Melatonina, la pillola “naturale” della buonanotte. Ma è davvero sicura?
La melatonina è percepita come un aiutino ed è per questo adottata da molti italiani per favorire il sonno
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C'è chi li a scoperti in occasione di un viaggio all'estero, come rimedio per stemperare le bizze del fuso orario e chi ne fa degli imprescindibili alleati all'ora di andare a dormire. Gli integratori a base di melatonina sono ormai per molti una presenza scontata e assumerli un gesto quasi automatico, che promette ciò che sempre più persone faticano a ottenere: un sonno non frammentato, profondo, “normale”. La melatonina è ormone prodotto dall'epifisi, una misteriosa ghiandola endocrina indovata nelle profondità del cervello che, come un orologio interno, la secerne seguendo il ritmo giorno-notte. Quando arriva il buio, l'epifisi si mette a secernere melatonina e così il corpo capisce che è il momento di rallentare e di abbandonarsi alle braccia di Morfeo. È anche il motivo per cui gli esperti sconsigliano di utilizzare tablet e telefonini a letto, perché la loro luce azzurrina segnala all'epifisi che non è ancora l'ora di liberare l'ormone del sonno.
La melatonina è percepita dunque come un aiutino dall'apparenza ‘naturale' ed è per questo adottata da molti italiani per favorire il sonno.
E le sue versioni sintetiche, vendute come integratori, mimano proprio il meccanismo naturale della sua produzione notturna. Forse è per questo che negli anni queste pillole amiche del sonno hanno acquisito un'aura di sicurezza quasi incontrastata: non si tratta di un farmaco ‘pesante', di un sonnifero prescrivibile solo dal medico, piuttosto di qualcosa di simile ad un aiuto gentile, quasi fisiologico. Ma come sempre, ‘naturale' non è necessariamente sinonimo di ‘innocuo', tanto più se l'assunzione di questi supplementi diventa abitudinaria nel lungo periodo.
L'immagine rassicurante della melatonina comincia ad incrinarsi?
Un allarme sulla sicurezza dell'assunzione cronica di supplementi a base di melatonina viene dai cardiologi americani. A lanciarlo è stato uno studio presentato all'ultimo congresso dell'American Heart Association, uno dei principali palcoscenici della ricerca cardiovascolare globale. Una ricerca tuttavia che non grida, né lancia proclami da Armageddon, ma che di certo insinua un dubbio difficile da ignorare, legato alla domanda: cosa succede quando le compresse di melatonina diventano una compagnia quotidiana per mesi, o addirittura anni?
I numeri che disturbano il sonno
Per tentare di dare una risposta a questa domanda, un gruppo di ricercatori americani (primo nome Ekenedilichukwu Nnadi, SUNY Downstate/Kings County Primary Care, Brooklyn, New York) ha analizzato una mole imponente di dati (dal data base internazionale TriNetX Global Research Network) relativi ad oltre 130 mila adulti con insonnia cronica (età media 55,7 anni, 61% donne), seguiti per cinque anni attraverso le loro cartelle cliniche elettroniche. Da una parte c'era la schiera di quanti avevano assunto melatonina per almeno un anno (65.414 persone), dall'altra chi non l'aveva mai utilizzata. Due gruppi simili per età, condizioni di salute e altri fattori, messi a confronto per osservare cosa accade nel tempo, in un complesso e articolato gioco di ‘trova le differenze'.


