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Manager come “architetti cognitivi”: quando la sostenibilità passa dalla mente

In un mondo lavorativo sempre più complesso e digitale, la sostenibilità cognitiva emerge come chiave per bilanciare le richieste organizzative e le risorse individuali

di Gianni Rusconi

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Non basta che il lavoro sia sostenibile in chiave economica-finanziaria o ambientale, se nel frattempo consuma le persone. È da questa constatazione che prende forma Sostenibilità cognitiva, libro edito da Egea a firma di Alessandro Antonini (HR Executive esperto in people strategy e change management, nonché docente all’Università LUMSA di Roma) e Ilaria Buonomo (psicologa, professoressa associata di psicologia del lavoro presso lo stesso ateneo). Il testo propone una chiave di lettura poco esplorata dello status mentale e psicofisico del manager in un contesto sempre più complesso come quello attuale, segnato da pressione decisionale permanente e votato alla “produttività” fra smart working, riunioni continue e uso intensivo dell’intelligenza artificiale: la vera frontiera della sostenibilità passa dalla mente, dall’attenzione e dall’energia cognitiva, proprio perché viviamo in un’era in cui la risorsa più preziosa non è più il tempo ma sta diventando la capacità di concentrazione.

Eppure, molte organizzazioni continuano a misurare le prestazioni ignorando il carico mentale e la sostenibilità emotiva delle attività. Da qui l’esigenza di un cambio di paradigma: gestire il lavoro non si limita più alla sola distribuzione di compiti, ma comprende la progettazione delle condizioni in grado di rendere la performance sostenibile nel tempo. Il concetto di sostenibilità cognitiva viene così definito come un equilibrio dinamico tra richieste organizzative e capacità individuali di attivare risorse adattive. Un framework che integra psicologia, neuroscienze e management e che supera la dicotomia tra risultati e benessere, due dimensioni che invece possono rafforzarsi a vicenda.

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Al centro del modello vi sono tre pilastri – background, bisogni e padronanza – che guidano la relazione tra individuo e lavoro e alimentano una trasformazione del ruolo manageriale: il capo diventa un “architetto cognitivo”, chiamato a bilanciare obiettivi e limiti umani, ridurre l’overload informativo e creare contesti che favoriscano concentrazione, autonomia e recupero. Ecco come i due autori spiegano perché sostenere le persone diventa un fattore determinante per la competitività aziendale.

Descrivete la sostenibilità cognitiva come equilibrio tra richieste organizzative e risorse individuali: come si traduce questo principio in un modello di governance concreto e collegato a KPI?

Tradurre la sostenibilità cognitiva in governance concreta significa rileggere i dati già disponibili - assenteismo, turnover, livelli di coinvolgimento, congedi per esaurimento, ma anche i dati provenienti dagli HRIS (Human Resources Information System, software che gestisce le informazioni sui dipendenti e i processi HR, ndr) aziendali e dalle engagement survey - come segnali di carico cognitivo e non solo come dati di gestione del personale. Il modello che proponiamo funziona su tre livelli: il primo è operativo: il manager co-definisce gli obiettivi tenendo conto di background, bisogni e padronanza di ciascuno e monitora il carico con incontri periodici. Il secondo è intermedio: l’HR analizza i dati aggregati aziendali e per dipartimento e, assieme al management di linea, si definiscono azioni mirate. Il terzo è strategico: la sostenibilità cognitiva entra nei criteri espliciti dei processi di valutazione delle performance dei manager. Questa struttura permette di capire se intervenire sulla pianificazione del singolo o sulla distribuzione del carico nel team o ancora sulle pratiche di gestione a livello organizzativo. Il modello diventa operativo quando si inizia a considerare il peso cognitivo del lavoro nelle decisioni di progetto e di assegnazione delle risorse.

Se il manager è un “architetto cognitivo”, quali sono le competenze distintive che un leader deve sviluppare per progettare contesti cognitivamente sostenibili? 

