegare la sfida di guidare il Paese. Un’immagine che richiama tanto il timore di sbagliare quanto la necessità di usare la massima prudenza.

Lo provano la gestione positiva dei conti pubblici, il ribasso dello spread e l’asse che ha voluto costruire con Bruxelles fin dal suo arrivo al timone dell’esecutivo. Una cautela che vale, però, anche in senso negativo, come dimostra l’assenza di una politica industriale decisiva per la sopravvivenza dell’Italia, prima ancora che per la competitività: nessun record sull’occupazione può edulcorare la realtà di una crescita asfittica. Prospettiva destinata a peggiorare quando non si potrà più contare sul tesoro del Pnrr.

1 - L’economia

I record sul lavoro non salvano la crescita

A più riprese la Premier ha rivendicato i primati sul fronte occupazionale e in effetti gli ultimi dati testimoniano la creazione di più di un milione di posti di lavoro in due anni e mezzo di Governo che ha portato al massimo storico di occupati: oltre 24,3 milioni. Eppure, nonostante questi numeri, la domanda interna resta debole e la produzione industriale continua la sua inesorabile discesa (-1,2% da inizio anno a maggio, con il tonfo dell’automotive). Produzione già provata dal caro energia - con le accise che restano le più alte d’Europa e il disaccoppiamento promesso in campagna elettorale mai realizzato - e messa ancora più a rischio dai dazi annunciati dagli Usa.

Questo significa che non basta l’aumento dei contratti di lavoro ad assicurare la crescita (non a caso dimezzata nelle stime del Governo per il 2025 a quota +0,6%), tanto più che si tratta di occupazione in parte significativa legata ai servizi, con salari che, nonostante alcuni segnali di recupero nell’ultimo anno, restano ampiamente sotto i livelli dei principali Paesi Ocse. Lo conferma indirettamente l’aumento costante dei giovani qualificati che espatriano. Un’emorragia che il Governo finora non ha affrontato (anzi, il bonus Renzi per il rientro dei cervelli è stato fortemente ridimensionato) e che pesa anche su una prospettiva demografica già oggi disperante. Una crisi davanti alla quale la risposta non può continuare ad arrivare dalla politica dei bonus, per quanto sostanziosi.

2 - I conti pubblici

Spread e armi, la cautela come regola aurea

È il fiore all’occhiello del Governo: quando Meloni ha varcato il portone di Palazzo Chigi, nel giorno del giuramento, lo spread oscillava attorno ai 230 punti base; ieri eravamo poco sopra i 90. Un risultato che giustamente la Premier rivendica e a cui ha contribuito la gestione oculata dei conti pubblici voluta da Meloni e dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, anche per attenuare gli effetti catastrofici del Superbonus 110% messo in soffitta fin dall’inizio. L’Italia è ancora sottoposta a procedura d’infrazione per deficit eccessivo, ma ne uscirà già nei primi mesi del prossimo anno. Il passaggio dal disavanzo al 7,2% del Pil di due anni fa al 3,3% attuale è il frutto di questa prudenza.

La tegola resta quella del debito pubblico tornato a oltre il 135% del Pil e dato in aumento fino almeno al 2027. Ed è per questo che, nonostante l’impegno a salire del 5% in dieci anni nella spesa per la difesa, assunto al vertice Nato di giugno, l’Esecutivo non intende accelerare nell’immediato. Né vuole avvalersi per ora della clausola di salvaguardia nazionale prevista dal Patto di stabilità, di cui l’Italia chiede il cambiamento dopo lo tsunami Trump. La cartina di tornasole arriverà in autunno con l’apertura della sessione di bilancio.

3 - La guerra dei dazi

Meloni tra Europa e Usa: pontiera o equilibrista? 

Per capire la strategia di Giorgia Meloni basta consultare le rotte dei suoi viaggi. Il primo in assoluto è stato il 3 novembre 2022. Destinazione Bruxelles: ad accoglierla a Palazzo Berlaymont, Ursula von der Leyen, con cui stabilirà un rapporto di reciproca stima (e convenienza), consolidato grazie alle visite della presidente della Commissione a Lampedusa e nell’Emilia-Romagna alluvionata. Un rapporto che dura tuttora. Con la prima trasferta la Premier ha subito voluto inviare un messaggio chiaro: nessun euroscetticismo e pieno appoggio all’Esecutivo comunitario.

A suggellare la linea euroatlantica senza tentennamenti, il pieno appoggio all’Ucraina dichiarato sin dall’invasione da parte della Russia, quando Meloni era ancora all’opposizione e a Palazzo Chigi c’era Mario Draghi. Una linea che è valsa alla Premier un rapporto forte con l’amministrazione Usa, prima con Joe Biden - sintonia immortalata dal famoso bacio sulla fronte in occasione della sua prima visita nello Studio Ovale - e poi con Donald Trump, a cui la lega soprattutto l’appartenenza alla destra. Su questa affinità politica ha contato e conta anche la stessa von der Leyen, che ha riconosciuto dall’inizio la differenza tra Meloni e i leader del sovranismo europeo, da Orban a Le Pen.

