Milano

Mapplethorpe tra desiderio, censura e mercato in espansione

Fino al 17 maggio nelle sale di Palazzo Reale riunisce un’ampia selezione delle opere. Le battaglie legali e il suo mercato

di Giuditta Giardini

Dettaglio di “Thomas”, 1987, Photo courtesy of the Robert Mapplethorpe Foundation

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Per la prima volta Milano ospita una grande retrospettiva dedicata a Robert Mapplethorpe. Dal 29 gennaio al 17 maggio 2026, le sale di Palazzo Reale accolgono“Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio”, una mostra che riunisce un’ampia selezione delle opere più iconiche, potenti e anticonformiste del fotografo statunitense, arricchita da una significativa raccolta di scatti inediti.

Thomas and Dovanna, 1986 © Robert Mapplethorpe Foundation.

L’artista

Nato a New York nel 1946 e morto a Boston nel 1989, a soli 42 anni, Mapplethorpe è stato uno degli interpreti più incisivi della controcultura tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando la creatività si fa gesto politico e le arti si fondono in nuovi linguaggi di libertà e identità sessuale e affermazione individuale. La sua fotografia, iniziata quasi per gioco,per sperimentazione personale, con una Polaroid, diventa presto una vera e propria vocazione, esercitata con una precisione quasi marmorea, applicata a soggetti che all’epoca erano considerati marginali o sotterranei.

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Patti Smith, 1986 © Robert Mapplethorpe Foundation.

La trilogia italiana

Milano rappresenta la seconda tappa di una trilogia espositiva che ha preso avvio a Venezia, dedicata al “classico”, e che proseguirà a Roma con il tema del “bello”. Il capitolo milanese è incentrato sul “desiderio” e sulla sua resa estetica: protagonisti sono i suoi celebri nudi, sensuali e rigorosi, caratterizzati da una perfezione formale che richiama una sorta di mimesi greca e olimpica. La muscolatura, la tensione fisica, il corpo scolpito dalla luce e dai contrasti diventano il mezzo privilegiato per sublimare la sua indagine artistica. Gli accostamenti delle opere, che non seguono un ordine cronologico, sono carichi di tensione erotica e si stagliano su un fondale pastello, innocente.«Autodidatta – sottolinea il curatore Denis Curti – Mapplethorpe riceve nel 1975 da Sam Wagstaff, suo mentore e compagno, la prima Hasselblad, la macchina a medio formato che gli consente di ottenere quella precisione scultorea e quei bianchi e neri perfetti per cui è oggi universalmente conosciuto. L’obiettivo della mostra è ricollocarlo nella dimensione della fotografia più alta, tra i più importanti fotografi del XX secolo, oltre la provocazione e oltre la censura».
La costruzione di un percorso così ampio è stata possibile grazie alla collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York, fondata dallo stesso artista nel 1988,pochi mesi prima della sua morte, non solo per tutelarne l’opera, ma anche per sostenere la ricerca medica e i progetti legati alla lotta contro l’HIV.
Il percorso espositivo milanese si articola in diverse sezioni tematiche e riunisce oltre 200opere, ripercorrendo l’intera evoluzione del suo linguaggio: dagli esordi sperimentali alle nature morte floreali, dai ritratti di artisti, musicisti e intellettuali alla maturità stilistica segnata dai celebri studi sul corpo maschile.

Ken, Lydia and Tyler, 1985 © Robert Mapplethorpe Foundation.

Il case-study

La vicenda artistica di Mapplethorpe è, infatti, indissolubilmente legata alle controversie giuridiche. Uno dei processi, svoltosi nel 1990, riguardò 7 fotografie (su 175) della- retrospettiva «The Perfect Moment» al Cincinnati Contemporary Arts Center (CAC) e vide come imputati il CAC e il suo direttore, Dennis Barrie accusati di aver esposto materiale pornografico ai sensi della legge dell’Ohio. La difesa invocò il primo emendamento della Costituzione Usa (la libertà artistica) e il valore estetico delle opere. L’assoluzione finale del CAC e di Barrie alimentò un ampio dibattito sul rapporto tra l’arte, l’osceno e il finanziamento pubblico della cultura negli Stati Uniti, nel contesto del crescente conservatorismo politico dei primi anni ’90.

Fiori, 1983 © Robert Mapplethorpe Foundation.

Il collezionismo

Questo trittico espositivo consente oggi al collezionismo italiano di confrontarsi con un autore complesso e divisivo, o di scoprirlo per la prima volta.In Italia, Mapplethorpe è rappresentato dalla galleria Franco Noero di Torino, che ha presentato alcune opere dell’artista tra aprile e maggio 2025. Sul mercato internazionale, i suoi scatti più celebri raggiungono in asta stime comprese tra i 250 e i 350 mila dollari per le immagini più iconiche, come «Man in Polyester Suit» (1980), venduta da Sotheby’s New York nel 2015. Una parte della produzione si colloca, invece, in una fascia più accessibile, generalmente tra i 20 e i 50 mila dollari, mentre gli autoritratti si attestano frequentemente intorno ai 100 mila dollari. Aveva suscitato particolare clamore il suo (ultimo) «Self-Portrait» del 1988 che, nel 2017, da Christie’s, aveva superato i 700 mila dollari.
Le opere di Mapplethorpe sono oggi conservate nelle collezioni di alcuni tra i più importanti musei internazionali, tra cui il Museum of Modern Art (MoMA), il Centre Pompidou, la Tate, il Solomon R. Guggenheim Museum, il Whitney Museum of American Art, il Metropolitan Museum of Art, la National Gallery of Art di Washington, il Louisiana Museum of Modern Art, il MOCA di Los Angeles, il Dallas Museum of Art, il Museo Reina Sofía, l’Art Institute of Chicago e il Moderna Museet di Stoccolma. La retrospettiva milanese si inserisce così in un più ampio processo di rilettura critica e storica dell’opera di Mapplethorpe, oggi sempre più riconosciuta per il suo valore formale, la raffinatezza tecnica e la capacità di interrogare, ancora, il rapporto tra arte, identità e desiderio. Oltre lo scandalo, oltre l’etichetta di provocatore, emerge il ritratto di un autore centrale nella fotografia del Novecento.

Derrick Cross, 1985 © Robert Mapplethorpe Foundation.

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