L’anniversario

Marco Rubio accende la miccia sui fatti di Tienanmen e mette in bilico i rapporti tra Washington e Pechino

Il segretario di Stato Usa critica la censura cinese sui fatti di Tiananmen, scatenando la reazione dura di Pechino

di Rita Fatiguso

Pechino, Cina - Piazza Tiananmen, che prende il nome dalla porta Tiananmen della Città Proibita, è una delle piazze urbane più grandi al mondo coward_lion - stock.adobe.com

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Nell’anniversario dei fatti di Piazza Tienanmen, 4 giugno del 1989, il segretario di Stato americano Marco Rubio getta benzina sul fuoco nei rapporti con la Cina sostenendo che «la censura non avrebbe potuto “cancellare” la repressione del 1989».

Quei fatti accaduti 37 anni fa, proteste di massa alle quali le autorità reagirono con forza per ristabilire lo status quo, sono ancora oggi un tema controverso in Cina, al punto che ogni menzione è vietata.

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La reazione di Pechino

Una damnatio memoriae che cozza con le dichiarazioni estremamente impegnative in un momento in cui Usa e Cina cercano, dopo il recente summit di Pechino il mese scorso, di ristabilire un ragionevole equilibrio nelle relazioni bilaterali.

Tanto è bastato, infatti, nelle parole di Rubio, a scatenare le reazioni del Governo cinese che ha replicato in maniera secca attraverso la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning. «Le osservazioni errate formulate dalla parte statunitense distorcono i fatti storici – ha detto -, diffamano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina e costituiscono un’ingerenza negli affari interni del Paese». «La Cina - ha concluso la portavoce - è fortemente insoddisfatta di ciò».

Il governo cinese non ha mai riconosciuto gli eventi che circondano il massacro di Tiananmen e vieta ogni forma di commemorazione.

Cina, Pechino a Rubio: "Smetta di interferire negli affari interni"

La storia di Rubio con la Cina

C’e’ di più. Marco Rubio ha una lunga e controversa storia personale nei rapporti con la Cina, è stato bandito e sanzionato due volte da Pechino nel 2020 per le sue dure posizioni sulle violazioni dei diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang.

Nel maggio 2026, per permettergli di uscire dalla black list e di partecipare al Summit ufficiale con Donald Trump a Pechino, le autorità cinesi hanno fatto i salti mortali.

Le ipotesi si sono rincorse, i cinesi avrebbero utilizzato l’espediente di modificare la traslitterazione del suo cognome nei registri ufficiali in “Marco Lu” (o “Lubio”), lasciando tecnicamente la sanzione sul vecchio nome ma consentendogli di entrare nel Paese. Dal momento che si tratterebbe di un escamotage parecchio ardito, sembra che il disco verde sia stato consentito dall’aver inquadrato le sue dichiarazioni in una fase precedente all’assunzione dell’incarico di segretario di Stato.

Il parallelo con Pelosi

In ogni caso, stranamente, la posizione del repubblicano Rubio ricalca quella dell’ex presidente della Camera Nancy Pelosi, democratica, che nell’agosto del 2022 volle incontrare a tutti i costi la leader del partito separatista di Taiwan Ing tsai wen a Taipei, il che portò lo Stretto di Taiwan sull’orlo della guerra.

Pasionaria dei diritti umani gia’ nel 1991, a due anni dai fatti di Piazza Tiananmen, Pelosi si allontanò dalle sue scorte ufficiali a Pechino per stendere uno striscione dipinto a mano in Piazza Tiananmen con la scritta “A coloro che sono morti per la democrazia in Cina”.

La polizia cinese intervenne rapidamente, costrinse la delegazione congressuale a lasciare il gruppo. Da allora in poi Pelosi non ha mai smesso di criticare la Cina.

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