Sbagliando si impara

Manager, quando e come riconoscere l’errore nelle proprie decisioni

L’errore non è solo un’anomalia da correggere, ma una componente inevitabile e strutturale di ogni decisione. In ambito manageriale, la difficoltà sta nel riconoscere quando si è nel torto, spesso confuso con la sicurezza argomentativa

di Eva Campi*

(Adobe Stock)

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Come recita il titolo di questa rubrica: sbagliando si impara; ma che dire dell’ammettere di avere torto? Può questa consapevolezza evitare di commettere errori? Il problema dell’errore non è soltanto che accade. È che, mentre accade, assume l’aspetto rassicurante della ragione; impossibile, quindi, concepire il fatto di poter avere torto.

Nel management, come in molti altri contesti, l’errore viene spesso trattato come un’anomalia da gestire, prevenire, correggere e, se possibile, archiviare rapidamente. In realtà, contemplare l’idea di avere torto è una componente strutturale della decisione, basti ricordare che in statistica esiste un concetto necessario a spiegare questa idea: l’errore standard. Questa misura dell’incertezza non indica che una stima sia sbagliata, ma di quanto essa possa, ragionevolmente, discostarsi dalla realtà perché si tratta di una componente strutturale della misura, non un difetto da eliminare. Mutuando questo concetto nella presa di decisione, possiamo affermare che ogni scelta, come ogni stima, detiene intrinsecamente un proprio errore standard. Ignorarlo non lo riduce: lo sposta semplicemente nel futuro, quando i costi nascosti possono diventare visibili.

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Nella vita comune tutti noi, in definitiva, siamo poco bravi a considerare l’errore standard delle piccole e grandi decisioni che ci riguardano; tuttavia, facciamo i conti, ogni giorno, con il fatto che l’atto stesso di decidere si fondi su informazioni incomplete, interpretazioni parziali e convinzioni che, nel momento in cui vengono formulate, appaiono corrette.

Kathryn Schulz, editorialista del New Yorker ed autrice di Being Wrong, Adventures in the Margin of Errors, osserva che essere nel torto non è una sensazione riconoscibile: quando stiamo sbagliando, ci sentiamo, parliamo e ci difendiamo esattamente come quando abbiamo ragione. Questa caratteristica rende l’errore particolarmente insidioso nelle organizzazioni, dove spesso si annida una confusione diffusa e raramente interrogata: quella tra sicurezza argomentativa e affidabilità decisionale. La prima riguarda la forma del ragionamento – chiarezza espositiva, coerenza interna, padronanza del linguaggio – la seconda riguarda la qualità delle decisioni nel tempo. Le due dimensioni non coincidono, ma nei contesti sociali e organizzativi vengono frequentemente sovrapposte, soprattutto quando l’incertezza rende difficile valutare subito gli esiti di una scelta.

In queste condizioni, la sicurezza argomentativa rischia di diventare un surrogato della solidità; chi parla con convinzione appare competente; chi introduce dubbi o circostanze limitanti viene percepito come meno affidabile. Il carisma – cioè la capacità di esercitare un forte ascendente sugli altri attraverso una combinazione di tratti personali e abilità sociali - amplifica questo effetto: le obiezioni, quando vengono poste, risultano attenuate; le alternative all’idea del leader carismatico sono meno esplorate, non perché manchino, ma perché il contesto rende più difficile formularle. Così l’errore rischia non solo di non venire eliminato, ma, viceversa, di essere protetto; per non parlare del fatto che il dissenso tende a ridursi man mano che si sale di livello gerarchico.

Prendendo spunto dal lavoro della Schulz, la sensazione diffusa è che, se pur negli ultimi anni si stia approfondendo la “cultura dell’errore”, sembra che lo si faccia, frequentemente, in modo semplificato, cercando giustamente, di legittimare lo sbaglio, ma tralasciando di sviluppare la competenza più rigorosa della capacità di riconoscere e rivedere le proprie convinzioni. Il salto di paradigma è passare dal “chi ha sbagliato e che cosa abbiamo sbagliato?”, a “su quali ipotesi, secondo noi coerenti, stavamo basando questa scelta?”. In poche parole, interrogarsi sui criteri che caratterizzano la coerenza decisionale. Un decisore che confonda autorevolezza e coerenza fa fatica a identificare di avere torto, perché ogni revisione rischia di diventare una minaccia identitaria del proprio valore. Al contrario, distinguere tra identità personale e decisione rende possibile cambiare idea senza perdere credibilità. Paradossalmente, è proprio questa disponibilità a riconoscere l’errore che nel tempo facilita la costruzione di legami fiduciari evidenziando che, in un contesto socio-economico instabile, la vera fragilità manageriale non è l’incertezza, ma la rigidità cognitiva. E noi, quanto siamo allenati a riconoscere di avere torto? Ecco, alcune domande che possono aiutarci:

- Quale assunzione sto dando per scontata senza averla mai resa esplicita? Cioè, se la mia ipotesi fosse falsa, cosa cambierebbe realmente nella decisione?

- Su quali dati sto basando la mia convinzione e quali dati sto ignorando perché disturbano la narrazione? Cioè, cosa direbbe un osservatore esterno e distaccato che non abbia investito energie e reputazione in questa scelta?

- In quali condizioni questa decisione smetterebbe di essere valida? Cioè, abbiamo definito in anticipo i segnali che ci direbbero che è tempo di cambiare idea?

- Chi, nella mia organizzazione/ nel mio team, ha buone ragioni per non essere d’accordo con me? E cosa sto facendo perché possa dirlo senza pagarne un costo?

- Sto difendendo la decisione o l’identità che vi ho associato? Ovvero, se questa scelta non fosse “mia”, la valuterei allo stesso modo?

- Che cosa sto confondendo con coerenza? Sto trascurando l’accuratezza dei fatti attuali privilegiando una continuità di pensiero?

- Qual è l’errore più plausibile che potremmo stare commettendo, anche se oggi non lo vediamo? Non il peggiore, ma il più realistico.

- Alla fine dei giochi, cosa stiamo spiegando a posteriori che non avevamo previsto a priori? E questa spiegazione è un apprendimento o una razionalizzazione?

- Se tra sei mesi dovessi dire “ci siamo sbagliati”, su cosa probabilmente lo potrei dire? Ovvero, quale parte della decisione sarebbe la prima a essere messa in discussione?

- Quanto tempo stiamo concedendo a un’idea prima di permetterci di abbandonarla? È un tempo deciso consapevolmente o solo l’effetto dell’inerzia o dell’ansia?

Queste domande non garantiscono di evitare l’errore e, quindi, di avere ragione, ma aumentano la probabilità di accorgersi per tempo quando la ragione potremmo non averla più.

*Partner di Newton Spa

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