Presidente del patto di sindacato Mediobanca, consigliere Generali, in molti cda, oggi alla guida del Piccolo Teatro di Milano

Marchetti, l’arbitro dell’alta finanza: «Il capitalismo è sempre meno sociale»

A tu per tu col notaio, che per tutta la vita è stato a contatto con i poteri forti, ma «sempre con la giusta distanza»

di Raffaella Calandra

Piergaetano Marchetti @elena di vincenzo

6' di lettura

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I punti chiave

  • Il padre in tv con Mike
  • Tanti incarichi di potere
  • La «militanza civile della cultura»
  • A proposito del modello Milano
  • Padoa Schioppa e la frase sulle tasse
  • La Mediobanca di ieri e di oggi
  • La riforma dei mercati capitali
  • Europa unita e allargata
  • Il potere oggi
  • I cambi di generazione nelle imprese
  • La cultura, lo snobismo e la musica di oggi
  • Il futuro ha un cuore antico

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C’è una frase che Piergaetano Marchetti lascia cadere a conclusione dell’incontro: «Il futuro ha un cuore antico». E la citazione di Carlo Levi diventa il filo conduttore dell’intera conversazione. Quando scandisce queste sette parole è come se idealmente unisse gli esempi del padre notaio - il primo in tv con Mike Buongiorno - e della madre insegnante con la terzietà orgogliosamente rivendicata nel suo ruolo di arbitro della finanza italiana.

Il padre in tv con Mike

Un notaio che ha conosciuto il potere da vicino, ma sempre con la giusta distanza. «Un professionista deve assistere con il massimo scrupolo, ma mai identificarsi con il cliente, cui deve sottoporre anche dubbi o disaccordi». Così niente golf club né yacht per inviti vip. Piuttosto, dice pensando a Dario Fo, la ricerca «di autoironia: chi ha distanza da sé riesce ad averla anche dagli altri».

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Tanti incarichi di potere

Milanese, classe 1939, Piergaetano Marchetti ha rivestito molti ruoli nella sua vita: presidente del patto di sindacato di Mediobanca, consigliere Generali, nei cda di Bpm, Saipem, Artemide, La Nave di Teseo, presidente Rcs e Fondazione Corriere della Sera, superconsulente di Guido Rossi nella creazione della Consob, membro del Comitato per le privatizzazioni, ai tempi in cui Carlo Azeglio Ciampi era a Palazzo Chigi e Mario Draghi al Tesoro. E poi ideatore e presidente di Bookcity e ora del Piccolo Teatro di Milano. Ma di un titolo più di tutti va fiero, professore in diritto commerciale all’Università Bocconi. 

La «militanza civile della cultura»

Strenuo paladino di un’ «attività culturale come militanza civile» ricorda di aver voluto «con Bookcity insieme alla Fondazione Cariplo programmi volti alla lotta alla povertà educativa, che è garanzia di dignità individuale, mobilità sociale, ma pure di sicurezza. Anche al Piccolo siamo fedeli al motto di un teatro d’arte per tutti». Le guglie del Duomo e la Madonnina quasi si toccano al di là delle tende della sala riunioni dello studio, nel cuore di Milano, che «resta un esperimento positivo di città europea, pur con qualche inevitabile disarmonia in una città che ha registrato una così forte crescita, a cominciare dal welfare per i giovani».

A proposito del modello Milano

Marchetti non si inserisce nel coro dei critici, perché «Milano resta città di occasioni e cultura, con otto università, tantissimi studenti stranieri e nulla da invidiare, quanto a mostre o lirica, a Parigi». Così il profilo del futuro aspirante sindaco dovrà «essere all’altezza della gestione di organizzazioni complesse», avere visione e saper «coniugare vocazione internazionale e sensibilità verso le fasce deboli». Tenere insieme l’attrazione di capitali esteri con progetti come la BEIC, un grande centro di informazione, cultura e coesione sociale. «Il bacino di candidati nel mondo dell’università e delle professioni è ricco», sussurra mentre sorseggia acqua. I bicchieri hanno il logo Marchetti, unica deviazione ad un understatement dominante. Quindi un civico? Non esclude in realtà neanche un rappresentante della buona politica, uomo o donna che sia.

Padoa Schioppa e la frase sulle tasse

Sono pochi i nomi che Piergaetano Marchetti fa in questo colloquio, per lo più figure istituzionali o amici di una vita come Tommaso Padoa Schioppa. «Mi diceva tu sei la cosa più simile ad un fratello. Le nostre madri si frequentavano dai tempi del liceo, lui era più giovane di me di pochi mesi, siamo cresciuti insieme. Aveva uno straordinario rigore morale». Quello che lo porterà ad affermare che «pagare le tasse è bello». È il contributo dei singoli alla rimozione degli ostacoli, come vuole la Costituzione, per il pieno sviluppo di ogni persona. Come i ragazzi delle periferie, dove per un po’ ha insegnato la moglie, Ada Gigli. «Condivido pienamente quella frase e resto scandalizzato quando la si sbeffeggia. È un esempio di moralità laica: pagare le tasse significa minori liste d’attesa negli ospedali, più insegnanti, più sicurezza. Un concetto in Italia poco radicato». Rigore e moralità sono tratti riconosciuti anche di Marchetti: in mezzo secolo a tu per tu con la finanza mai un’ombra. Non ci sono endorsement né per il futuro sindaco di Milano né per il prossimo presidente Consob, l’istituzione di cui accompagnò la nascita dopo i tempi di Michele Sindona e altri «venditori di cieli azzurri», per riprendere una sua espressione. «Ci sono stati alti e bassi, ma ha funzionato. Quanto a trasparenza è cambiata radicalmente in positivo».

