Spazio

Luna, Parmitano nell’equipaggio della missione Artemis III

La Nasa ha annunciato la squadra della prossima missione del programma lunare: coinvolti quattro astronauti e i due lander di SpaceX e Blue Origin

di Emilio Cozzi

Luca Parmitano sarà il pilota di Artemis III 7146

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Luca Parmitano sarà il pilota di Artemis III. La Nasa lo ha annunciato quando in Italia era il tardo pomeriggio di martedì 9 giugno, in una conferenza stampa dedicata alla prossima missione del programma lunare.

Oltre all’astronauta dell’Agenzia spaziale europea – il primo italiano a comandare la Stazione spaziale internazionale e a effettuare attività extraveicolari - ci sono il comandante Randy Bresnik e gli specialisti di missione Frank Rubio e Andre Douglas. Parmitano — 49 anni, colonnello e pilota sperimentatore dell’Aeronautica militare, 366 giorni in orbita con due permanenze sulla Iss — sarà il primo europeo a ricoprire un ruolo operativo primario in una missione Artemis.

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Come pilota, spetterà a lui condurre le manovre di rendezvous e docking della capsula Orion con i lander lunari commerciali, il vero fulcro della missione. L’obiettivo principale di Artemis III, va chiarito subito, sarà infatti questo: non allunare, ma testare in orbita terrestre bassa i lander di Blue Origin e SpaceX, a sorpresa selezionati entrambi. Tutto avverrà nel 2027 e impiegherà circa 14 giorni nello spazio, prima dell’ammaraggio nell’Oceano pacifico. Come ripetuto dagli alti ranghi della Nasa, a partire dall’amministratore Jared Isaacman, la missione costituirà un tassello tecnico e scientifico fondamentale per gli allunaggi attesi con Artemis IV e V, nel 2028.

Chi sono i quattro

Al comando di Artemis III ci sarà Randy Bresnik, 57 anni, veterano della Nasa con due missioni alle spalle e un passato da pilota collaudatore nei marines. Accanto a lui, oltre a Parmitano, Frank Rubio, che detiene il record statunitense di permanenza nello spazio in un singolo volo: 371 giorni sulla Stazione spaziale internazionale tra il 2022 e il 2023, con un atterraggio ritardato perché la navicella Soyuz con cui avrebbe dovuto tornare era stata danneggiata da un micrometeorite. Artemis III sarà invece un debutto per Andre Douglas, trentottenne ingegnere navale della Guardia costiera americana, con un dottorato in ingegneria dei sistemi. Come riserva è stato designato Bob Hines.

Parmitano, visibilmente commosso durante il discorso dal palco – quando ha ringraziato per il supporto la famiglia e le due figlie – è stato nello spazio nelle missioni Volare, del 2013, e Beyond, del 2019, ed è stato protagonista di sei attività extraveicolari per oltre 30 ore — tra cui una rimasta nella memoria per via di un casco che si stava riempiendo d’acqua e le altre quattro, dedicate alla riparazione del «cacciatore di antimateria» Ams-2, considerate fra le più complesse della storia astronautica. Le sue oltre 2mila ore di volo su più di 40 tipi di velivoli militari ed elicotteri fanno di lui, come ha detto il direttore generale dell’Esa, Josef Aschbacher, la dimostrazione della «profondità delle competenze europee nel volo spaziale umano».

Non l’allunaggio, ma una prova fondamentale

Come già scritto, Artemis III non porterà il suo equipaggio sulla superficie selenica. Non più, almeno. L’obiettivo originario — il primo allunaggio con equipaggio dal 1972 — è stato spostato su Artemis IV, prevista all’inizio del 2028.

Artemis III sarà una missione di prova in orbita terrestre, con l’obiettivo di dimostrare che la capsula Orion sia in grado di eseguire manovre di rendezvous e docking con i lander lunari commerciali.

Il primo sarà Blue Moon Mark 2 di Blue Origin, il veicolo costruito dall’azienda fondata da Jeff Bezos. L’altro, ben più ambizioso dal punto di vista tecnologico, sarà Moonship di SpaceX, una versione modificata della Starship di Elon Musk, alta quasi 50 metri, che deve ancora dimostrare di saper fare rifornimento di carburante in orbita, manovra indispensabile per raggiungere la superficie lunare. Jared Isaacman ha esplicitamente detto che Artemis III dovrebbe agganciare entrambi i lander in sequenza. Un test doppio, ad alto rischio logistico, ma forse necessario, considerati i guai recenti e i ritardi accumulati.

