Le bacchette

Melodie finniche dan la mano a Pulcinella

Chailly esplora un versante eccentrico del Novecento, accostando Hindemith e Gershwin, e passa il testimone a Chung, che si esibisce al piano. Tante presenze eccellenti, da Salonen a Bychkov

di Raffaele Mellace

Daniele Rustioni dirigerà lo «Schicksalslied» brahmsiano e l’esuberante «Symphonie fantastique» di Berlioz

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Non mancano né varietà né dialettica di prospettive alla nuova stagione dei concerti sinfonici in programma al Teatro alla Scala – tredici appuntamenti per complessive ventotto serate tra Stagione sinfonica, Orchestre ospiti e Concerti straordinari – affidati a un terzetto e a un doppio quartetto di direttori. Complessivamente undici bacchette, che schierano appunto tre direttori musicali del Piermarini (il passato, il presente e il futuro) accanto a otto musicisti ospiti, metà alla guida dell’orchestra scaligera, l’altra metà alla testa di compagini a loro volta ospiti.

È impegnato su più fronti assai diversi, all’ultimo anno del suo decennale incarico di direttore musicale, Riccardo Chailly, che esordisce a gennaio con un concerto che esplora un versante eccentrico del Novecento storico. Una serata che si ripropone di smentire pregiudizi inveterati ed esibire la straordinaria varietà e vitalità della produzione, in un breve giro d’anni tra le due guerre, su entrambe le sponde dell’Atlantico, accostando Hindemith – il raro Rag Time (Wohltemperiert) e il concerto per viola, solista Simonide Braconi, che non resterà l’unica prima parte scaligera in evidenza nella Stagione – e Gershwin, con il popolare An american in Paris scortato dalla meno frequentata Cuban Overture.

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Chiuderà la Stagione la Nona di Bruckner, che propone l’attesa prima italiana, prevista originariamente lo scorso anno, della ricostruzione a più mani del Finale dell’incompiuta bruckeriana, circondata, sin dal 1896 della morte del compositore, da un’aura di leggenda. L’autunno 2026 vedrà Chailly nuovamente sul podio per un classico ineludibile come la Messa da requiem di Verdi, che ritorna in cartellone, con un quartetto di solisti capitanato da Anna Netrebko, dopo la memorabile esecuzione del 150° anniversario in San Marco, mobilitando quella risorsa fondamentale delle Stagioni scaligere, sinfonica e operistica, che è il Coro preparato da Alberto Malazzi. Coro che sarà possibile apprezzare già fra un mese, nel Concerto di Natale, il cui originale programma francese (la grandiosa Messe solenne de Sainte-Cécile di Gounod e la modernissima suite Les Animaux modèles di Poulenc) sarà concertato da Lorenzo Viotti.

Si tornerà ad ascoltare il Coro nello Schicksalslied brahmsiano, accostato da Daniele Rustioni all’Akademische Fest-Ouverture dello stesso Brahms e all’esuberante Symphonie fantastique di Berlioz, in un concerto in cui severità ed eccesso si fronteggeranno non senza (inevitabili) scintille. Al predecessore di Chailly, Daniel Barenboim, è toccato l’onere di inaugurare la Stagione sinfonica con un programma beethoveniano costruito su due pagine antitetiche, la Quinta sinfonia in do minore e il Concerto per violino in Re maggiore, ospite una star come la violinista georgiana Lisa Batiashvili. Non meno classico è il programma concepito dal nuovo direttore musicale del Teatro, Myung-Whun Chung, che mette a tema il legame uterino tra Brahms (Quarta sinfonia) e Beethoven, attribuendosi un doppio ruolo, poiché siederà alla tastiera come solista, insieme agli scaligeri Francesco Manara e Massimo Polidori, nel Triplo concerto beethoveniano, quasi un’eco, a sette mesi di distanza, del Concerto per violino proposto da Barenboim.

Accanto ai direttori già menzionati in connessione con il Coro, altre due bacchette illustri si esibiranno con l’Orchestra scaligera. Innanzitutto Esa-Pekka Salonen, l’ambitissimo direttore finlandese fresco di nomina alla testa dell’Orchestre de Paris, che introdurrà con il portale smagliante del raveliano Tombeau de Couperin un concerto per il resto tutto finnico, che accosta la Quinta di Sibelius, di cui Salonen è interprete eccelso, a una pagina fresca d’inchiostro: il proprio Concerto per corno, co-commissione del Teatro alla Scala e di altre sei istituzioni internazionali, da Lucerna a Boston a Hong Kong, in prima esecuzione italiana, solista Stefan Dohr. Risponde due mesi più tardi con un programma tutto romantico Michele Mariotti, che metterà in evidenza le qualità dell’Orchestra scaligera in due caposaldi popolarissimi del sinfonismo ottocentesco, selezionati in mondi espressivi remoti come il giorno e la notte: la tenebrosa Scozzese di Mendelssohn e la solare Ottava di Dvořák.

Si presenterà invece con compagini ospiti provenienti dai quattro angoli d’Europa un altro quartetto di direttori. Prima di Natale lo specialista di musica antica Christophe Rousset guiderà gli storici, benemeriti complessi del Monteverdi Choir & English Baroque Soloists nella partitura più antica proposta in stagione, il Messiah (1741) di Händel, in altre latitudini un ineludibile classico natalizio (quando non pasquale). Di tutt’altro tenore il contributo di Semyon Bychkov alla testa della Česká Filharmonie, che proporrà l’ampia arcata d’un secolo di musica tra Romanticismo e primo Novecento con un’ulteriore sinfonia di Mendelssohn, l’Italiana, il Pulcinella stravinskiano e il Concerto per pianoforte in Sol di Ravel, solista d’eccezione Beatrice Rana.

D’un pianista dalle caratteristiche diverse ma di analogo spicco, Igor Levit, si avvale Iván Fischer con la sua Budapest Festival, per un programma di grande interesse dedicato interamente a Prokof’ev: in cartellone il Concerto n. 2 per pianoforte, il primo di formato grande e ispirato al virtuosismo tardoromantico, e una selezione dalle suite 1 e 3 dal balletto Cenerentola. Stravinskij è invece il protagonista assoluto dell’ultimo appuntamento con le orchestre ospiti, affidato a Sir Simon Rattle che guiderà il Symphonieorchester des bayerischen Rundfunks in quella pietra miliare del Novecento musicale che è il Sacre du printemps, introdotto dal Canto funebre composto in memoria di Rimskij-Korsakov appena cinque anni prima, nel 1908, e riemerso solo nove anni fa.

Ennesima conferma della versatilità di un repertorio che, tra grandi classici, novità e riscoperte, offre il destro a interpreti dagli orientamenti più diversi per coinvolgere il pubblico in esperienze d’ascolto dal vivo che nessuna tecnologia sarà mai veramente in grado di surrogare.

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