Il decreto in arrivo

Medici di famiglia per riempire le Case di comunità e dal pediatra fino a 18 anni

Tra due mesi aprono oltre mille strutture e l'Europa dovrà verificarne il funzionamento, ma il decreto di Schillaci parte in salita: no dei camici bianchi e crepe nella maggioranza

di Marzio Bartoloni

Inaugurazione della Casa della Comunità Villa Tiburtina. Lunedì 16 Febbraio, 2026.  (Photo by Valentina Stefanelli/Lapresse)

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Lo spettro delle “scatole vuote” si avvicina. Tra poco più di 60 giorni in Italia dovranno essere a regime - se tutto andrà bene - oltre mille Case di comunità, i nuovi maxi ambulatori finanziati con 2 miliardi dal Pnrr che dovranno fornire servizi come visite mediche (anche specialistiche), primi esami diagnostici e prevenzione (dalle vaccinazioni agli stili di vita) e anche la telemedicina.

E se si prendono per buoni gli ultimi dati di Agenas che risalgono a dicembre scorso al momento solo il 4% di queste strutture nate per assicurare una Sanità più vicina al cittadino, scottato dagli anni del Covid, fornisce tutti i servizi previsti per legge.

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Servizi col contagocce che vedono il vulnus principale nella presenza striminzita di medici e infermieri che dovrebbero essere il primo motore di queste nuove strutture della Sanità territoriale.

Un horror vacui contro il quale il ministro della Salute Orazio Schillaci ha deciso di intervenire in extremis, praticamente ai tempi supplementari, con una soluzione tampone che potrebbe assicurare però il risultato. Perché l'Europa che dovrà controllare se abbiamo speso bene i fondi del Pnrr non dovrà verificare solo che le nuove strutture (i muri) ci sono, ma anche che sono funzionanti e cioè con dentro il personale sanitario che lavora.

La soluzione proposta nei giorni scorsi da Schillaci alle Regioni è un decreto legge atteso a metà maggio in consiglio dei ministri di riforma dei medici di famiglia, categoria oggi con numeri sempre più ridotti - ne sono rimasti circa 38mila in Italia - a cui il ministro vuole “attingere” per provare se non a riempire almeno a popolare il più possibile le nuove Case di comunità che dovrebbero essere il perno della medicina territoriale.

L'annuncio ha scatenato però un diluvio di no da parte del mondo medico finora compatto, ma cresce il dissenso anche fin dentro la maggioranza - ieri Stefania Craxi presidente dei senatori di Forza Italia ha parlato di «pezza peggiore del buco» - e c'è chi come il Codacons prepara una mobilitazione civica per salvare i medici di famiglia.

Anche tra alcune Regioni serpeggiano le prime critiche.

Una partenza in salita che rischia di far fallire ogni progetto di riforma. Ma di quale rivoluzione si tratta? in realtà la bozza di decreto che circola in queste ore e che è stata condivisa con le Regioni propone di fatto un doppio canale: quello ordinario che resta il canale principale e mantiene l'attuale convenzione dei medici di famiglia che rimangono così liberi professionisti nei propri ambulatori, anche se con un vincolo di un certo numero di ore da lavorare nelle Case di comunità che diventerebbe uno degli obiettivi attraverso i quali “pagare” il medico (non più in base solo al numero di assistiti). Il decreto proprio per popolare le Case di comunità introduce un “debito organizzativo minimo nazionale”, modulabile in base alla programmazione regionale, che prevede l'obbligo appunto di un certo numero di ore da trascorrere nelle nuove strutture.

E poi il secondo canale, quello nuovo, e cioè il passaggio alla dipendenza per tutti quei medici di famiglia che “volontariamente” lo sceglieranno e che sono in possesso di una specializzazione, requisito appunto per fare il medico nel Ssn.

A conti fatti la “trasmigrazione” verso la dipendenza - almeno nella prima fase della riforma - sarebbe limitata a contingenti veramente ridotti decisi in base ai fabbisogni delle Regioni, ma potrebbe dare una mano a far lavorare le nuove Case di comunità in particolare quelle “Hub” che dovrebbero assicurare servizi sette giorni su sette almeno 12 ore al giorno.

Tra le novità dell'ultima ora inserite nella bozza c'è anche il fatto che l'età per iscriversi dal pediatra sia estesa fino diciottesimo anno di età con il limite massimo di assistiti che diventa identico per medici e pediatri e cioè al massimo 1500.

I detrattori parlano però di un primo buco nella diga che aprirà in futuro a una dipendenza sempre più estesa.

L'articolo 6 della bozza di decreto regola la prima attuazione del canale dipendente. Asl e ospedali potranno assumere a tempo indeterminato, su base volontaria e nei limiti dei contingenti programmati, camici bianchi che già lavorano come medici di famiglia a patto che siano in possesso di diploma di specializzazione e pediatri di libera scelta. Le assunzioni saranno destinate prioritariamente alle Case della Comunità hub o ad altre considerate strategiche.

Nell'ultimo comma dello stesso articolo è poi previsto che trascorsi sei mesi dall'approvazione della nuova convenzione riformata, il medico e il pediatra convenzionati che hanno i requisiti dovranno decidere per il rapporto di dipendenza o per restare liberi professionisti in convenzione

Di sicuro c'è che l'alternativa al decreto resta quella della convenzione nazionale attuale dove si fissano le regole tra Ssn e medici di famiglia che però marcia molto lentamente: quella relativa al 2022-2024 è entrata in vigore solo a gennaio scorso e pochissime Regioni la stanno applicando come l'Emilia Romagna che ha fissato regole di ingaggio per far lavorare medici di famiglia associati dentro le nuove strutture.

La nuova convenzione 2025-2027 che dovrebbe entrare nel vivo di questi nodi è ancora lontana (non c'è neanche l'atto di indirizzo). E si torna al punto di partenza: chi troveranno gli italiani a visitarli dentro le oltre mille Case di comunità?

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