Londra oltre la crisi delle mega-gallerie
Al London Gallery Weekend, tra artisti storicizzati, giovani gallerie e nuove strategie di mercato, la capitale britannica conferma il proprio ruolo centrale nell’ecosistema internazionale dell’arte contemporanea
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La sesta edizione del London Gallery Weekend (dal 5 al 7 giugno), con oltre 120 gallerie partecipanti, ha dovuto fare i conti con una notizia arrivata alla vigilia dell’evento che ha gettato una luce diversa sullo stato di salute del sistema. Pace, una delle gallerie più potenti con otto sedi nel mondo, ha annunciato una drastica riduzione della propria struttura, con il taglio di circa 50 artisti dal roster e 50 dipendenti, in quello che il ceo Marc Glimcher ha definito “un necessario ritorno a un modello più sostenibile”. La decisione assume un valore simbolico che va ben oltre il caso specifico. Per oltre un decennio il modello delle mega-gallerie internazionali, in particolari americane, — costruito su espansione geografica, sedi monumentali e una crescente concentrazione di artisti e servizi — ha rappresentato l’orizzonte a cui guardava il mercato globale.
Oggi, però, anche uno dei suoi protagonisti riconosce i limiti di quella strategia. È in questo contesto che si apre la sesta edizione del London Gallery Weekend, una manifestazione che offre una fotografia significativa dello stato dell’arte contemporanea nella capitale britannica. Se le mostre testimoniano la vitalità della scena londinese, il caso Pace ricorda che il mercato sta attraversando una fase di profonda trasformazione, caratterizzata da una maggiore attenzione alla sostenibilità economica, da collezionisti più selettivi e da nuovi equilibri internazionali. Interpretare questa vicenda come l’ennesima prova del declino di Londra sarebbe tuttavia riduttivo. La realtà appare più complessa.
La centralità di Londra in un mercato che cambia
Thaddeus Ropac, tra gli ospiti del panel discussion: “How is London’s contemporary commercial gallery scene thriving in times of flux?” ha ricordato che “nel corso degli ultimi dieci anni la città ha dovuto fare i conti con una lunga sequenza di notizie negative, dalla Brexit al rallentamento del mercato, passando per l’aumento dei costi operativi che ha messo sotto pressione molte realtà del settore. Eppure Londra continua a rappresentare uno dei principali poli mondiali dell’arte contemporanea. È la città che concentra artisti viventi, dispone di alcune delle migliori scuole d’arte e può contare su un ecosistema culturale difficilmente replicabile”. Nello spazio londinese il gallerista parigino esponeva i dipinti di Oliver Beer e una site-specific exhibition di Mandy El-Sayegh.
Se da un lato Parigi si è notevolmente rafforzata, attirando nuove gallerie internazionali, collezionisti e istituzioni, dall’altro Londra non ha perso la propria centralità. Oggi le due città appaiono sempre più come i principali poli europei della produzione, della circolazione e della presentazione dell’arte contemporanea. Londra conserva, infatti, un vantaggio significativo grazie alla sua infrastruttura culturale, alla presenza di musei di rilevanza internazionale, alla densità di professionisti del settore e alla capacità di attrarre nuovi progetti, nonostante le difficoltà degli ultimi anni. È proprio questa tensione tra fragilità e tenuta del sistema a emergere con forza dal London Gallery Weekend: da una parte un mercato che sta ridimensionando alcune delle ambizioni espansive che hanno caratterizzato l’ultimo ciclo; dall’altra una città che continua a essere uno dei luoghi fondamentali in cui l’arte contemporanea viene prodotta, esposta e discussa.
Anche secondo Pilar Corrias, fondatrice della omonima galleria londinese, il racconto di una Londra in declino non restituisce la complessità del momento attuale. Pur riconoscendo la crescente concorrenza di Parigi, Hong Kong e delle nuove piazze del Medio Oriente, ora messe in bilico dalla guerra, Corrias sottolinea come la capitale britannica continui a possedere caratteristiche difficilmente replicabili altrove. “Londra non è soltanto un grande centro di mercato, il secondo al mondo dopo gli Stati Uniti, con istituzioni, gallerie e scuole d’arte di livello internazionale ma è soprattutto una città dove le persone scelgono di vivere, lavorare e creare”, osserva la gallerista che presentava i nuovi lavori di Hayv Kahraman, figura di riferimento nel panorama della pittura figurativa contemporanea, la cui pratica pittorica intreccia esperienze di migrazione e identità culturale con una riflessione sul corpo femminile e sulla rappresentazione (range tra 20 e 200 mila dollari). Per Corrias, uno dei principali punti di forza della città risiede nella sua capacità di attrarre talenti internazionali e di rinnovarsi costantemente. “Londra è una città diversa, internazionale e in continua evoluzione”. Sul fronte del mercato, la gallerista intravede segnali di ripresa dopo una fase complessa per il settore con un ritorno di fiducia da parte dei collezionisti. Per Jo Stella-Sawicka, senior director di Goodman Gallery, che quest’anno compie sessant’anni, “Londra è un mercato cruciale per la galleria e aprire qui nel 2019 è stato un passaggio fondamentale, perché ci ha permesso di inserire il nostro programma nel cuore di Mayfair e St James’s e di portare il lavoro degli artisti, da El Anatsui a Shirin Neshat, a un pubblico globale. È una città davvero internazionale, dove clienti e colleghi arrivano da tutto il mondo più volte l’anno e dove il mercato locale resta molto attivo, come dimostra il successo della nostra mostra di «Ravelle Pillay», quasi interamente venduta a collezionisti britannici e con un’opera acquisita dalla Government Art Collection” (prezzi da 15 mila a 50 mila sterline).