Due lander, qualche problema

Il 28 maggio scorso un razzo New Glenn di Blue Origin è esploso sulla rampa LC-36 di Cape Canaveral durante un test di accensione dei motori. La deflagrazione, definita «la più grande esplosione mai vista» alla Cape Canaveral Space Force Station, ha gravemente danneggiato la rampa, l’unica disponibile per il lanciatore pesante di Jeff Bezos: la torretta parafulmini è stata distrutta, il sistema di trasporto e sollevamento del razzo ridotto a ferraglia, parte della rampa è crollata nel «flame bucket». Inevitabile pensare alle conseguenze sul programma Artemis: Blue Moon è progettato per volare su New Glenn, ma in molti esperti sostengono ci vorranno mesi per riportare la rampa alla piena operatività.

Isaacman ha già avviato quello che ha definito una risposta «whole of government»: la Nasa punta a separare il lander dal vettore e trovare un lanciatore alternativo — non sarebbe da escludere il Falcon Heavy di SpaceX, l’unico sul mercato con la capacità di sollevare masse del genere.

Non che Starship sia esente da grattacapi. Sebbene celebrato da SpaceX come un grande successo, il dodicesimo test del sistema di lancio, il primo nella nuova versione chiamata V3, ha comunque registrato un’anomalia durante il volo, e Musk ha dichiarato che il prossimo tentativo di lancio non è imminente. Per di più, il rifornimento in orbita, cioè il nodo tecnico più critico dell’intera architettura Artemis, rimane una capacità ancora da comprovare: SpaceX ne ha annunciato un test entro sei mesi, ma l’operazione non è mai stata eseguita in condizioni reali.

L’Europa nel cuore di Orion

C’è un elemento che tende a passare in secondo piano nei titoli sull’equipaggio: l’Europa non è presente su Artemis III solo attraverso Parmitano. Il Modulo di servizio della capsula Orion, chiamato Esm-3, è realizzato dall’industria del continente sotto la guida dell’Esa e costituisce il cuore propulsivo e vitale della capsula in cui alloggeranno gli astronauti. Fornirà energia, propulsione, controllo termico, aria e acqua. La struttura del modulo è prodotta da Thales Alenia Space a Torino; l’assemblaggio finale è affidato ad Airbus a Brema, con contributi da 20 appaltatori principali e oltre 100 fornitori distribuiti in 13 Stati membri dell’Esa. Il modulo è già al Kennedy Space Center, dove ha completato i test acustici e sarà presto integrato con la capsula Orion in vista del lancio.

Per l’Italia, il quadro è ancora più ricco. Il ministro Adolfo Urso ha ricordato che Roma guida la Ministeriale Esa — la presidenza è stata assunta a Brema lo scorso novembre — e che lo scorso marzo, a Washington, ha firmato con Isaacman un’intesa bilaterale tra l’Agenzia spaziale italiana (l’Asi) e quella statunitense che implica la realizzazione del primo modulo abitativo lunare (la “casa dei prossimi moonwalker”) e la partecipazione dei nostri astronauti al programma Artemis. Parmitano è la conferma pratica di un investimento politico e industriale che l’Italia ha costruito negli anni.

L’altra corsa

Sullo sfondo di tutto c’è Pechino: la Cina ha un programma lunare con equipaggio che punta a un primo allunaggio entro il 2030 e che procede con una regolarità difficile da ignorare. L’obiettivo dichiarato di Washington è arrivare prima e Artemis IV, con il suo allunaggio previsto per il 2028, è pensata esplicitamente in quest’ottica.

Con una rampa di lancio compromessa, Starship ancora lontana dalla piena operatività e un calendario che finora ha accumulato rinvii, la domanda, inevitabile, è quanto margine rimanga prima che il presunto vantaggio occidentale si assottigli fino a sparire. Randy Bresnik, Luca Parmitano, Frank Rubio e Andre Douglas non risponderanno a questa domanda. Ma sono le quattro persone che avranno il compito di non renderla retorica. Dopo di loro, l’obiettivo non sarà solo allunare per primi. Ma rimanere sul suolo selenico il più a lungo possibile.

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