Povertà educativa

Livelli educativi, il rischio nasce in famiglia per il 22% dei giovani

L’Istat mappa 78 indicatori su condizioni familiari, scuola e contesto sociale Penalizzato soprattutto il Mezzogiorno

di Enrico Schlitzer

AANSA / MATTEO BAZZI ANSA

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Il 21,7% degli under 20 vive in territori dove le condizioni familiari sono associate a un rischio educativo particolarmente alto. Aree concentrate soprattutto al Sud, tra cui le grandi città di Campania e Sicilia. È più contenuta la quota di giovani che cresce in zone a rischio elevato legato al contesto scolastico (2,9%) o sociale (8,6%). Sono queste le tre dimensioni dei fattori di rischio esaminati dalla Commissione Istat sulla povertà educativa: in base ai dati pubblicati dall’istituto, a conclusione di un percorso cominciato nel 2023, sulle competenze raggiunte il Nord ha livelli di apprendimento più alti, ma le competenze emotive e relazionali sono più solide al Centro e al Sud. In entrambi i casi la Sardegna registra i valori peggiori.

LE TRE DIMENSIONI DELLA POVERTÀ EDUCATIVA

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I trend nazionali

L’obiettivo era individuare le disuguaglianze che frenano la crescita di bambini e ragazzi, capire come misurarle e mappare le aree più colpite. Il risultato è stato un sistema di 78 indicatori, che descrivono fattori di rischio e competenze. Uno strumento che potrà essere aggiornato nel tempo, per misurare i progressi e valutare l’impatto delle politiche.

Negli ultimi anni l’Italia ha fatto grandi passi avanti sul fronte dell’abbandono scolastico. Nel 2025 il tasso è sceso all’8,2% (nel 2020 era al 14,2%), già sotto la soglia del 9% fissata dall’Ue come obiettivo per il 2030. Meno positivo il quadro sulle competenze, come ricostruito da una recente analisi del Sole 24 Ore (pubblicata il 20 aprile 2026). In base ai risultati dei test Invalsi 2024/25, quasi uno studente su due conclude la scuola media o superiore senza aver raggiunto i livelli minimi attesi in italiano e matematica. I fattori di rischio della povertà educativa, invece, finora non erano mai stati mappati in modo sistematico e la Commissione Istat segnala fragilità su vari fronti.

Nel 2024 il 43,8% dei giovani tra 6 e 19 anni non ha letto nemmeno un libro. Tra gli under 20, quasi quattro su dieci vivono in case sovraffollate (38,5%). Sul fronte della continuità didattica, circa un docente su quattro è supplente (24,4%).

Per mappare i diversi fenomeni, la Commissione ha suddiviso le regioni in tre livelli di densità abitativa: grandi città, piccoli centri e aree rurali. Per ogni zona ha sintetizzato gli indicatori in diversi punteggi che misurano il rischio educativo legato al contesto familiare, scolastico e sociale, oltre che i risultati nelle competenze cognitive e relazionali. Il valore 100 corrisponde alla media italiana. Valori superiori indicano una condizione peggiore, inferiori una più favorevole.

OTTO INDICATORI SOTTO LA LENTE

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I fattori di rischio

I fattori di rischio legati alle condizioni familiari (associati ad aspetti economici, culturali e abitativi) variano molto lungo la Penisola. Il Sud è più indietro, in particolare Sicilia, Calabria e Campania, dove pesano le disuguaglianze di reddito. In queste regioni nel 2024 la quota di giovani con i genitori disoccupati era intorno o sopra il 20%, più del doppio rispetto alla media italiana (9,8%). La situazione migliore si registra invece nel Nord-est, a partire dal Trentino-Alto Adige, e in Umbria. Scendendo nel dettaglio territoriale, le aree a rischio maggiore (superiore a 110) si concentrano quasi tutte nel Mezzogiorno e comprendono territori dove vive una quota rilevante di giovani. I punteggi più alti sono in Sicilia, nelle aree rurali (118,2) e nelle città piccole (117,8), e nelle grandi città della Campania (117,4). Al Sud il rischio familiare non varia molto tra centri urbani e aree interne: fanno eccezione le zone meno abitate della Campania, appena sopra la media nazionale. Tra le regioni del Nord, si registrano punteggi elevati solo nelle aree poco abitate della Liguria (112,8). Il resto del territorio si colloca sotto o vicino a quota 100.

Osservando invece il rischio scolastico, legato a qualità e uso effettivo dei servizi educativi, le differenze territoriali sono meno marcate, segno di un’offerta scolastica relativamente uniforme. I risultati peggiori si registrano nelle aree interne, che occupano le prime dieci posizioni. In testa ci sono Liguria (113,9), Piemonte (111,7) e Calabria (110,2). Tra i territori più critici, la quota più alta di giovani tra 0 e 19 anni si trova nelle zone rurali della Lombardia, al quinto posto, e del Veneto, al settimo.

La dimensione sociale della povertà educativa comprende le caratteristiche del territorio, l’offerta culturale e la partecipazione giovanile. Qui l’Italia torna a dividersi, ma il divario è meno netto di quello legato alle condizioni familiari. Il rischio più alto si registra nelle aree rurali del Sud, in particolare di Sicilia (119,1), Puglia (113,7) e Calabria (113,7). Ma il fenomeno tocca anche alcune grandi città, come quelle campane (109,9), e non è limitato al Meridione. Nella top 20 entrano aree interne del Centro-Nord: Liguria, Lazio, Veneto, Lombardia e Piemonte, tutte oltre quota 105.

Risultati e competenze

Sul piano dei risultati, le competenze cognitive peggiorano nel Mezzogiorno, a partire dalle zone rurali di Sardegna (136,0), Calabria (122,0) e Campania (117,5). Le competenze sociali seguono una geografia meno lineare: le criticità maggiori restano in Sardegna, ma valori elevati si registrano anche nelle regioni del Nord, a partire dal Friuli-Venezia Giulia, e nei grandi centri di Calabria e Campania.

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