Lo stop ai flussi regolari finirà per rafforzare i traffici di «clandestini»
Cancellati i programmi di accoglienza: saranno espulse dal Paese persone perfettamente inserite nel lavoro e nella società. L’immigrazione ha fatto grande l’America, l’attuale politica conduce verso il declino economico, sociale e culturale
4' di lettura
4' di lettura
Si parla molto, in questi giorni, del programma annunciato dal neopresidente Donald Trump di una «espulsione di massa senza precedenti nella storia» di migranti irregolari. Meno attenzione ha avuto il congelamento, se non la chiusura definitiva, delle vie legali d’ingresso negli Stati Uniti per rifugiati e migranti economici. Considerando che l’immigrazione regolare è il più efficace modo per prevenire quella irregolare, la politica delle porte chiuse rischia di rivelarsi controproducente per gli obiettivi dichiarati dal presidente. Inoltre, l’espulsione di milioni di migranti, di cui molti da anni residenti negli Stati Uniti e integrati nel mercato di lavoro, avrà secondo alcuni osservatori un effetto devastante per l’economia.
Il primo giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, Trump ha cancellato, con un ordine esecutivo, il programma di resettlement, ovvero il reinsediamento pianificato di rifugiati da Paesi di primo rifugio dove la loro protezione non è garantita. Da decenni, gli Usa, a livello globale, sono il Paese con il più alto numero di posti messi a disposizione. Con una firma del presidente, 125mila persone selezionate per il programma del 2025, molti già in possesso del visto dopo anni di attesa e di procedure, vedono cancellati il loro futuro e la loro integrazione in una società tradizionalmente ospitale. Con l’uscita dal programma, gli Stati uniti interrompono la loro tradizione umanitaria e danno un pessimo segnale agli altri Stati come quelli dell’Unione europea che finora hanno sostenuto il resettlement come una delle poche strade per l’arrivo legale di che è fuggito da persecuzioni o conflitti armati.
Molte più persone ancora sono state colpite dalla cancellazione, sempre per via di una presidential order, della protezione temporanea di cui hanno goduto 1,3 milioni di sfollati, al primo posto 600mila venezuelani e poi anche ucraini, guatemaltechi, salvadoregni, somali e altri.
La protezione temporanea veniva concessa a chi già si trovava irregolarmente negli Usa, qualora il rimpatrio potesse causare un danno grave per motivi di disastri o conflitti nel Paese di origine. La misura, istituita nel 1990 dalla Legge sull’Immigrazione, ha costituito una barriera legale contro l’espulsione e prevedeva un permesso di lavoro temporaneo. È stata rinnovata annualmente, “sopravvivendo” perfino alla prima amministrazione Trump. Centinaia di migliaia di sfollati, specie quelli provenienti dall’America centrale, vivono da più di dieci anni con questo status, hanno creato delle famiglie e comprato alloggi, ma nei prossimi mesi potrebbero essere espulsi. Il Venezuela, in cambio di benefici economici nonché del riconoscimento del governo Maduro, ha dichiarato la disponibilità a facilitare il rimpatrio forzato.
Altri programmi destinati all’ingresso regolare, istituiti sotto la presidenza Biden con riguardo particolare agli ucraini, sono stati sospesi dal nuovo governo americano, e i beneficiari rischiano di diventare adesso immigrati irregolari. Nello stesso destino potrebbe incorrere il Deferred Action for Childhood arrivals, il piano pr evitare l’espulsione dei bambini, istituito nel 2012 dal governo Obama per proteggere i minori stranieri e prevenire la separazione di famiglie: un piano che ha permesso la regolarizzazione di circa 1,2 milioni di persone.