Questo ruolo di pontiera più volte rivendicato dalla stessa Meloni è messo a dura prova dalla guerra commerciale scatenata da Trump. Una posizione che la costringe a equilibrismi non privi di rischio. Anche in questi giorni la Premier, assieme a von der Leyen e al Cancelliere tedesco Merz, sta perorando la linea del dialogo ricordando che la competenza esclusiva della trattativa spetta alla Commissione e confidando che alla fine il tycoon arrivi a un «accordo ragionevole» entro il 1° agosto. Intesa che, nell’idea di Meloni, significa tariffe non oltre il 10%. Se così non sarà, il pericolo di un contraccolpo pesante, anche alla sua leadership, non è peregrino.

4 - Immigrazione

Migranti, Piano Mattei, energia: patto con l’Africa 

La bandiera del sovranismo duro e puro, che all’opposizione la vedeva promettere il blocco navale, è stata ammainata. Ma non il vessillo identitario contro l’immigrazione irregolare, oggetto sin dall’esordio dei decreti legge più controversi del Governo, da quello che ha colpito le Ong al Dl Cutro con l’inasprimento delle sanzioni penali nei confronti dei trafficanti di esseri umani, fino all’operazione Albania che ha trovato sponda nei principali leader europei, a partire dalla stessa von der Leyen.

I numeri dicono che gli sbarchi sono effettivamente calati, anche grazie al controllo del caos tunisino attraverso il patto con Kais Saied sottoscritto a Tunisi due anni fa, presente anche von der Leyen. Adesso è la Libia dilaniata nuovamente dalle lotte tra i signori della guerra la nuova emergenza, molto più complicata da gestire, anche per l’interesse diretto della Russia che ne ha fatto la sua nuova base nel Mediterraneo.

Una complessità, quella dei rapporti con l’Africa, che Meloni ha scelto di affrontare non solo a colpi di respingimenti alle frontiere e rimpatri, ma soprattutto favorendo i flussi legali e realizzando accordi con i Paesi di partenza e di transito dei migranti. È il cuore del Piano Mattei. Dall’Algeria al Congo, dall’Eritrea all’Etiopia, l’ambizione è quella di costruire relazioni politiche e, soprattutto, economiche di cui protagonisti sono i grandi gruppi italiani, a partire da Eni, sulle orme del fondatore Enrico Mattei. Obiettivo tutto da costruire: fare dell’Italia l’hub energetico del Sud Europa, tanto più dopo la rottura con Mosca.

5- Il Recovery Plan

Il Pnrr va, ma si teme il rischio boomerang

Finora la Premier ha potuto rivendicare il «primato» italiano nell’avanzamento del Pnrr con il 100% degli obiettivi programmati raggiunti al 30 giugno 2025, tutte le rate incassate fino alla settima da 18,3 miliardi (140 miliardi, il 72% della dotazione complessiva) e l’ottava da 12,8 miliardi già richiesta. Ma l’ultimo step legato alla nona e decima tranche da 41,2 miliardi totali è il più complicato: il governo deve superare lo scoglio del lungo negoziato con la Commissione Ue per portare a casa la nuova maxi revisione proposta per riuscire a sfrondare il Piano dai progetti irrealizzabili entro giugno 2026, compreso Transizione 5.0.

Sempre tenendo conto del nodo della spesa effettiva: sulla carta, l’Italia dovrebbe spendere 120 miliardi in meno di due anni. Un traguardo inverosimile, il cui mancato taglio, però, potrebbe incidere negativamente sulle previsioni di crescita che danno per acquisito l’effetto degli investimenti del Piano. Senza contare l’incertezza che avvolge il futuro dopo la scadenza del 2026, anche alla luce del nuovo bilancio europeo e del taglio dei fondi di coesione per sostenere l’aumento delle risorse per la difesa.

6 - Le riforme

Premierato e autonomia al palo, passa la giustizia

Anche nel Governo Meloni non poteva mancare il capitolo riforme, con ogni partito della maggioranza pronto a sponsorizzare la sua: il premierato, per Meloni «la madre di tutte le riforme», così come l’autonomia differenziata per la Lega. Ma in realtà l’unica che al momento sembra indirizzata verso la meta è quella della giustizia con la separazione delle carriere cara a Forza Italia. Le altre languono.

E la ragione, al netto delle prese di posizione di Cassazione, Corte costituzionale e giuristi, è politica: il premierato può andare avanti solo se marcia anche il federalismo che però, per ammissione dello stesso ministro leghista Giorgetti, al momento è difficilmente attuabile a causa dei costi che richiederebbe il rispetto dei Lep. Meloni non si dispera. Non prende in considerazione l’idea di portare gli italiani prima delle politiche al referendum. Il fantasma della sconfitta di Renzi aleggia ancora a Palazzo Chigi. Se ne riparlerà se, e soprattutto quando, arriverà il bis. L’unico ostacolo che separa Meloni dal primato di premier del Governo più longevo della Repubblica è il voto anticipato. Ma sarà solo lei a deciderlo.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti