Luigi Spina ritrae vita, luoghi e parole di San Francesco
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C’è una folla di girasoli alti, alti lungo la Strada Fratticiola Selvatica che porta a Monteverde. Paiono aspettare qualcuno, forse la macchina fotografica di Luigi Spina che ha viaggiato sulle orme di Francesco, fra boschi ed eremi, chiese e sentieri. L’Umbria di San Francesco è un diario di attese e parole – quelle del fotografo con i suoi appunti –, di silenzi e immagini. Tutte in bianco e nero per lasciare che il carisma di queste terre abbia lo spazio di distendersi nei nostri occhi. La luce inonda gli ulivi e si fa materica tanto che, come scrive Costantino D’Orazio nella presentazione, «le immagini acquistano una profondità quasi tridimensionale da cui scaturisce un sentimento profondo».
Per poco più di vent’anni, Francesco, la cui storia ci è arrivata attraverso la Vita prima di Tommaso da Celano, è un continuo andare, passo dopo passo, ramingo e affamato di genti. Non sta nei luoghi chiusi, misura con l’apostolato Umbria, Marche e Lazio: lo spazio di Francesco diventa, per dirla con Jacques Le Goff, «una rete di città e di strade che le uniscono». Lungo quei sentieri di vita e fede, si perde anche Luigi Spina, un po’ come aveva fatto Fulvio Roiter con Ombrie, terre de San François (1955), ma scegliendo – come sottolinea Giuseppe Frangi nella prefazione – «di non includere presenze umane. È una scelta estremamente incisiva perché restituisce piena cittadinanza a quel sentimento costitutivo della figura di Francesco, il suo feeling con la natura; o, lato sensu, con il creato».
Spina si addentra per viottoli che diventano bosco per salire verso l’Eremo delle Carceri, sul Subasio, fra lecci secolari in un mondo intatto, e le foto questo sono: il tempo immobile da 800 anni, il silenzio che si fa spazio e accoglie chi ascolta e poi entra nella Cappella di Santa Maria Maddalena. Il bianco e nero, l’assenza di figure rendono le immagini scultoree come è anche l’affresco del Compianto sul Cristo morto del XIII secolo, attribuito alla scuola di Cimabue nella Chiesa di Santa Maria Assunta di Valfabbrica, che si trova sul tracciato del Sentiero francescano, seguito da Francesco nel 1207 per raggiungere Gubbio, dopo aver abbandonato le ricchezze del padre Bernardone. Nell’abbazia benedettina il Cristo deposto pare illuminare le sedie schierate e vuote che parlano di pellegrini e fedeli che a migliaia, nei secoli, si sono inginocchiati con fede, alzando gli occhi.
Le colline salgono e scendono, come il vivere, accolgono il lavoro e le fatiche dell’uomo. La vegetazione nasconde le case, qualche castelletto sbuca dalle brume del mattino come avamposto di speranza: «la luce cambia, mutevole, come le ore del giorno. E tutto si spegne o riprende vita. Ho fotografato equilibri fragili e segni tangibili di un passato, a tratti, violento». O eterno come quello nei monasteri di clausura: San Benedetto al Subasio è uno di quegli spazi lontani dagli uomini e a un passo da Dio. Un tempo immoto apre le porte del cuore: «Si percepisce che è uno spazio chiuso al mondo esterno, capace di generare una comunicazione profonda. Quella dell’animo umano che dialoga con il Cosmo. Qui ci sono ombre energetiche che, nella contemplazione di una vita, hanno consumato le proprie esistenze. E io, nella corruttibilità, sono disposto a credere». E noi con le sue fotografie possiamo credere alla tradizione dei ceri di Sant’Ubaldo a Gubbio e alla trascendenza che respira all’Eremo di Santa Maria, fuori da Rocca Sant’Angelo.
In questa terra di santi , eremiti e mistici, da Francesco a Chiara, da Benedetto a Rita, da Valentino a Scolastica, non parrà blasfemo se omettiamo San e Santa. Qui, fra curve e salite, fra ombre e candele, siamo tutti così umani persi nella sacralità laica del Creato e dei luoghi in cui il Poverello ha incontrato, parlato, convinto, pregato, amato. Spina trova tagli personalissimi del Castello di Biscina o del monastero di Sant’Angelo in Panzo, della chiesa di Santa Maria della Vittorina, a Gubbio, dove Francesco ammansì un lupo.