L’architetto cognitivo è il/la manager che progetta le condizioni in cui le persone lavorano bene e si esprimono al meglio delle loro capacità. Le sue competenze più rilevanti si riflettono nella capacità di leggere i contesti e definire le priorità, prefigurando la complessità dei compiti prima di assegnarli, ma anche di saper parlare con i colleghi e osservare con regolarità lo stato cognitivo ed emotivo di ciascuno, costruendo relazioni in cui il confronto alimenta fiducia e apprendimento continuo. Ciò che fa la differenza non è solo la competenza tecnica del leader, ma la capacità di pianificare con flessibilità, gestire i carichi di tutti e saper riconoscere i segnali di squilibrio. Chi non riconosce il sovraccarico in sé stesso raramente lo coglie nei collaboratori. In molti casi, i fattori più legati a un clima positivo e a una collaborazione efficace sono l’ascolto attivo e la qualità delle domande poste dai manager. Ma la domanda più utile da porsi resta la seguente: Iil team funziona bene anche quando il manager non c’è?”

C’è una diretta relazione tra sovraccarico cognitivo e qualità delle decisioni strategiche? 

L’attenzione è una risorsa limitata e non rinnovabile nel corso della giornata. La relazione con la qualità decisionale è diretta: quando la memoria di lavoro è satura, pensiero sistemico e prospettiva di lungo periodo cedono per primi. Si sceglie la prima opzione, si evitano le domande scomode, si confonde l’urgente con l’importante. Il paradosso è strutturale: i contesti ad alta complessità, velocità o tensione performativa, priorità multiple in conflitto, riunioni consecutive e notifiche continue generano esattamente le condizioni che più minano la qualità delle decisioni necessarie per gestirli. Non è un problema di competenza individuale. bensì un problema di progettazione.

Quali interventi organizzativi hanno maggiore impatto nel ridurre questo rischio a livello executive?

Gli interventi a maggiore impatto agiscono su tre piani. Il primo è strutturale e richiede di proteggere blocchi di lavoro ininterrotto e di separare le decisioni strategiche da quelle operative. Il secondo è biologico e implica il rispetto dei ritmi cognitivi con pause programmate mentre il terzo è culturale e richiede di rendere la prioritizzazione condivisa ed esplicita. A questi si aggiunge inoltre un elemento abilitante trasversale: costruire sicurezza psicologica affinché i segnali di sovraccarico emergano prima di diventare errori.

Parliamo di AI: la sua implementazione migliora la sostenibilità cognitiva? 

Il discrimine non è la tecnologia, ma la domanda che ci si fa prima di implementarla. L’AI peggiora la sostenibilità cognitiva quando viene usata solo come acceleratore di produttività per velocizzare i processi esistenti, così come sono, in un approccio task-based. In quel caso il carico cognitivo non diminuisce, si sposta: il manager medio inizia ad attendersi “più output dagli stessi processi” e il risultato è una frammentazione diversa e un grado di entropia maggiore. Il miglioramento vero arriva quando si ripensano i processi interi end-to-end (è l’approccio “process-based”) o addirittura l’intero activity system da zero (l’approccio “zero-based”). Solo allora l’AI diventa acceleratore di innovazione e di produttività oltre la mera automazione.

Quali criteri suggerite alle aziende per valutare gli effetti dell’adozione dell’intelligenza artificiale?

Ne abbiamo selezionati tre: misurare l’impatto sull’attenzione disponibile enon solo sull’efficienza dichiarata, rilevare la percezione del carico prima e dopo l’implementazione e verificare se la tecnologia aumenta realmente l’autonomia delle persone o crea nuove dipendenze. Se il carico percepito sale dopo l’introduzione di uno strumento presentato come semplificatore, il problema non è solo la resistenza al cambiamento, ma anche come abbiamo progettato l’implementazione e adozione, rispetto al valore che intendiamo generare.

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