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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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«Certo, il Catasto Teresiano, quello sì che funzionava, tutto quello che c’è di preciso viene da lì». Così mi dice il Geometra mentre appoggia sul tavolo le fotocopie del documento che mi ha portato: Mondonico. Allegato A. La casa si vede bene dentro quella protuberanza di linee chiuse che si stacca dal resto dell’abitato. Il nome della via è rimasto lo stesso, Via della Cà; il torrente è ben disegnato: Valle. Il timbro rotondo recita: “Amministrazione Catastale Milano 1905”. «Era un catasto geometrico particellare a base peritale». Il Geometra mi spiega che è da lì che viene ciò che abbiamo in mano: all’epoca, nel 1722, fecero delle misurazioni dettagliate, anche delle piccole proprietà, e stesero delle mappe aggiornate, una cosa minuziosa. Erano agrimensori di fuori, non lombardi, perché molti dei locali erano corrotti o compiacenti. «Lo completarono in un anno, mica come adesso… Naturalmente i nobili s’opposero: avrebbero tassato le loro proprietà che non erano mai state censite bene». Il pacchetto di fogli fotocopiati contiene una descrizione precisa, come se i disegni non bastassero. Scritti in una calligrafia elegante e tuttavia di non facile lettura, con svolazzi e lettere a volute, rappresentano a parole passo a passo la via, con le misure.
Ho chiesto al Geometra di recuperare questo documento per capire se il viottolo che passa davanti alla casa e poi l’aggira sia o no di competenza comunale. Nella mappa il gruppo di case, le due cascine, sono fuori dall’abitato vero e proprio. Tutto attorno c’è il bianco, che poi sarebbe la collina che sale, e il bosco attorno. Hic sunt leones, era scritto nelle antiche mappe. Leggo ad alta voce: “Strada della Cassina Cà che incomincia al lato di ponente dell’abitato di Mondonico, e, scorrendo fra Ponente e Tramontana passa sul Torrente Vallone di Campsirago…”. Tutte le proprietà hanno forme geometriche: rettangoli e quadrati di varia dimensione, e tutte hanno un numero che le contraddistingue.
“Mappa” è una parola d’origine punica, mi spiega il Geometra, e in alcune regioni indica la tovaglia o il tovagliolo, e il suo significato probabilmente era “panno”, di lino, poi è diventata la rappresentazione grafica di un territorio o di un terreno, dato che era eseguita su tela. «Oggi noi la chiamiamo mappa topografica, e topografia era una materia quando studiavo io». «Quindi questa non è una carta geografica, bensì una mappa?», domando. «Sì, si chiama così… è la base del mio mestiere». A proposito della carta disegnata sulla tela, mi viene in mente la storia di Didone: il re le disse di prendere tanta terra quanta potesse essere coperta da una pelle di bue e lei astutamente fece tante striscioline sottilissime, poi le unì fino a formare una corda, la stese attorno a una collina e lì fondò Cartagine. «Già – sospira il Geometra – è il famoso “problema di Didone” che riguarda l’isoperimetria, la tecnica per scoprire quale sia la figura geometrica che a parità di perimetro ha l’area maggiore. Di solito è un cerchio». Qui sulla carta di cerchi non ce ne sono. Le uniche cose che non seguono le linee rette sono il torrente e le strade: il primo ha l’andamento di un serpentello. «La geometria dei geometri non ama le linee curve?», gli domando. «Lei conosce la Mappa di Bedolina?». «Ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai vista», rispondo. «Ecco quella è la più antica mappa topografica del mondo. S’è conservata perché è incisa nella pietra». Il Geometra tira fuori il suo tablet e mi mostra l’immagine d’una roccia; si scorgono segni resi visibili dalla colorazione nera. La riconosco. Una volta l’avevo intravista su un libro di Emmanuel Anati dedicato ai Camuni. Il Geometra cerca altre informazioni sulla sua tavoletta elettronica.
Aggiunge che si tratta di una arenaria piana del Pleistocene lunga 9 metri e larga 4: le mani di geometri dell’Età del Bronzo e dell’Età del Ferro l’hanno scavata per tracciare l’analogo della carta che abbiamo ora qui sul tavolo. «Questi – indica col dito – sono dei pattern topografici, dei quadrati punteggiati e dei sentieri a zig zag, ma ci sono anche guerrieri, animali, capanne, abitazioni, e poi i motivi a coppella, come qui attorno nei boschi del Monte San Genesio e sul Monte Barro. Lì a Bedolina sul sasso c’è poi incisa la famosa Rosa Camuna». La Rosa è il simbolo della Lombardia, la propose un gruppo di grafici capeggiati da Bruno Munari. Sul visore la stilizzazione della carta di Bedolina, evidenziata dagli studiosi, mostra un disegno che somiglia a quello che descrive il territorio qui attorno. Campi coltivati e proprietà censite, e poi i percorsi che vanno dall’uno all’altro di questi rettangoli. «È stata realizzata 3.500 anni fa. Il docente di topografia ce l’ha mostrata una volta a lezione per farci capire cos’è una mappa, e come gli uomini hanno bisogno di rappresentare il territorio per possederlo. Prima di tutto è un fatto mentale, una forma d’ordine… da allora non me lo sono più dimenticato. Ho fatto questo mestiere, che a qualcuno può apparire arido, perché provo un gran piacere a guardare le mappe, più che le carte geografiche. Non mi piace viaggiare, mi piace conoscere il territorio dove abito e percorrerlo a piedi, misurarlo, fosse anche solo una piccola porzione, come qui da Lei. Capisco che sembra una mania, ma per me le mappe sono qualcosa di concreto, non solo di astratto. Mi ci ritrovo. Ci sono dentro io mentre le guardo e le percorro». Usando il mio computer portatile cerco altre informazioni sulla Mappa di Bedolina. Si trova a Capo di Monte, a metà della Val Camonica, nel parco d’arte rupestre. Una voce di enciclopedia che compulsiamo sul visore illuminato, spiega che è proprio una mappa topografica con tanto di definizioni catastali, simile a quella Teresiana; indica inoltre la capacità produttiva dei diversi campi, sono quei puntini fitti fitti. Invece per altri studiosi è una carta dell’altro mondo, che serve allo sciamano della tribù nel suo volo magico. Secondo altri studiosi ancora i suoi incisori hanno creato una carta tridimensionale, in cui si vedono i rilievi delle montagne utilizzando i rialzi della pietra: è un paesaggio dentro cui ci sono delle attività umane, qualcosa a metà strada tra una rappresentazione catastale e un quadro, meglio una scultura, dato che è incisa nella roccia. Molto più completa di quella che mi ha portato il Geometra, che è piatta. Glielo dico. «Vero – risponde – ma questa basta per capire se quella strada è comunale o meno, e alla fine è quello che le serve, no?».