«Prima del lancio di NextChem nel 2018, avevamo già annunciato investimenti per 50 milioni con iniziative di ricerca e sviluppo per accrescere il nostro portafoglio di tecnologie; abbiamo, poi, continuato a investire e abbiamo un piano che, tra investimenti diretti e indiretti e investimenti in ricerca e sviluppo, cuba facilmente almeno 20-25 milioni l'anno; uno sforzo che va portato avanti avendo certezza che stiamo costruendo la Maire Tecnimont del futuro e stiamo, in qualche maniera, esercitando la nostra responsabilità sociale verso dipendenti, fornitori e clienti e anche l'Italia che ha un'opportunità formidabile. Noi italiani siamo penalizzati dall'economia degli idrocarburi visto che storicamente l'Italia è un Paese privo di fonti energetiche convenzionali, dove quindi il costo dell'energia ci ha portato fuori mercato, e di conseguenza il Paese si è via via de-industrializzato per questi scenari economici. Se siamo bravi, con la chimica verde, l'economia circolare e la transizione energetica si può reindustrializzare. Noi da bravi chimici, e al momento giusto, possiamo ricominciare a produrre in Italia tanti derivati che oggi, invece, importiamo».
Allora le chiedo cosa servirebbe e cosa manca all'Italia per agevolare questo percorso sia vostro che a livello Paese?
«Penso a tre cose. Innanzitutto, di fronte ai 240 miliardi del Recovery Fund che destina circa il 40% alla transizione energetica, più del denaro servono le condizioni affinché questo denaro possa essere speso. E penso proprio ad un sistema complessivo che prenda atto di quali sono stati e sono i giganteschi ostacoli a chi vuole investire e realizzare in Italia: serve uno sforzo che lavori sull'interrelazione tra Stato e Regioni e un esercizio gigantesco, anche da parte degli imprenditori, sulla vertenzialità negli appalti, una dinamica che non vediamo in altri Paesi. Mi sembra, leggendo quello che sta legiferando il nuovo Governo, che chi sta scrivendo le regole conosca questo tipo di ostacoli. Quindi, prima di tutto un sistema di regole. Poi ovviamente i capitali. E si immagini la possibilità di amplificare questo 40% dei 240 miliardi con la partnership pubblico-privato. Oggi, noi siamo in grado di portare tanti capitali privati e, anzi, dobbiamo sbrigarci a creare occasioni di investimento nel verde. Terzo, la capacità di parlare in maniera diversa con i territori e con le comunità locali. Bisogna fare un salto epico nel modo in cui si dialoga con i territori e spiegare i vantaggi di questo o quell'impianto e come il territorio non sarà penalizzato ma sarà in qualche maniera premiato. E penso agli impianti per l'idrogeno circolare. Ma un Paese che ha difficoltà a mettere le rinnovabili, immaginiamoci a mettere l'impiantistica per biocarburanti ed economia circolare: c'è bisogno di un salto di qualità e diventare i più bravi del mondo in comunicazione territoriale».
E all'estero, invece, che visione avete?
«Quando il nostro modello lo consolidiamo con la filiera italiana, la supply chain italiana, il mondo delle Pmi italiane, all'occorrenza lo possiamo sviluppare nei 5 continenti: noi oggi siamo a Houston, a Kuala Lumpur passando per l'Africa Sub Sahariana, per tutti i paesi Ex Urss, fino all'Indonesia e la Malesia. Pensiamo che con questo nuovo modo di stare sul mercato si può andare a piattaforma in tutti i Paesi portando un made in Italy dell'ingegno e dell'ingegno sostenibile».