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Medici, società tra professionisti «utili» per le cure sul territorio

Le aziende sanitarie nelle Case di comunità avrebbero a disposizione professionisti garantiti mentre i camici bianchi otterrebbero vantaggi fiscali

di Claudio Testuzza

 Imagoeconomica

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Il ministro della Salute Schillaci ha evidenziato, ultimamente, come la professione del medico di medicina generale abbia progressivamente perso attrattività. I carichi burocratici imposti, l’isolamento professionale e la mancanza di prospettive di carriera hanno allontanato i giovani medici. Chi resta regge, spesso in maniera eroica, un modello non più adeguato alla domanda di salute attuale.

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La proposta Schillaci

Da qui era emersa la necessità di una proposta di riforma, che non smantelli la figura del medico di famiglia, ma ne liberi il potenziale. L’obiettivo è riportare, il medico generalista al centro del sistema come “garante della salute dei cittadini”, non più come solo gestore delle acuzie ma protagonista nella prevenzione, nella gestione della cronicità e nell’educazione agli stili di vita. Per farlo, secondo il ministro, sarebbero serviti un contesto organizzativo adeguato specie con l’esistenza, ormai, acclarata della funzionalità delle Case di comunità.

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Sindacati sul piede di guerra

Ma i sindacati dei medici di famiglia hanno da subito respinto il progetto di riordino dell’assistenza territoriale. Anche secondo la Federazione dei medici di famiglia, la riforma rischia di smantellare un modello che, al contrario, continua a produrre risultati positivi per i cittadini italiani. I sindacati contestano, in particolare, l’ipotesi di trasformare i medici di medicina generale in dipendenti del Servizio sanitario nazionale, giudicando negativamente il modello “centralizzato e burocratico”, soprattutto per le ricadute sulle aree interne e sui territori più fragili del Paese. Il clima di incertezza istituzionale e professionale genera il dubbio di voler sovrapporre la ventilata riforma agli strumenti contrattuali già esistenti, “a partire dall’Acn”. Il vero obiettivo del provvedimento, per qualcuno, non era il fabbisogno orario delle strutture territoriali, bensì lo stravolgimento del ruolo giuridico della convenzione.

Le società fra professionisti

Allora, perché non puntare a un contratto nazionale di lavoro che disciplini i compiti e le funzioni dei professionisti? E non sottoscrivere un contratto che realizzi il Dm 77, consentendo ai medici di medicina generale di entrare anche nelle Case di comunità con le loro forme associative? Una risposta possibile potrebbe essere rappresentata dalla costituzione delle società fra professionisti. Questo modello societario si affianca a quelli già esistenti come lo è, a esempio, lo studio associato.
Il principio cardine su cui poggia la disciplina delle società tra professionisti è la distinzione fra l’esercizio della professione e l’esecuzione effettiva della prestazione professionale: l’esercizio della professione può essere svolto non solo individualmente, ma anche in forma associata e comune. L’esecuzione della prestazione è riservata esclusivamente alla persona fisica del professionista abilitato. Quindi, mentre l’esercizio dell’attività professionale può essere svolto anche in forma societaria, che prevede la possibile partecipazione di soci non professionisti o di investimento, l’esecuzione dell’incarico deve essere necessariamente effettuata dai professionisti abilitati.

Maggiore controllo e garanzia

La “fame” di medici ha costretto sempre più numerose strutture pubbliche a rivolgersi a professionisti, necessari sia per coprire assenze improvvise sia per garantire la copertura assistenziale, anche se non hanno le competenze e la specializzazione che servono. E, ancora, condizione più grave, di non essere sottoposti alla verifica dei titoli prodotti, come sottolineato dallo stesso Presidente della Fnomceo, Filippo Anelli.

La società fra professionisti prevede invece, quale evidente garanzia, l’iscrizione alla sezione dell’Albo tenuto presso l’Ordine professionale della provincia in cui è posta la sede legale. Nella società tra professionisti rimane ferma la responsabilità disciplinare del socio professionista, che è soggetto alle regole deontologiche dell’Ordine al quale è iscritto, e la società professionale risponde disciplinarmente delle violazioni delle norme deontologiche.

I vantaggi possibili

Le aziende sanitarie per le attività di assistenza sanitaria prolungata nelle Case di comunità avrebbero a disposizione serie forme societarie e operatori garantiti professionalmente. E i medici avrebbero vantaggi fiscali perché la società risente di meno dell’imposizione fiscale al crescere del reddito. I professionisti sono tassati con il criterio di cassa: nel reddito entrano gli onorari incamerati nell’anno solare e non i valori delle prestazioni eseguite. Invece, una società ha una tassazione basata sulla competenza, esattamente il contrario: è tassata per il valore del cosiddetto “eseguito” o “produzione clinica” dell’anno solare, non per la liquidità che è entrata nel conto. La società fruisce poi anche del credito d’imposta per gli investimenti in “beni strumentali 4.0” . Quest’ultima condizione, favorevole, consente, peraltro, di acquistare macchinari ad alto contenuto tecnologico e con determinati requisiti tecnici, generando un credito d’ imposta pari al 40%. Appare, quindi, utile per i medici ma, anche e soprattutto, per il servizio sanitario, considerare la possibilità della costituzione delle società tra professionisti quale criterio corretto e garantito. Sollevando i camici bianchi, così, dallo spettro della dipendenza, e convergendo nella necessità di ripensare la professione che deve essere al passo con i tempi e con i cambiamenti.

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