Medici di famiglia per riempire le Case di comunità e dal pediatra fino a 18 anni
Tra due mesi aprono oltre mille strutture e l'Europa dovrà verificarne il funzionamento, ma il decreto di Schillaci parte in salita: no dei camici bianchi e crepe nella maggioranza
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Lo spettro delle “scatole vuote” si avvicina. Tra poco più di 60 giorni in Italia dovranno essere a regime - se tutto andrà bene - oltre mille Case di comunità, i nuovi maxi ambulatori finanziati con 2 miliardi dal Pnrr che dovranno fornire servizi come visite mediche (anche specialistiche), primi esami diagnostici e prevenzione (dalle vaccinazioni agli stili di vita) e anche la telemedicina.
E se si prendono per buoni gli ultimi dati di Agenas che risalgono a dicembre scorso al momento solo il 4% di queste strutture nate per assicurare una Sanità più vicina al cittadino, scottato dagli anni del Covid, fornisce tutti i servizi previsti per legge.
Servizi col contagocce che vedono il vulnus principale nella presenza striminzita di medici e infermieri che dovrebbero essere il primo motore di queste nuove strutture della Sanità territoriale.
Un horror vacui contro il quale il ministro della Salute Orazio Schillaci ha deciso di intervenire in extremis, praticamente ai tempi supplementari, con una soluzione tampone che potrebbe assicurare però il risultato. Perché l'Europa che dovrà controllare se abbiamo speso bene i fondi del Pnrr non dovrà verificare solo che le nuove strutture (i muri) ci sono, ma anche che sono funzionanti e cioè con dentro il personale sanitario che lavora.
La soluzione proposta nei giorni scorsi da Schillaci alle Regioni è un decreto legge atteso a metà maggio in consiglio dei ministri di riforma dei medici di famiglia, categoria oggi con numeri sempre più ridotti - ne sono rimasti circa 38mila in Italia - a cui il ministro vuole “attingere” per provare se non a riempire almeno a popolare il più possibile le nuove Case di comunità che dovrebbero essere il perno della medicina territoriale.









