Marilyn Monroe, i 100 anni della diva di Warhol
Il padre della Pop Art ne fece un’icona. E viceversa: lui era ancora sconosciuto quando iniziò a dipingerla
4' di lettura
I punti chiave
4' di lettura
Se c’è un volto che incarna inamovibilmente il XX secolo dell’arte, è quello di Marilyn Monroe (al secolo Norma Jeane Mortenson Baker, 1926-1962), che il 1° giugno 2026 avrebbe compiuto 100 anni. O meglio: l’icona che Andy Warhol (1928-1987) ne fece, a partire da un primo piano dell’attrice tratto dal film «Niagara» (1953; lo scatto è del fotografo di scena Gene Kornman). La tragica dipartita della diva segna una cesura nella vita dell’artista, all’epoca ancora relativamente sconosciuto: da quel momento e per i successivi due anni, Andrew Warhola Jr. inizia a riprodurne il volto ossessivamente, con la tecnica della serigrafia, allora nuova per lui: saranno oltre 50 le opere che le dedicherà.
Fra le primissime, il «Marilyn Diptych» (1962), che si trova alla Tate Modern di Londra: metà a colori, metà in bianco e nero, vede il volto della diva sparire in dissolvenza, metafora dell’esaustione post sfruttamento mediatico. Poi la «Gold Marilyn Monroe» (1962), scintillante come un’icona bizantina (appunto): la avrebbe acquistata lo stesso anno l’architetto Philip Johnson (1908-2005), per poi donarla al MoMA. Risale al 1962 anche «Marilyn Monroe’s Lips», lavoro conservato allo Smithsonian di Washington.
I ritratti di Andy Warhol a Marilyn, le opere d’arte più costose del XX secolo
Ma è anche il successo di mercato, oltre che quello museale, a sancire lo status del ritratto warholiano. È, infatti, una Marilyn di Warhol l’opera più costosa del XX secolo (e la seconda in assoluto, dopo il «Salvator Mundi» attribuito a Leonardo): la «Orange Marilyn» del 1964. Faceva parte della magnifica collezione personale del magnate di Condé Nast Samuel Irving Newhouse Jr. (1927-2017), pure protagonista del successo delle aste dello scorso maggio. Gli eredi si sono affrettati a venderla nel 2018 a Kenneth C. Griffin, fondatore e ceo dell’hedge fund Citadel Llc; e il tempismo ha dato loro ragione: in trattativa privata, il miliardario della finanza ha sborsato quelli che allora erano 225 milioni di dollari (la cifra esatta in realtà non è nota: si sa che era nell’intorno dei 200-250 milioni di dollari). Oggi, considerando l’inflazione, 225 milioni di dollari sarebbero circa 284-292 milioni. La cifra supera ampiamente i 236 milioni pagati lo scorso anno per il «Ritratto di Elisabeth Lederer» di Gustav Klimt da Sotheby’s. Come dimenticare poi la «Shot Sage Blue Marilyn», i cui 195 milioni di dollari in asta da Christie’s nel maggio 2022 oggi sarebbero circa 221. L’acquirente in quel caso fu uno dei galleristi più potenti al mondo, Larry Gagosian (non è noto se per sé o per un cliente).
L’aneddoto della sparatoria
C’è un evento che accomuna entrambe le opere, la arancione e la verde salvia. Nel 1964, la controversa performer Dorothy Podber (1932-2008) visitò la Factory di Warhol. Scorgendo alcuni dei variopinti ritratti di Marilyn, chiese a Warhol se potesse «shoot them». Lui acconsentì: del resto quel verbo in inglese significa tanto «fotografare» che «sparare». Peccato che Podber si riferisse al significato meno pacifico della parola: estrasse una pistola dalla borsa e sparò ai dipinti delle Marilyn proprio in mezzo agli occhi; delle cinque opere presenti, solo la «Sage Blue» si salvò (di qui il suo nome); le altre vennero restaurate e sono nel complesso note come le «Shot Marilyns», ricercatissime. La «Shot Red Marilyn»» fu venduta nel lontano 1989 per 4 milioni di dollari, allora un prezzo record per un Warhol.
La valenza simbolica della serigrafia, più qualche coincidenza
La tecnica della serigrafia permetteva al padre della Pop Art di ottenere «la stessa immagine, leggermente diversa ogni volta», come scrisse lui stesso. Per i dipinti di Marilyn, Warhol applicava la pittura sulla tela prima della serigrafia: il colore di fondo, con i contorni della testa e delle spalle, l’ombretto, le labbra e il volto. La diversità era data dal leggero disallineamento che si verificava ogni volta tra il colore e l’immagine serigrafata, e da occasionali macchie di pittura. Ciascuna immagine richiedeva cinque telai: uno per la replica dell’immagine fotografica e gli altri quattro per le aree di colore. L’ossessività della riproduzione iconografica, tutto fuorché perfetta, costituisce una sorta di umanizzazione della diva in un contesto di adorazione divorante.








