Manager di ritorno: il passato è davvero una garanzia per il futuro?
I leader di successo devono dimostrare evoluzione e apprendimento oltre i risultati passati
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Nel calcio come nelle aziende, quando qualcosa non funziona la tentazione di tornare sui propri passi è forte. Un allenatore che ha già vinto, un manager che conosce l’ambiente, le persone e il mercato: affidarsi a una figura già collaudata può apparire come la scorciatoia più naturale quando serve ritrovare rapidamente direzione e risultati. Il ritorno di Roberto Mancini alla guida della Nazionale, con il “debutto” in programma venerdì 25 settembre nella sfida contro il Belgio per la fase a gironi della Uefa Nations League 2026-2027, offre lo spunto per interrogarsi su un fenomeno che va ben oltre il campo da gioco: che cosa succede quando un leader torna a guidare una squadra che aveva già conosciuto?
Chiedilo al Sole
Il parallelo tra sport e impresa è particolarmente interessante perché entrambi sono contesti nei quali le decisioni sulla leadership si consumano sotto pressione, con aspettative elevate e risultati spesso utilizzati come principale metro di giudizio. Ma scegliere un leader significa anche decidere chi dovrà guidare persone, definire priorità e dare forma al modo in cui un’organizzazione lavora. È da qui che parte la riflessione sui cosiddetti “manager di ritorno”: come scelgono, valutano e confermano i propri leader le imprese? E quando il ritorno di un manager può essere una scelta strategica di management anziché una scommessa sulla memoria del successo? Il calcio, con la sua esposizione mediatica e la rapidità con cui trasforma una vittoria o una sconfitta in un giudizio sull’allenatore, rende queste dinamiche particolarmente visibili. Nelle imprese avvengono in modo meno spettacolare, ma non per questo meno rilevante. Ne abbiamo parlato con Allison Howell, Ceo of Hogan Assessments.
Nel calcio può accadere che un allenatore di successo venga richiamato dopo un’esperienza precedente conclusa in modo non lineare. In azienda, quanto è rischioso affidare una posizione di vertice a un manager che ha già ottenuto grandi risultati nella stessa organizzazione ma che se ne è allontanato in modo problematico?
Un ritorno non è di per sé né positivo né rischioso. La domanda fondamentale è se i fattori che avevano portato alla precedente uscita siano realmente cambiati. Nel caso di Roberto Mancini alla guida della Nazionale Italiana, la questione è particolarmente interessante perché il suo primo mandato ha portato uno dei più grandi successi del calcio italiano recente – il Campionato Europeo nel 2021 – ma si è anche concluso con la delusione della mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali del 2022 e con un’uscita che ha generato un notevole dibattito e una certa frustrazione. Questi ricordi non scompaiono semplicemente perché un leader torna.
Che cosa dovrebbe quindi valutare un consiglio di amministrazione prima di decidere per un “ritorno”?
I Cda dovrebbero guardare oltre i successi passati: il leader ha imparato dall’esperienza? Le relazioni sono state ricostruite? L’organizzazione si è evoluta? Se le problematiche di fondo non sono state risolte, un ritorno può semplicemente ricreare le vecchie tensioni. I ritorni più riusciti si verificano quando sia il leader sia l’organizzazione considerano il secondo incarico come un nuovo capitolo, piuttosto che come un tentativo di rivivere il passato.
Quali segnali permettono di capire se un “secondo mandato” rappresenta una reale opportunità di rilancio o, al contrario, un limite per cambiare ciò che non funzionava in passato?
Uno degli indicatori più significativi è la capacità del leader di dimostrare di aver imparato dall’esperienza e di sapersi adattare, di applicare le lezioni dei successi precedenti a un ambiente diverso, a una squadra diversa e a un insieme diverso di sfide. I leader efficaci sono in grado di riflettere sulle vicende passate, individuare ciò che ha funzionato e modificare ciò che invece non ha funzionato. Se il racconto si concentra principalmente sul ripristino dei fasti pregressi, questo può essere un segnale d’allarme; al contrario, i secondi mandati che hanno successo comportano generalmente un’evoluzione, non una ripetizione. Il calcio offre esempi di entrambi gli esiti. Il ritorno di Luiz Felipe Scolari alla guida del Brasile è spesso citato come un caso emblematico, in negativo. Felipe Scolari aveva portato il Brasile alla vittoria del Mondiale nel 2002, ma quando è tornato in panchina in vista dei Mondiali del 2014, disputati in casa, le aspettative erano fortemente condizionate dai successi del passato. La storica sconfitta per 7-1 del Brasile contro la Germania in semifinale ha dimostrato come i successi precedenti non forniscano automaticamente le risposte alle nuove sfide.







