Sahel

Mali, terroristi attaccano Bamako e altre città. Esercito e mercenari russi si ritirano dal nord

Gruppi «non identificati» sferrano un’offensiva sulla capitale e dichiarano avanzate al nord. Bamako aveva già rischiato di cadere lo scorso ottobre

dal nostro corrispondente Alberto Magnani

Aggiornato il 26 aprile 2026 alle 20:07

Un soldato maliano posizionato a Kita, durante gli attacchi del 25 aprile REUTERS

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NAIROBI - Bande armate di «terroristi» e separatisti hanno sferrato il 25 aprile diversi attacchi sulla capitale maliana Bamako e altre località fra nord e centro del Paese saheliano, piagato da oltre un decennio di instabilità e governato dalla giunta militare salita ai vertici dopo il doppio golpe del 2020 e 2021.

L’esercito ha comunicato in una nota che «gruppi terroristici armati non identificati hanno preso di mira alcune località e caserme nella capitale», con spari e colpi di artiglieria pesanti registrati anche nelle vicinanze dell’aeroporto internazionale Modibo Keïta. Lo scalo era già finito nel mirino con un attacco a un centro di addestramento nelle sue vicinanze, sferrato nel 2024 e rivendicato dagli islamisti di Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (Jnim).

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Le agenzie Ap e Afp riferiscono di esplosioni o scontri espliciti in altre aree del Paese come la roccaforte militare Kati, Sevare, Gao e Kidal. Le ultime due sono finite sotto il controllo dei ribelli Tuareg Azawad: «Da Gao a Kidal, le infrastrutture amministrative e le posizioni militari passano sotto la bandiera dell’onore e della libertà» ha esultato su Facebook il portavoce dei separatisti Mohamed Elmaouloud Ramadane.

In un comunicato diramato nella sera fra il 25 e il 26 aprile, Jnim si è attribuita formalmente l’attacco e ha parlato di una offensiva condotta «insieme» ai separatisti Azawad, confermando la ricostruzione di un’iniziativa coordinata fra i gruppi.

I militari hanno dichiarato il ripristino del «controllo» sulla capitale nel giorno stesso degli attacchi, salvo battere in ritirata dal nord insieme ai contractors russi.

La spirale del Mali e l’escalation di ottobre

Il Mali, un Paese ricco di oro e altre materie prime nel cuore del Sahel, è da anni sotto lo scacco di un’insorgenza jihadista alimentata da gruppi armati affiliati principalmente ad al-Qaida o Stato Islamico.

Il crescendo di attacchi e vittime ha favorito il ribaltamento del vecchio governo con un doppio golpe fra 2020 e 2021 e l’ascesa di Assimi Goïta, il generale che guida Bamako da oltre un quinquennio e ha appena rimosso i vincoli ai suoi mandati con un intervento legislativo nel 2025. L’obiettivo fondamentale della giunta è quello di sradicare l’offensiva islamista nel Paese, la stessa ragion d’essere dei governi militari saliti al potere successivamente in Burkina Faso (2022) e Niger (2023).

I risultati registrati finora dimostrano il fallimento della controffensiva guidata dall’esercito e dagli alleati della ex compagnia militare privata Wagner, ora confluiti sotto la nuova etichetta di Africa Corps e accusati da organizzazioni umanitarie di massacri simili o peggiori di quelli imputati ai jihadisti: il caso più cruento è la strage di Moura, sempre nel nord maliano, quando forze di sicurezza e alleati identificati con la ex Wagner hanno mietuto centinaia di vittime civili.

I gruppi armati di affiliazione jihadista avevano già fatto vacillare la giunta di Goïta in autunno, cingendo d’assedio la capitale Bamako e imponendo un blocco del carburante con ricadute letali sulla stabilità di un’economia martoriata da anni di violenze e instabilità. L’attacco del 25 aprile ne conferma la fragilità.

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  • Alberto Magnani

    Alberto MagnaniCorrispondente

    Luogo: Nairobi

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, Unione europea, Africa

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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