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Malerba e La colonna infame, progetti e naufragi

di Andrea Martini

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L’insieme dei progetti cinematografici studiati, messi a punto, e mai realizzati è più vasto di quello che generalmente si suppone. Ma il limbo delle opere senza vita diventa sterminato se si considerano sceneggiature o addirittura trattamenti, forme embrionali d’espressione creativa, strutture che pur nella propria compiutezza avrebbero aspirato a essere “altre strutture”. Da sempre il fascino segreto di sogni che non si sono avverati ha la capacità di avvincere: il mancato soffio di ieri viene risarcito dall’attenzione di chi oggi in quei disegni scopra qualità inespresse o opportunità inevase.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

In Italia le ricerche di studiosi e appassionati hanno scandagliato tutte le epoche; tuttavia da terreni già dissodati possono ancora venire alla luce reperti preziosi. È recentemente accaduto a Fabio Danelon, che nell’archivio privato di Luigi Malerba s’è imbattuto nel dattiloscritto La colonna infame, trattamento (di cui si conosceva l’esistenza) oggi pubblicato a sua cura con una introduzione puntuale e dettagliata [Luigi Malerba, La Colonna Infame, Introduzione e note al testo di Fabio Danelon, Nino Aragno editore, pagg XLI +52, €15]. All’epoca della sua stesura (presumibilmente la primavera del 1954) il ventiseienne Malerba aveva già mostrato, sia pure in nuce, le qualità letterarie che ne faranno uno dei nostri scrittori più raffinati, maliziosamente ironico, a suo agio nel terreno della sottile parodia e dell’inatteso effetto comico. Anche se più tardi, in assonanza col Gruppo ’63, fu capace di infrangere i principi del romanzo disgregando trame o esercitando il paradosso, non si negò mai il piacere della narrazione a cui era naturalmente votato. Una disposizione che s’addice perfettamente alla attività cinematografica a lungo praticata come sceneggiatore. Al cinema Malerba s’era dedicato quando, ancora a Parma, aveva diretto la rivista Sequenze e animato cineclub. A Roma, dal 1950, annovera esperienze d’autore e di critico. Non è un caso che il suo primo romanzo (epistolare), Le lettere di Ottavia, abbia come sfondo l’ambiente dello spettacolo e venga pubblicato dalla rivista Cinema Nuovo. Nel ‘52 Malerba è tra gli sceneggiatori del Cappotto di Lattuada e in seguito arriva a condirigere con Antonio Marchi Donne e soldati, ma soprattutto firma la sceneggiatura di La spiaggia. Di lì a poco, nel 1954, concepisce un progetto ambizioso a cui sembra tenere al punto da connettere le proprie aspirazioni cinematografiche alla sua realizzazione. Ma il trattamento della Colonna infame non si trasformerà in sceneggiatura. Il rifiuto di Goffredo Lombardo e della Titanus lascia segni indelebili: passeranno molte stagioni prima che lo scrittore torni allo schermo in forme oltretutto decisamente più anonime di quelle adombrate fino allora.

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Può stupire che Malerba, avendo condiviso con la neoavanguardia una malcelata insofferenza per Manzoni, si rivolga con interesse alla Storia della colonna infame; ma non è affatto strano se solo si riflette alle opportunità di riscrittura sottilmente parodica offerte da quel testo. A Malerba del saggio storico interessa rubare la tela di fondo, e dei capitoli dei Promessi Sposi l’atmosfera. Il racconto - così lo si può definire malgrado la forma propedeutica rispetto allo schermo – avvicenda storia e invenzione in una combinazione ben ritmata che tiene desta l’attenzione del lettore. Iscritta nel quartiere milanese della Vedra, anno 1630, quando la promiscuità del Carnevale favorisce il diffondersi della peste, la scena di Malerba conserva il barbiere Mora, il commissario Piazza, gli untori sacrificati dai giudici (i “burocrati del male” come li chiamerà Sciascia, ma già Malerba ne dà una rappresentazione ammodernata d’ingiustizia), Caterina Rosa e l’oste corruttore Baruello. La novità è offerta invece dai giovani Marta, figlia di Caterina e Sebastiano, garzone di bottega del Mora, coppia di giovani innamorati, filiazione estrema di Renzo e Lucia, destinata sia a sfuggire alle ribalderie di Padilla - trasfigurato in un signorotto più pervaso di sadismo che di desiderio - sia a sopravvivere allo sterminio della peste. Si tratta di una vera e propria farcitura dissacrante (i due consumeranno ben prima delle nozze) con la quale Malerba risemantizza il testo originale e capovolge i controriformistici valori manzoniani. Con piccoli scarti ben disseminati il trattamento da un lato conferma l’istruttività della vicenda storica (l’infamia dei giudici) e dall’altra, attraverso un riuso tagliente dei particolari, aggiorna la vicenda a un gusto contemporaneo. Arrivando a “falsificare” la sorte della colonna il cui abbattimento, come opportunamente evidenzia Danelon, non avvenne certo agli albori della Rivoluzione Francese e tanto meno al canto della Marsigliese.

Chissà cosa pesò di più nel diniego del progetto da parte della Titanus, se il tono generale o magari alcuni particolari scabrosi, come le vili titubanze del cardinale Borromeo o la processione degli straccioni in onore di Satana, certo non consone al clima andreottiano vigente nel cinema del tempo. Forse tracce più precise del conflitto con Lombardo sono ancora nascoste in qualche polveroso archivio. Certo a disturbare non fu il soggetto in sé: di lì a pochi anni dell’originale manzoniano si avrà una versione teatrale di Buzzati e un film di Nelo Risi. Oggi resta da ammirare la facilità con cui un giovanissimo Malerba trova, a dispetto dell’obbligata coniugazione al presente cinematografico, uno stile personale. La narrazione ben cadenzata e a tratti briosa (avrà allora già letto Beaumarchais?) sicuramente anticipa le singolari qualità di uno dei più grandi scrittori del nostro secondo novecento. (Destinato per altro a tornare più volte in forma sarcastica al Manzoni). Tanto che con una piccola forzatura potremmo considerare La Colonna Infame un vero e proprio debutto letterario.

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