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Mali, le violenze degli Africa corps favoriscono i gruppi armati

Human Rights Watch registra otto vittime civili nell’ultima offensiva dei contractors, una spirale che accentua la frattura con lo Stato e il reclutamento jihadista

Il leader maliano Assaimi Goita e quello russo Vladimir Putin a Mosca, nel 2025 via REUTERS

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NAIROBI - Si riaccendono i riflettori sul ruolo russo in Mali, il Paese saheliano sempre più sotto assedio dell’insorgenza di jihadisti del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jamaat Nusrat al Islam wa al Muslimin o Jnim) e dei ribelli Tuareg. Lo scorso mese il Washington Post ha riferito di un’ipotesi di raid statunitensi sul Paese in chiave anti-terroristica, in un’ottica di bilanciamento rispetto all’intesa fra il governo golpista di Bamako e i contractors russi dell’Africa Corps. Ora un rapporto della organizzazione non governativa Human Rights Watch imputa ai mercenari eredi della compagnia Wagner la strage di almeno otto civili in un raid aereo sferrato a metà giugno su Kyrnia, un villaggio della regione Mopti sotto controllo islamista da almeno sei anni. L’operazione è stata descritta, sui profili social degli Africa Corps, come un blitz per la neutralizzazione di «diversi comandanti» fra le file del Jnim. Human Rights Watch smentisce la presenza certa di jihadisti fra le vittime, lanciando un allarme su nuove spirali di violenze e un effetto boomerang sulla stabilità sempre più vacillante del Mali.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il rilancio della Russia in Mali dopo il trauma del 25 aprile

La giunta maliana guidata da Assimi Goïta è salita al potere dopo il doppio golpe del 2020-2021 e ha intrecciato un rapporto di collaborazione con i contractors dell’allora Wagner, subentrati all’uscita di scena delle truppe francesi e occidentali. I legami si sono avviati ufficiosamente ai tempi della vecchia Wagner, per poi ridefinirsi con la dissoluzione della compagnia privata e la sua metamorfosi negli Africa Corps: la formazione che ha raccolto l’eredità dei «musicisti» e ricade sotto il perimetro del ministero della Difesa russo.

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La collaborazione fra forze di sicurezza maliane e i contractors ha incassato più di una battuta d’arresto negli ultimi anni, a cominciare dal maxi-attacco congiunto fra islamisti e ribelli Tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad lo scorso 25 aprile: un’offensiva senza precedenti per portata e ricadute tattiche, visto che si è consumata simultaneamente in più aree del Paese e ha sancito una sinergia fra jihadisti e indipendentisti. Mosca ha ribadito la sua intenzione di mantenere il suo presidio nel Sahel e l’attività di contrasto al terrorismo, ribadendo la vicinanza ai partner con l’ultimo tour africano del ministro Sergej Lavrov e l’incontro con i ministri degli Esteri dell’Alleanza del Sahel. Ma lo scricchiolio della presenza russa nell’area, ora insidiata dal nuovo slancio statunitense, fa temere un déjà-vu di violenze sui civili come sfogo o deriva di una fase di guado nei rapporti.

Il rischio è «molto concreto» conferma Ilaria Allegrozzi di Human Rights Watch, evidenziando una vulnerabilità strategica: la gestione del conflitto si è «fondata quasi esclusivamente su una risposta militare», senza affrontare i nodi per una stabilizzazione più duratura come il sostegno economico alle regioni più ai margini o un tentativo di dialogo con i gruppi armati. In questo contesto, aggiunge Allegrozzi, gli abusi imputati a forza maliane e Africa Corps «non fanno che aggravare la frattura tra la popolazione e lo Stato», alimentando la come frustrazione sociale e offrendo un appiglio prezioso al reclutamento nei gruppi armati di affiliazione jihadista.

Gli effetti collaterali

Il boomerang di un approccio «solo sicuritario», spiega Allegrozzi, rischia di materializzarsi anche nello scenario di un intervento statunitense. Al momento l’ipotesi di un blitz di Washington sembra limitato e deve ancora chiarirsi nelle sue modalità, più orientata ai raid aerei che a una movimento boots on the ground. Qualunque sia l’evoluzione, dice Allegrozzi, «l’esperienza del Sahel mostra che operazioni militari focalizzate esclusivamente sull’eliminazione dei leader jihadisti possono si indebolire temporaneamente alcuni gruppi jihadisti, senza tuttavia affrontare le cause profonde del conflitto». In alcuni casi, aggiunge, si «possono modificare gli equilibri tra le organizzazioni armate, favorendo l’espansione di gruppi rivali (si veda il caso Jnim e gruppi legati all’Isis) o spingendo i combattenti a riorganizzarsi in nuove aree».

Riproduzione riservata ©
  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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