Conti pubblici

Legge di bilancio: impatti delle nuove aliquote fiscali sui redditi e sulle imprese

La legge di bilancio aumenta Ires (+ 6 miliardi), Iva (1,6), accise (1,7) e tabacchi (1,5) per aprire margini ai tagli di tasse sul lavoro

di Marco Mobili, Gianni Trovati

(Imagoeconomica)

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Nei giorni in cui prende forma la legge di bilancio il dibattito politico si getta sui numeri. Ma nel caos delle polemiche, i milioni generati dall’aliquota sugli affitti brevi finiscono per pesare più dei miliardi chiesti ai dividendi delle aziende, la metro C di Roma fa litigare pubblicamente la maggioranza più dei maxi tagli chiesti a tutti i ministeri; e i connotati della manovra si perdono.

Recuperarli, però, non è impossibile. Basta mettere gli occhi sulle tabelle, ricche di informazioni quanto povere di lettori, e cercare in particolare lo «stato di previsione dell’entrata» (Tomo III, pagine 9 e seguenti dell’atto Senato 1689, per chi ne fosse incuriosito). Lì ci sono le cifre più importanti.

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Perché di tutte le voci principali, dall’Irpef all’imposta sulle società, dall’Iva alle accise, sono indicate le somme previste per i prossimi tre anni, e soprattutto è precisato in che misura vengono influenzate dalla legge di bilancio. Le entrate sono sempre il terreno cruciale per le scelte della politica: e quest’anno, nei margini strettissimi della finanza pubblica, lo sono ancora di più.

IL CONTO FISCALE DELLA MANOVRA

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La tabella allora si rivela efficace nel riassumere il dare-avere della legge di bilancio. Che fra 2026 e 2028 alleggerisce di 10 miliardi le imposte sui redditi, ma fa salire di 6 miliardi l’Ires delle aziende, spinge l’Iva per 1,6 miliardi e fa pagare pegno ai consumi di carburante con 1,7 miliardi di accise in più. Il dazio chiesto a fumatori e svapatori è misurato invece dalle «entrate da vendita di generi di monopolio», e vale 1,5 miliardi nel triennio coperto dalla legge di bilancio.

La priorità del «sostegno ai redditi» su cui hanno fatto a gara le dichiarazioni dei partiti di maggioranza si traduce negli 11,95 miliardi di Irpef in meno che il bilancio mette in calendario rispetto al gettito che ci sarebbe stato senza gli interventi della manovra. Cioè: non si pagherà meno Irpef in assoluto, ma gli incassi cresceranno meno di quanto sarebbe avvenuto senza la manovra.

Ad aumentare il ritmo di crescita sono invece le imposte sostitutive, per 2,2 miliardi, in un saldo che rimane quindi positivo per 9,75 miliardi e si spiega con molte delle misure ora all’esame del Senato. Che per esempio tolgono dall’imponibile dell’Irpef gli aumenti contrattuali per i lavoratori del privato con redditi fino a 28mila euro, o una quota di salario accessorio per i dipendenti pubblici che guadagnano fino a 50mila euro, e chiedono in cambio (con le «sostitutive», appunto) una tassa piatta, più leggera di quella ordinaria. Il taglio della seconda aliquota fa il resto, in un capitolo che numeri alla mano è il cuore vero di tutta la manovra.

Ma nulla è gratis, soprattutto in un Paese che ha in rapporto al Pil il secondo debito pubblico d’Europa (ma per il primato è solo questione di tempo, nemmeno troppo) e deve rispettare una rigida traiettoria dei conti concordata con Bruxelles. Oltre a dare, di conseguenza, la manovra chiede.

Lo evidenzia bene la linea dell’Ires, che si irrobustirà di 2,3 miliardi l’anno prossimo, di 3,1 miliardi nel 2027 mentre nel 2028 la differenza rispetto al tendenziale si riduce a 614 milioni. Lì si incontra una parte delle maggiori entrate strutturali chieste alle banche, chiamate anche ad anticipare nuove risorse con il rinvio ulteriore dei crediti sulle imposte differite, ma anche il conto presentato alle imprese, per esempio dal cambio di rotta sulla tassazione dei dividendi contestato da Forza Italia. L’orizzonte triennale esclude larga parte degli sconti riconosciuti alle aziende che investiranno dal ritorno degli ammortamenti «iper» e «super», che si scontano in un arco temporale più lungo.

Negli 1,6 miliardi di maggior gettito Iva si fanno sentire le regole antievasione introdotte con i controlli sprint grazie all’incrocio dei dati della fatturazione elettronica, degli scontrini telematici e delle liquidazioni periodiche (Lipe). L’etichetta ambientale accompagna il «riallineamento» delle accise fra benzina (scenderanno) e gasolio (saliranno), che grazie alla maggior diffusione dei motori diesel porterà in cassa 1,7 miliardi fra 2026 e 2028. Gli 1,5 miliardi di nuove entrate generate da tabacco e affini potrebbero essere invece motivate da nobili ragioni di tutela della salute.

Ma dal tabaccaio come al distributore, sono le coperture a dettare legge. Perché ogni scelta ha un costo, anche se negli anni del deficit facile si era finto il contrario.

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