Se invece esaminiamo la frequenza dello spreco alimentare domestico, sono decisamente i giapponesi in testa alla hit virtuosa: in casa oltre 7 cittadini su 10 sprecano meno di una volta a settimana (74%) e solo 1 giapponese su 5 spreca almeno una volta a settimana. A loro si avvicinano gli italiani e i francesi, con il 68% dei cittadini che dichiarano di sprecare meno di una volta a settimana. Seguono tedeschi (65%), spagnoli (63%), inglesi (59%), e via via sudafricani (58%), statunitensi (55%) e a fondo classifica i brasiliani: 1 su 2 conferma di gettare il cibo almeno una volta a settimana.
La frutta è il cibo più sprecato
Ed è la frutta l’alimento più sprecato del pianeta. In Italia gettiamo individualmente 30, 3 grammi di frutta alla settimana, segue l'insalata con una media di 26,4 grammi pro capite, e il pane fresco con 22,8 grammi. Ci superano però gli Stati Uniti, con 39,3 grammi a testa, la Germania con 35,3 e il Regno Unito che si attesta su uno spreco settimanale di 33,1 grammi a testa. In tema di spreco della frutta vanno meglio il Sudafrica (11,6 grammi) o la Francia (25, 8 grammi). E ancora, in Italia gettiamo ogni settimana 21 grammi di verdure e ben 22,8 grammi di tuberi, aglio e cipolle. Mentre altrove, nella nefasta “hit” degli alimenti più sprecati, entrano per esempio latte e yogurt (38,1 grammi settimanali negli Stati Uniti, 27,1 in Germania), o ancora gli affettati e salumi (21,6 grammi in Francia, 14,2 grammi settimanali in Giappone), ma anche riso e cereali che in Brasile si gettano per
27,2 grammi settimanali, o i cibi pronti che i giapponesi sprecano in misura media di 11,5 grammi settimanali.
Cosa si fa per ridurre lo spreco?
A qualsiasi latitudine, si privilegiano prodotti di piccolo formato (il 47% dei brasiliani, il 39% dei tedeschi, il 37% degli italiani) e acquistare più spesso il fresco e periodicamente i prodotti a lunga conservazione: scelgono di farlo il 57% dei sudafricani, il 42% degli spagnoli, il 45% dei sudafricani.E ancora: nelle case del pianeta di decide spesso di programmare un menu settimanale, si presta attenzione a organizzare il cibo per data di scadenza, si privilegiano prodotti a lunga conservazione. Una strategia alla quale gli italiani sembrano meno sensibili è l'acquisto di grandi quantità di cibo (carne, pesce, verdure) da surgelare in piccole porzioni: solo 1 italiano su 2 dichiara di praticarlo, contro il 49% dei sudafricani, o il 39% degli statunitensi.
Altrettanto varie le strategie di consumo anti-spreco: è praticamente un plebiscito l'accorgimento di mangiare prima il cibo deperibile e a rischio scadenza, così come di conservare il cibo cotto e avanzato,ed è persino abitudine internazionale di assaggiare il cibo appena scaduto, per verificare se è ancora edibile, prima di buttarlo. E via via dalla lista della spesa all'organizzazione della dispensa, tutte queste strategie sono mediamente adottate da 7/8 cittadini del mondo su 10, nelle proprie case. Quando si parla di family bag, per finire di consumare il pasto già pagato al ristorante anziché sprecarlo, aumenta invece la titubanza: è un'abitudine decisamente poco praticata in Giappone (23%), va un po' meglio in Germania (49%) e Italia (50%), c'è invece maggiore dimestichezza negli Stati Uniti (78%) e in Sudafrica (79%).
Quali policy pubbliche?
E quali sono i provvedimenti pubblici che dal punto di vista dei cittadini potrebbero aiutare a ridurre lo spreco del cibo, se messi in atto dalle istituzioni e dai governi del mondo? Certamente per tutti svetta la prospettiva di campagne capillari di educazione alimentare e sensibilizzazione dei cittadini sugli effetti negativi dello spreco per l'economia e l'ambiente: vale per tutti i Paesi, con livelli di consenso fra il 70 e l'80 %, tranne gli Stai Uniti, un po' più freddi all'ipotesi (58/59%). Sensibili alla questione etichette alcuni Paesi, l'Italia in particolare (84%), mentre l'dea di tassare chi spreca convince molto meno i cittadini internazionali, tranne gli italiani (54%), i giapponesi e sudafricani (48%), così come
l'aumento dei costi dei generi alimentari, come strategia per restituire valore al cibo: un'idea che resta il fanalino nella classifica dei provvedimenti pubblici anti-spreco.