L’operazione

Maxi frode nella Grande distribuzione: cooperative fantasma, appalti finti e 166 milioni di fatture false

La Guardia di finanza, su delega della Procura di Napoli Nord, ha eseguito sequestri per oltre 30 milioni. Nel registro degli indagati 29 tra persone e società. Dipendenti sotto lo schiaffo: assunti da cooperative fantasma ma diretti dalla committente

di Redazione Roma

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Una frode fiscale da 166 milioni di euro in fatture ritenute false. Un sequestro preventivo complessivo superiore ai 30 milioni. Ventinove indagati, tra persone fisiche e società. È il quadro emerso dall’operazione condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Napoli, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura di Napoli Nord.

Al centro dell’inchiesta c’è il settore della grande distribuzione organizzata. Secondo l’ipotesi investigativa, il sistema sarebbe stato costruito su una rete di appalti simulati, consorzi privi di reale struttura imprenditoriale e cooperative create per schermare una somministrazione illecita di manodopera.

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La frode, secondo gli investigatori, avrebbe riguardato i servizi di logistica e movimentazione merci all’interno di un centro distributivo nell’area industriale di Aversa Nord.

Il meccanismo: appalti simulati e cooperative fantasma

Lo schema ricostruito dalla Guardia di finanza si articolava su più livelli. Una società committente, indicata come beneficiaria della frode, affidava formalmente i servizi di logistica a due consorzi. Quei consorzi, però, sarebbero stati privi di una vera struttura organizzativa. A loro volta, si appoggiavano a 18 cooperative costituite appositamente.

Erano queste cooperative ad assumere formalmente i lavoratori. Ma, secondo l’accusa, la gestione effettiva della forza lavoro era nelle mani della società committente.

Il punto centrale è proprio questo: ciò che sulla carta appariva come un appalto di servizi, nella sostanza sarebbe stato una somministrazione illecita di manodopera.

I lavoratori venivano impiegati nel centro distributivo e operavano, secondo gli investigatori, sotto la direzione e il controllo della committente. La società avrebbe gestito le attività attraverso sistemi informatici avanzati, capaci di impartire istruzioni operative e monitorare in tempo reale il lavoro dei dipendenti.

Un elemento considerato decisivo dagli inquirenti, perché indicherebbe l’esercizio concreto dei poteri tipici del datore di lavoro.

L’Iva usata per pagare il costo del lavoro

Il cuore della frode fiscale, secondo la ricostruzione investigativa, era il mancato versamento dell’Iva da parte delle cooperative fin dalla loro costituzione.

Le somme incassate non venivano destinate al pagamento dell’imposta, ma quasi esclusivamente agli stipendi e ai costi del personale. In questo modo, l’Iva diventava di fatto una leva per finanziare il costo del lavoro. Il risultato, secondo l’accusa, era un risparmio illecito per la società committente e un danno diretto per l’Erario.

Le fatture emesse dai consorzi sono ritenute inesistenti sotto due profili: soggettivo e giuridico. Soggettivo, perché sarebbero state emesse da soggetti diversi dai reali fornitori della manodopera.

Giuridico, perché riferite a contratti di appalto che, secondo gli investigatori, erano simulati e servivano a mascherare una somministrazione di lavoro non consentita. La società committente avrebbe poi detratto integralmente quell’Iva, ottenendo un indebito vantaggio fiscale.

Cooperative senza sedi, senza beni e gestite da prestanome

Le indagini, condotte con la collaborazione del Settore Contrasto Illeciti dell’Agenzia delle Entrate, riguardano gli anni d’imposta dal 2019 al 2025. Secondo quanto ricostruito, le cooperative non avevano una reale autonomia imprenditoriale. Sarebbero risultate inesistenti presso le sedi dichiarate, prive di utenze, senza beni e amministrate da prestanome. Non solo.

Gli adempimenti fiscali e societari sarebbero stati curati dagli stessi professionisti, confermando, secondo gli inquirenti, l’esistenza di una gestione unitaria. Il sistema prevedeva anche il trasferimento «in blocco» dei lavoratori da una cooperativa all’altra. Quando i debiti fiscali si accumulavano, la cooperativa veniva sostituita. I lavoratori passavano alla società successiva e l’attività continuava senza interruzioni. Una rotazione funzionale, secondo l’accusa, a lasciare indietro i debiti tributari e garantire continuità operativa alla filiera.

La regia unica e gli artifici contabili

Gli investigatori ritengono di aver individuato una regia accentrata dietro il sistema di consorzi e cooperative. La struttura, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe stata sostenuta anche da artifici contabili finalizzati a occultare le perdite, iscrivere ricavi fittizi e sottostimare i debiti verso l’Erario. Il quadro complessivo disegnato dall’indagine è quello di un sistema organizzato per abbattere il costo del lavoro, ridurre il carico fiscale e mantenere attiva la prestazione lavorativa attraverso società formalmente autonome, ma ritenute prive di reale consistenza imprenditoriale.

Il ravvedimento della società committente

Nel corso delle indagini, la società committente ha regolarizzato la propria posizione per gli anni d’imposta dal 2019 al 2024. La società ha presentato dichiarazioni integrative e versato imposte per 14.413.269,45 euro, oltre a interessi e sanzioni per 6.229.864,91 euro.

Anche per questo motivo, il sequestro preventivo eseguito nei confronti degli altri soggetti coinvolti è stato limitato a 14.564.502,67 euro. A tutte le società è stata contestata anche la responsabilità amministrativa degli enti prevista dal Decreto legislativo 231 del 2001.

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