Previsioni

Mediobanca, timori per la guerra, ma l’arredo nel 2026 prevede una crescita

Le imprese più grandi e strutturate stimano per quest’anno ricavi in aumento dello 0,9% ed export stabile a +0,2%

di Giovanna Mancini

 (Adobe Stock)

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Le aziende di maggiori dimensioni, o quelle più strutturate e con modelli di governance moderni ed efficienti, ma le imprese appartenenti a filiere produttive sono quelle che hanno le maggiori possibilità non solo di crescere, ma anche di affrontare periodi incerti e complessi come quello attuale.

Vale per l’intera manifattura italiana, ma tanto più questa constatazione vale per un settore come quello dell’arredamento e illuminazione, caratterizzato da grande eccellenza produttiva, ma anche da una estrema frammentazione e da modelli organizzativi e manageriali non sempre efficienti.

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Il 2025 chiude in crescita

La nuova ricerca sul settore, realizzata dall’area studi di Mediobanca in occasione del Salone del Mobile di Milano che inizierà martedì prossimo, prende infatti in considerazione 530 aziende con fatturato superiore ai 10 milioni di euro, che insieme esprimono un giro d’affari aggregato di 19,9 miliardi di euro (nel 2024), con una quota export del 43% e oltre 61mila dipendenti, rappresentativo di oltre il 60% del mercato complessivo del settore.

L’indagine mette nero su bianco le migliori performance di queste realtà rispetto alla media del settore: le imprese interpellate dichiarano infatti di aver chiuso il 2025 con un fatturato complessivo in crescita dell’1,3% rispetto al 2024 e con vendite all’esteri in aumento dell’1,8%. In particolare, le imprese con fatturato superiore ai 100 milioni di euro hanno registrato un andamento «significativamente migliore rispetto alla media», sottolineano gli analisti di Mediobanca, con una crescita delle vendite pari al 3,1% e un incremento dell’export del 3,3%.

Stime di una crescita graduale e contenuta

E anche per il 2026, nonostante la guerra in Iran e i suoi pesanti effetti (ancora non quantificabili) sull’economia mondiale, le imprese campione esprimono aspettative «prevalentemente positive, seppure improntate alla cautela», si legge nello studio. Il 63% delle aziende prevede infatti un aumento del fatturato complessivo, mentre una quota più contenuta si attende stabilità (15%) o una contrazione (22%). «Nel complesso, le stime restituiscono uno scenario di crescita graduale e contenuta, con un incremento medio atteso dello 0,8% per le vendite totali e dello 0,2% per l’export», spiegano da Mediobanca. Tuttavia, le prospettive di sviluppo del comparto per il 2026-2027 saranno condizionate dal contesto macroeconomico: data la forte propensione all’export del settore, l’88,5% delle imprese ritiene che il miglioramento della stabilità economica internazionale sia un presupposto necessario per la crescita.

Dall’indagine emergono inoltre alcuni interessanti elementi di modernizzazione del comparto, osservano da Mediobanca: se è vero infatti che prevalgono ancora modelli di governance a forte impronta familiare, con consigli di amministrazione di dimensione contenuta, si osserva un processo di crescente managerializzazione delle imprese e di qualificazione dei profili manageriali. Anche l’apertura del capitale a investitori esterni sembra non essere più un tabu: il 17,3% delle imprese manifesta un interesse immediato, mentre il 47,1% la considera una possibile opzione futura. In entrambi i casi, la preferenza è rivolta a investitori industriali (71,2%), con un impegno sul lungo periodo.

Criticità: il capitale umano

Il capitale umano emerge come uno dei principali fattori critici per la competitività del comparto. Tra le imprese rispondenti, la presenza femminile si attesta al 25% della forza lavoro, con differenze territoriali significative. Il ricorso a personale straniero è ampio e diffuso, coinvolgendo l’80% delle imprese, soprattutto a fronte del disinteresse dei lavoratori italiani per mansioni ritenute faticose o dequalificanti (dichiarato dal 78,9% delle aziende).

Sul fronte del reclutamento, le difficoltà risultano trasversali: alla mancanza di candidature (labour shortage, 46,8%) si affianca un problema ancora più rilevante di inadeguatezza delle competenze (skill gaps, 62,3%). Le competenze tecniche e specialistiche rappresentano l’ambito di maggiore criticità, indicate come difficili da reperire dal 69,6% delle imprese. Seguono le competenze manuali (38%), mentre risultano meno critiche quelle trasversali (20,3%) e manageriali (16,5%).

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