Sentenza

Lombardia: disco verde all’integrazione tra università e ospedali

Il Consiglio di Stato ha legittimato il sistema funzionale che coinvolge assistenza e didattica realizzato dalla Regione senza ricorrere alle Aou

di Claudio Testuzza

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I sindacati dei medici ospedalieri (Cimo ed Anaao) erano contrari alla clinicizzazione più o meno strisciante delle attività dei professionisti degli ospedali specie in Lombardia. Ma Palazzo Spada, Consiglio di Stato, ha legittimato, con la sentenza n. 904 del 3 febbraio 2026, il sistema di integrazione funzionale tra assistenza e didattica realizzato in Lombardia senza ricorrere alle Aou.

La vicenda trae origine dalla contestazione dell’assetto organizzativo voluto dalla Regione Lombardia, che non prevede l’istituzione di AOU quali enti tipici del Servizio sanitario regionale. Al loro posto, il sistema lombardo disciplina i rapporti di integrazione attraverso protocolli d’intesa tra Regione e Università, con lo svolgimento delle attività assistenziali, didattiche e di ricerca all’interno delle ASST. L’integrazione universitaria assume quindi natura funzionale e convenzionale, fondata su protocolli e accordi, senza trasformarsi in integrazione istituzionale. Un modello che i ricorrenti ritenevano in contrasto con il quadro normativo nazionale delineato dal d.lgs. 517/1999 e con la ripartizione costituzionale delle competenze legislative.

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Primari scelti dall’Università e dalla Regione

“Serve la garanzia di regole trasparenti e meritocratiche per l’accesso agli incarichi apicali nelle Aziende ospedaliero-universitarie, nei Policlinici universitari e negli Irccs”. Era questa la richiesta che il sindacato dei medici Cimo ha rivolto al Gruppo di lavoro sulle Aziende ospedaliero-universitarie insediato al ministero dell’Università e della Ricerca. Insieme ad un sollecito per un intervento normativo nazionale che superi le disparità tra personale universitario e dipendenti del Ssn. Su questo fronte qualcosa si muove. Il Gruppo di lavoro – che ha ascoltato Regioni, Università, sindacati e operatori – ha messo a punto una strategia su due livelli. Da un lato, un Protocollo nazionale d’intesa (ai sensi dell’art. 6, comma 7, della legge 240/2010) per stabilizzare il sistema in attesa di una riforma più ampia. Dall’altro, l’avvio di un percorso per una legge delega che riscriva radicalmente il rapporto tra Università e Servizio sanitario.

Ma i sindacati medici vedono solamente il peggio

“Si sta svalorizzando la figura del medico ospedaliero esaltando invece le figure degli universitari che appaiono come ancore di salvataggio del sistema sanitario nazionale.” E’ il grido d’allarme dell’Anaao: “ Se il sistema sanitario non è affondato completamente lo si deve all’opera dei dirigenti del sistema pubblico che hanno retto l’urto erogando, in tutti questi anni, centinaia di migliaia di prestazioni sanitarie pubbliche ogni giorno”. Si tratta di una situazione di forte disagio avvertita da sindacati di categoria medica e da importanti associazioni tecnico-scientifiche tanto da spingerli, addirittura, ad intraprendere azioni di tutela giudiziaria contro i provvedimenti amministrativi, regionali e aziendali, finalizzati a rivedere le condizioni negative attuali.

Resta sospeso lo schema di convenzione

In realtà era stata già prevista in passato ( legge 240/2010, articolo 6, comma 13), la predisposizione di uno schema-tipo di convenzione volto a definire i rapporti tra Università e Regioni in materia di attività integrate di didattica, ricerca ed assistenza. Il processo di “clinicizzazione” oggi sembra non conoscere ostacoli, pronto al superamento delle mura, e del concetto, dell’Ospedale di riferimento, per abbracciare altri ospedali e lo stesso territorio, nella passiva acquiescenza, se non complicità, delle Regioni. In pratica si dà la stura a generare sistemi universitari regionali. È appena il caso di notare che una tale configurazione, organizzativa e giuridica, è consentita dalla legge solo alle regioni a statuto speciale.

I medici ospedalieri in fuga

Inoltre, a questo quadro si somma l’aumento delle clinicizzazioni, che ha portato diversi reparti ad essere affidati a Direttori di area universitaria anziché ospedaliera. Ciò significa che, in molti casi, la guida delle strutture non è stata assegnata tramite concorso nelle ASL o nelle AO, ma attraverso una designazione dell’Università, sottraendo di fatto ulteriori opportunità di crescita ai dirigenti ospedalieri, senza necessariamente migliorare gli esiti clinici. Il punto critico riguarda la possibilità, prevista dal modello lombardo, di nominare direttori di Unità operativa complessa (UOC) di provenienza esclusivamente universitaria, senza che gli stessi abbiano l’onere di fornire prova dei titoli comprovanti l’esperienza ospedaliera e la buona pratica pluriennale maturata in corsia o in sala operatoria. Ed, anche, si prevede l’ampliamento della rete universitaria, portando specializzandi anche in aziende ospedaliere minori , dove sono gli ospedalieri che dovrebbero essere maggiormente e direttamente coinvolti nella formazione del personale sanitario, in una logica moderna, efficace ed efficiente, di Ospedale d’insegnamento, come già accade in molte realtà all’estero.

In un SSN descritto sempre più “ostile” per i medici ed i dirigenti sanitari – come di recente attestato dal rapporto del Censis, in cui si legge che 91,2% dei medici ritiene che lavorare nel Servizio sanitario nazionale sia diventato più difficile e stressante, sanare l’insanabile in aperto dispregio delle regole e aprendo un’autostrada alla clinicizzazione selvaggia da parte degli universitari di tutte le strutture ospedaliere d’Italia, potrà avere l’effetto dirompente di mortificare ulteriormente gli ospedalieri e sarà un ulteriore stimolo per i giovani medici ad abbandonare l’Italia.

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