La Mediobanca di ieri e di oggi

Dal suo studio, via Filodrammarici è ad un soffio. Era un’altra Italia quella in cui Marchetti era di casa nella Mediobanca di Enrico Cuccia in cui sedevano Gianni Agnelli, Leopoldo Pirelli, Vincenzo Maranghi o i Pesenti e altri ancora. Nel 2014 da quell’indirizzo partì una copertina dell’Economist sul «Capitalismo all’italiana». Oggi la piazzetta è intitolata a Cuccia e Mps ha scalato la prima banca d’affari. Sulle ultime vicende non si sbilancia l’ex consulente della Mediobanca del passato. Aggiunge solo che «allora vi erano grandi imprese legate a singoli nomi, che facevano riferimento a punti comuni di incontro. Adesso questa pluralità è venuta meno ed è anche logico che chi nel passato aveva questo ruolo sia tramontato. Probabilmente oggi i punti di riferimento sono altri: banche emergenti o risorgenti e imprese di Stato. C’è un ritorno dell’imprenditoria pubblica molto significativo. Non è detto che vada male: le società quotate in borsa con il Tesoro in una posizione di maggioranza relativa, allo stato hanno ottimi rendimenti».

La riforma dei mercati capitali

Nell’ultima riforma dei mercati capitali, riconosce «gli sforzi per rendere più attraente la quotazione anche per piccole e medie imprese», ma a suo parere sarebbe auspicabile «un mercato unico, per superare frazionamenti, regolamenti diversi delle borse e di schemi di società». La sua proposta è seguire la strada indicata nei rapporti di Draghi e Letta: «Una regolamentazione sovranazionale adottata dalle imprese e permettere la migrazione in tutto il mercato Ue». Un’urgenza «nella situazione geopolitica attuale, dove fondamentale è la compattezza europea». Un concetto che ritorna perché «ci sono sfide, compresa quella dell’appetibilità dei mercati, che trascendono i singoli Stati. Quindi ben venga la riforma, ma occorre andare avanti sul piano europeo».

Europa unita e allargata

Strenuo paladino dell’Europa unita e del suo allargamento, Marchetti professa il suo credo nel progetto di un federalismo di Stati. «Era molto caro a Ciampi, di cui ho un ricordo di grande ammirazione. Andavo in Banca d’Italia a trovare Padoa Schioppa o a prestare la mia consulenza e talora, anche prendendo un caffè, l’Europa era un tema ricorrente. Ciampi amava ripetere: io amo la mia città, sono fiero di essere italiano e europeo. Si hanno affetti e legami plurimi. Padre Enzo Bianchi diceva: «pensate che brutto essere tutti uguali. Una distesa di pioppi: è così bello invece il bosco con tante diversità». Il valore delle diversità. Riflessioni rare in tempi di sovranismi. E di un potere che a livello internazionale risiede sempre più nelle bigh tech. «Hanno cambiato orientamento sullo sviluppo sostenibile, improvvisamente sono schierati al fianco della Presidenza Usa, anche se si registrano segni di perplessità». La giusta distanza.

Il potere oggi

Ma cos’è il potere oggi? «Bel problema», sospira l’uomo che ha sempre rifiutato di essere annoverato tra i poteri forti. Si prende una pausa, poi l’identikit: «Il potere risiede in persone e centri con una forte posizione economica e una fitta rete di relazioni comprese quelle con chi, di volta in volta, è al governo». Quanto al capitalismo, resta «di relazione», ma «si sta attenuando la componente sociale, di cui eravamo fieri in Europa. Dobbiamo tenerci stretta quest’Europa che è ancora baluardo di un capitalismo con una forte dose di socialità».

I cambi di generazione nelle imprese

Nel mondo economico finanziario italiano non poche imprese affrontano a fatica il cambio generazionale: «C’è una scarsa tendenza a capire che dopo l’era della fondazione, ci vuole qualcuno che di mestiere sappia gestire l’impresa. Non è detto che le seconde e terze generazioni abbiano le stesse capacità e allora capita che arrivi un fondo americano e vendono. Ma dipende anche dall’educazione: alcuni fanno fare la gavetta ai figli, altri li mandano da subito nel jet set».

La cultura, lo snobismo e la musica di oggi

Marchetti usa «poche parole, sempre puntuali e decisive, senza sfoggio di primazia», come lui stesso ebbe a dire del collega della Bocconi Luigi Guatri. E alla domanda sul suo principale rammarico, la risposta è anch’essa controcorrente: «Non aver potuto approfondire molti campi del sapere preso dall’ affanno della quotidianità». Non gli appartiene la nostalgia dei bei tempi andati, come lo snobismo di chi «caso mai si commuove ascoltando musica classica, ma poi ignora o ironizza sulla produzioni contemporanee: il padre dei Verri criticava i figli che non portavano più parrucca e codino». Di certo non accetta neppure che chi è chiamato oggi a «programmare l’AI, capace tra l’altro di profilare gli utenti, non abbia letto i classici che ti permettono di conoscere l’uomo. Bisogna capire quello che c’è dietro, ma essere curiosi verso quanto è avanti a noi». Il futuro ha un cuore antico.

Il futuro ha un cuore antico

A 86 anni il pensiero di chi è stato per tutta la vita crocevia di una Milano che da quassù offre tutte le sue mille diverse facce «non è turbato dalla paura di morire, ma dal rammarico di non poter progettare. E allora vado a trovare Giovanni Bazoli: a 93 anni ha continuamente idee». Il futuro ha un cuore antico.

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