La sfilata-evento

Maison Margiela, teatralità e ruvidezza a Shanghai

Tra i tra container nel cantiere navale di Baoyang va in scena la sfilata della collezione Autunno/Inverno 2026, in cui il direttore creativo Glenn Martens segna una riconnessione con le radici della maison

di Angelo Flaccavento

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«Chiunque venga a Shanghai di solito opta per i luoghi sicuri e familiari del Bund - afferma un raggiante Glenn Martens durante un’anteprima il giorno prima della show -. Maison Margiela è imprevedibile». Imprevedibile e cruda, ecco come si presenta la sfilata della collezione Autunno/Inverno 2026 – il primo evento di tal portata per Margiela in Cina, completo di quattro mostre satellite a Shanghai, Pechino, Chengdu e Shenzhen: una passerella che si snoda tra container impilati nel cantiere navale di Baoyang.

L’impatto visivo è glorioso nella sua brutalità industriale, la ruvidezza un evidente richiamo alle trovate sceniche di Martin e alla sua predilezione per luoghi abbandonati, privi di glamour ma brulicanti di vita. Dall’arrivo dell’amministratore delegato Gaetano Sciuto e dalla nomina di Martens a direttore creativo, Maison Margiela ha intrapreso un percorso di riconnessione con le proprie radici. In questo senso, Martens è il candidato perfetto, non solo per le sue evidenti origini belghe ma anche, e soprattutto, per il suo approccio architettonico alla decostruzione, il gusto per l’imperfetto e lo humor nero.

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Maison Margiela porta a Shanghai la collezione AI 26-27

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La sfilata mescola prêt-à-porter e Artisanal (la loro couture), evidenziando la perfetta sincronia tra Martens e il marchio, mentre ricapitola codici e tropi della maison – dal riutilizzo di pezzi storici all’idea del nudo che si fa vestito, dal tailoring fuori registro ai volti velati – in una maniera così tanto Margiela da risultare allo stesso tempo troppo ortodossa, formulaica e paradossale.

L’uso della maschera, in tal senso, è indicativo: Martens la trasforma da strumento di anonimato in elemento macabro e iperteatrale. La tensione tra teatralità soverchia e asciuttezza brutale è proprio l’energia che pervade la sfilata, ma Martens convince davvero solo quando unisce urgenza sperimentale e senso di realtà.

Ciò detto, l’Artisanal è un meraviglioso regesto di trattamenti materici - dalla porcellana frantumata riconfigurata in abiti alla cera di candela fusa sul pizzo - impiegati su forme degne di un’opera lirica. Nel complesso, l’effetto è opulento ma pesante, e la lentezza solenne della presentazione rincara la dose. Martens sembra aver già trovato la sua zona di comfort, un luogo che forse è ancora troppo presto per occupare. Couture grandiosa e sbrecciata, ma costumistica; prêt-à-porter schietto ed elegante: questa, in sintesi, la formula. Martens però ha il talento e i mezzi creativi per dire qualcosa di veramente personale e di più incisivo, a metà tra questi estremi e al di là delle trovate e degli omaggi all’archivio.

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