Le barriere Usa contro i migranti

Lo stop ai flussi regolari finirà per rafforzare i traffici di «clandestini»  

Cancellati i programmi di accoglienza: saranno espulse dal Paese persone perfettamente inserite nel lavoro e nella società. L’immigrazione ha fatto grande l’America, l’attuale politica conduce verso il declino economico, sociale e culturale 

di Christopher Hein

Migranti espulsi dagli Stati Uniti e costretti a tornare in Honduras con autobus speciali

4' di lettura

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Si parla molto, in questi giorni, del programma annunciato dal neopresidente Donald Trump di una «espulsione di massa senza precedenti nella storia» di migranti irregolari. Meno attenzione ha avuto il congelamento, se non la chiusura definitiva, delle vie legali d’ingresso negli Stati Uniti per rifugiati e migranti economici. Considerando che l’immigrazione regolare è il più efficace modo per prevenire quella irregolare, la politica delle porte chiuse rischia di rivelarsi controproducente per gli obiettivi dichiarati dal presidente. Inoltre, l’espulsione di milioni di migranti, di cui molti da anni residenti negli Stati Uniti e integrati nel mercato di lavoro, avrà secondo alcuni osservatori un effetto devastante per l’economia.

Il primo giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, Trump ha cancellato, con un ordine esecutivo, il programma di resettlement, ovvero il reinsediamento pianificato di rifugiati da Paesi di primo rifugio dove la loro protezione non è garantita. Da decenni, gli Usa, a livello globale, sono il Paese con il più alto numero di posti messi a disposizione. Con una firma del presidente, 125mila persone selezionate per il programma del 2025, molti già in possesso del visto dopo anni di attesa e di procedure, vedono cancellati il loro futuro e la loro integrazione in una società tradizionalmente ospitale. Con l’uscita dal programma, gli Stati uniti interrompono la loro tradizione umanitaria e danno un pessimo segnale agli altri Stati come quelli dell’Unione europea che finora hanno sostenuto il resettlement come una delle poche strade per l’arrivo legale di che è fuggito da persecuzioni o conflitti armati.

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Molte più persone ancora sono state colpite dalla cancellazione, sempre per via di una presidential order, della protezione temporanea di cui hanno goduto 1,3 milioni di sfollati, al primo posto 600mila venezuelani e poi anche ucraini, guatemaltechi, salvadoregni, somali e altri.

La protezione temporanea veniva concessa a chi già si trovava irregolarmente negli Usa, qualora il rimpatrio potesse causare un danno grave per motivi di disastri o conflitti nel Paese di origine. La misura, istituita nel 1990 dalla Legge sull’Immigrazione, ha costituito una barriera legale contro l’espulsione e prevedeva un permesso di lavoro temporaneo. È stata rinnovata annualmente, “sopravvivendo” perfino alla prima amministrazione Trump. Centinaia di migliaia di sfollati, specie quelli provenienti dall’America centrale, vivono da più di dieci anni con questo status, hanno creato delle famiglie e comprato alloggi, ma nei prossimi mesi potrebbero essere espulsi. Il Venezuela, in cambio di benefici economici nonché del riconoscimento del governo Maduro, ha dichiarato la disponibilità a facilitare il rimpatrio forzato.

Altri programmi destinati all’ingresso regolare, istituiti sotto la presidenza Biden con riguardo particolare agli ucraini, sono stati sospesi dal nuovo governo americano, e i beneficiari rischiano di diventare adesso immigrati irregolari. Nello stesso destino potrebbe incorrere il Deferred Action for Childhood arrivals, il piano pr evitare l’espulsione dei bambini, istituito nel 2012 dal governo Obama per proteggere i minori stranieri e prevenire la separazione di famiglie: un piano che ha permesso la regolarizzazione di circa 1,2 milioni di persone.

La chiusura delle vie legali per l’ingresso e la cancellazione dei permessi temporanei di lavoro porterà all’incremento del numero di migranti irregolari, già stimato, nel 2023, a 11 milioni, un numero che non include i circa 2,5 milioni che nel 2024 sono stati fermati alla frontiera con Messico e poi rilasciati. Sono 8,3 milioni gli immigrati irregolari che hanno attualmente un posto di lavoro e si concentrano, per quasi la metà del totale, in solo tre Stati: California, Texas e Florida. Rappresentano il 36% della forza di lavoro nell’agricoltura, il 25% nella ristorazione e nel turismo, il 20% nell’edilizia.

Secondo l’American Immigration Council - le stime sono del 2022 - questa popolazione ha un reddito complessivo di 330 miliardi dollari, spende 254 miliardi dollari in consumi, paga 76 miliardi dollari di tasse, contribuisce con 22,6 milioni di dollari ai fondi previdenziali e con quasi 6 miliardi alla sanità pubblica. Considerando che il 90% di loro sono in età lavorativa, contro il 61% dei cittadini americani, i contributi - secondo una ricerca del Congresso del gennaio 2024 - superano il costo dei servizi sociali e di sanità a loro erogati.

Il fatto che paghino tasse e contributi nonostante il loro status irregolare, si spiega, da una parte, col fatto che comunque incorrono nelle tasse sui consumi, sui trasporti, sulla casa (per il 39% di proprietà). Dall’altra parte, il termine undocumented immigrants, usato nelle statistiche per immigrati irregolari, include anche coloro che hanno un permesso temporaneo di lavoro, o entrano nelle categorie di persone che temporaneamente sono, meglio dire sono stati finora, protette contro l’espulsione.

Vista la necessità di reperire mano d’opera a basso costo in molti settori dell’economia, è probabile che sia stata praticata una certa “tolleranza”, come risulta anche dal rilascio di un codice fiscale alla maggior parte degli immigrati “clandestini”. L’espulsione di massa non solo avrebbe un costo, secondo una stima molto prudente, di 315 miliardi dollari, ma danneggerà anche l’economia americana e vasti settori del mercato di lavoro.

Nella previsione del Peterson Institute for International Economics, l’azione già iniziata potrebbe ridurre il Pil degli Stati Uniti fino al 2028 in misura del 7%, ridurre l’occupazione, aumentare l’inflazione e diminuire i consumi. L’immigrazione ha fatto grande l’America, l’attuale politica conduce verso il declino economico, sociale e culturale.

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