Industrie

Marzotto, la storia e il futuro del tessile italiano passano da custodia e innovazione

Incontro con l’ad del gruppo Davide Favrin, fra investimenti record, attenzione alla filiera, sostenibilità e cura del territorio e della comunità: «È quello che facciamo da 190 anni»

di Chiara Beghelli

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VALDAGNO (Vicenza) - «Quello del tessuto e quello della terra sono mestieri molto simili: devi capire il momento, saper fare previsioni, avere fiducia»: è una delle tante lezioni che Davide Favrin ha imparato negli anni alla guida di Marzotto, il più grande gruppo tessile italiano e uno dei più antichi del Paese. Fondato da Luigi Marzotto come lanificio artigianale lungo le sponde del fiume Agno nel 1836, quando la zona apparteneva ancora al Lombardo-Veneto, nei 190 anni in cui si sono susseguite generazioni di imprenditori coraggiosi e visionari, che hanno contribuito a scrivere la storia economica italiana, è diventato un gruppo da circa 300 milioni di euro, 3.500 collaboratori, stabilimenti in quattro Paesi e dieci marchi, da Guabello a Lanerossi, Fratelli Tallia di Delfino e Tessuti di Sondrio.

Davide Favrin, ceo di Marzotto dal 2018, ne è anche proprietario dal 2024

Favrin è amministratore delegato del gruppo dal 2018 e due anni fa, rilevandone la maggioranza, è diventato il primo proprietario privo del cognome Marzotto. Una sfida, una responsabilità, fra passato e futuro che si inseguono negli spazi dello storico stabilimento, fra le palazzine d’inizio secolo con moquette, busti e arredi vintage, e in quelli, del tutto contemporanei del nuovo Archivio Tessile Marzotto, che custodisce oltre mille volumi recuperati, restaurati, catalogati: «Era uno spazio in disuso – sottolinea Favrin –, ora per noi è un nuovo modo di raccontarci, soprattutto alle nuove generazioni che non conoscono l’industria tessile. Abbiamo infatti molti progetti dedicati alle scuole, anche se l’archivio è pensato come un patrimonio aperto a tutti».

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Per le aziende tessili raccontarsi è cruciale, ma difficile. Si potrebbe tornare alle cartelle stampa degli anni Settanta, dove gli stilisti, come Walter Albini, indicavano anche chi produceva i tessuti per le loro collezioni?
«Sarebbe utile, ma oggi funzionano soprattutto i temi legati alla sostenibilità. Per noi è naturale e necessaria e la perseguiamo in tutte le fasi della nostra lunga filiera, dalla balla di lana al tessuto finito. I consumatori e le aziende sono sempre più interessati a questi aspetti, i primi per capire in cosa stanno spendendo i loro soldi, i secondi per dare valore ai loro prodotti. Credo che questo canale sarà sempre più importante per farci conoscere e apprezzare».

Il nuovo Archivio Tessile Marzotto custodisce oltre 1000 volumi

Il momento è complesso, non solo per la tessitura. Come sta andando il gruppo Marzotto? 
«Pur con diverse cause, le crisi si susseguono una dopo l’altra, dando vita a una crisi continua, strutturale, che dobbiamo saper gestire. Noi però stiamo andando bene, nell’ultimo anno abbiamo registrato un ebitda di 23 milioni. Dopo il Covid abbiamo deciso di puntare ancora di più sull’alta qualità, una scelta che sta pagando, come quella di dismettere attività purtroppo non più redditizie o che non fanno parte del nostro core business».

Da Chanel a Hermès, negli ultimi anni molti gruppi e marchi sono entrati nel capitale di aziende tessili italiane, per preservarne la produzione, a volte a rischio. Per voi è un impegno che portate avanti da decenni.
«
Sì, è una nostra caratteristica e anche un punto di forza: la maggior parte delle aziende ha un solo marchio, noi ne abbiamo diversi, e ne manteniamo le peculiarità, anche se questo implica costi superiori: non abbiamo un solo disegnatore, un solo responsabile commerciale per tutti i marchi del gruppo. Questo approccio ci permette peraltro di poter essere in equilibrio in momenti di difficoltà: per esempio, durante il Covid, Ratti (il setificio di cui Marzotto controlla la maggioranza, ndr) andava molto bene e Marzotto perdeva il 20%. Ora Ratti è in difficoltà, a causa della crisi del lusso, ma noi la sosteniamo. È un’azienda punto di riferimento per la seta, ha un grande valore intrinseco».

Negli anni Cinquanta Marzotto iniziò a proporre anche una linea di abbigliamento

È una strategia quasi “politica” di sostegno al tessile italiano, replicata anche con gli investimenti nel Linificio e Canapificio Nazionale.
«Un’altra realtà con una lunga storia e un grande prestigio, che abbiamo deciso di custodire con attenzione, anche se il lino europeo è ormai in via d’estinzione e produrlo è molto complicato, viste le enormi oscillazioni di prezzo della fibra. Ma appunto, siamo grandi e organizzati abbastanza per poterlo fare».

Altre acquisizioni in programma?
«
Siamo sempre aperti a nuove opportunità, vedremo. Vorrei sottolineare, però, che siamo interessati solo ad aziende italiane, perché le vere eccellenze si trovano solo nel nostro Paese. Quando si vive un buon momento, come questo, bisogna investire, avere coraggio. E noi, fra 2025 e 2029, investiremo 100 milioni, il più ambizioso programma di sempre».

Dove saranno diretti?
«
Soprattutto in nuovi sistemi informativi, che ci permettano di rispondere meglio alle richieste del mercato, e in sostenibilità, per esempio in telai più efficienti, ma anche prodotti migliori, come il nuovo tessuto di lana bi-strech senza elastomero, che dunque può essere riciclato facilmente».

Lo storico stabilimento di Valdagno, che mantiene lo stesso perimetro dal 1927

Diceva che fare tessuti e prendersi cura della terra sono mestieri molto simili. Marzotto ha dato forma a queste terre anche dal punto di vista urbanistico, edificando la Città sociale negli anni Trenta. Oggi che rapporto avete con la comunità di Valdagno?
«Nel nostro stabilimento, che peraltro mantiene lo stesso perimetro del 1927, lavorano circa 500 persone di Valdagno, la popolazione ha con l’azienda un rapporto che dura da generazioni. Anche questo ci dà valore e ispira nuovi progetti, come l’archivio, ma anche quello che stiamo sviluppando con Edison: recuperando il “cippato” (una biomassa, ndr) dai boschi della zona, ora quasi abbandonati, e usando parte del nostro stabilimento, porteremo in città energia a prezzi scontati. Un atto di cura, come da sempre».

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