Ma che fatica votare in America!
Un'elezione, un presidente ma cinquanta Stati federati con leggi diverse e spesso contorte che regolano il diritto al voto dei cittadini statunitensi. Per fare un po' di chiarezza abbiamo intervistato Mattia Diletti, docente di Scienza Politica all'Università Sapienza di Roma e esperto di elezioni americane.
di Elena Montobbio
7' di lettura
7' di lettura
Chi tra Donald Trump e Joe Biden sarà il 46° presidente degli Stati Uniti? Il voto del 4 novembre coincide con un'emergenza globale inedita che marca i contorni di un Paese sempre più complesso e dalle contraddizioni a volte poco leggibili, in particolare per noi cittadini del Vecchio Continente. Così abbiamo chiesto ad alcuni osservatori “speciali” di restituirci la loro analisi di quello che sta accadendo per provare a comprendere ciò che è ma soprattutto ciò che sarà. Si tratta di scrittori come nel caso di Ben Lerner, di David James Poissant, di Joe R. Landslale e di David Leavitt. Di musicisti: Sufjan Stevens. Oppure di un'artista visiva qual è Martha Rosler. Alla loro voce abbiamo aggiunto i nostri approfondimenti a partire da quello sullo stato della sanità americana di Emanuele Bompan che firma anche questo pezzo sul peso nelle urne delle scelte in materia di politica ambientale. O l'analisi di un politologo di fama internazionale come Francis Fukuyama. E quella sul peso delle minoranze. Un viaggio che come tutti i viaggi è fatto di incontri e di scoperte che si aggiungono chilometro dopo chilometro. Ad ogni tappa un arricchimento.
Nella più antica democrazia del mondo votare non è mai stato così complicato e controverso come in questo 2020. Gli Stati Uniti si avvicinano all'appuntamento del 3 novembre in un clima di forti tensioni: la pandemia, la questione razziale, una contrapposizione fin troppo accesa tra i due candidati, la possibilità sinistra che il presidente in carica non riconosca il responso delle urne.
È un processo elettorale, quello americano, che a qualsiasi europeo appare come un complesso e arcaico meccanismo. Un sistema federale dispendioso (le elezioni del 2016 sono costate 2,3 miliardi di dollari; solo l'India ha speso di più nel 2019, ma non se rapportato alla densità abitativa.) e poco efficiente che, soprattutto negli Stati governati dai repubblicani, sembra che sia predisposto per disincentivare i cittadini al voto.
Per esprimere la propria preferenza è quasi sempre necessario essersi prima registrati volontariamente presso le liste elettorali, una pratica voluta affinché il voto fosse espressione di persone consapevoli, poco sensibili alla fame (quella vera) e quindi corruttibili dai partiti. Se fino a metà Ottocento l'affluenza per le presidenziali si attestava attorno all'80 per cento degli aventi diritto al voto, dagli anni Venti (quando è stato introdotto il registro degli elettori) non si è mai superata la soglia del 60 per cento.
La prima eccezione potrebbe riguardare proprio la sfida tra Donald Trump e Joe Biden.Le leggi che regolano le elezioni sono stabilite dai singoli Stati e chi le redige, modifica o adatta è il Segretario di Stato, una figura politica che cerca di facilitare o ostacolare i cittadini in base alla convenienza del proprio partito. Il diritto al voto è una fisarmonica e solo ai democratici conviene allargarla agli studenti e alle minoranze che, storicamente, prediligono il Partito democratico.









