Il Rapporto Pit Salute

Liste d’attesa in sanità, fino a 102 giorni per una mammografia urgente

Un cittadino su due segnala tempi “monstre” e agende chiuse con più di 6 su 10 persone fuori dalle cure pubbliche per il mancato rispetto dei codici di priorità e intanto le Regioni varano il nuovo Piano

di Barbara Gobbi

Adobe Stock

5' di lettura

English Version

5' di lettura

English Version

Le liste d’attesa si confermano il principale ostacolo alle cure in tutta Italia nel 2025, a testimoniare che la “legge Schillaci” voluta dal ministro della Salute proprio per contrastare il fenomeno - che ha tra i suoi effetti più “perversi” il ricorso del cittadino al privato e quindi al portafoglio - non è ancora a regime malgrado gli ultimi passi avanti rilevati dalla Piattaforma Agenas in 16 Regioni. A rilanciare il tema è l’ultimo Rapporto del Pit Salute - che festeggia 30anni di attività e il 14 giugno, “Giornata per i diritti del malato” sarà in 60 piazze - presentato da Cittadinanzattiva proprio nella sede del ministero. Secondo il Report 2026, l’anno scorso quasi un cittadino su due, degli oltre 14mila che si sono rivolti all’associazione, ha denunciato il mancato accesso alle prestazioni sanitarie pubbliche: nel 62,2% dei casi per tempi d’attesa troppo lunghi rispetto ai codici di priorità, ma anche a causa di agende chiuse o bloccate o di difficoltà a contattare i Cup (37,2%), e nello 0,6% di situazioni per il ricorso all’intramoenia che non tutti possono permettersi.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Dalle Regioni via al nuovo Piano anti-liste

La doccia fredda arriva proprio nel giorno in cui la Conferenza Stato-Regioni raggiunge l’intesa sul Piano nazionale di Governo delle liste d’attesa (Pngla) 2026-2028. Un Piano che “si prefigge di migliorare l’accesso alle prestazioni sanitarie, ridurre i tempi di attesa, garantire cure di qualità e assicurare ai cittadini servizi più omogenei in tutte le Regioni”. Alla luce degli obiettivi fissati, le Regioni sottolineano l’importanza che sia garantito un confronto costante sia con Agenas (l’Agenzia per i servizi sanitari regionali) sia con il ministero della Salute, sia per “verificare la congruità delle risorse economiche che saranno necessarie per l’attuazione del Piano, data la clausola di invarianza finanziaria inserita”, sia per “accertarsi dell’adeguatezza delle misure che saranno messe in atto per migliorare l’appropriatezza prescrittiva”.

Loading...

Con l’intesa, Regioni e Province autonome si impegnano ad adottare entro 120 giorni un proprio Piano regionale di governo delle liste di attesa in coerenza con quello nazionale e a rafforzarne il monitoraggio.

Il ministro della Salute Orazio Schillaci dal canto suo rivendica il già fatto: nel suo messaggio per i 30 anni di attività del Pit Salute ha tenuto a sottolineare per la sanità «criticità che si sono cronicizzate negli anni, cui questo Governo sta fornendo risposte con provvedimenti mirati» e ha ricordato che «la Piattaforma nazionale liste d’attesa ha monitorato 65 milioni di prenotazioni e restituito miglioramenti in sedici regioni su ventuno. Un’operazione-trasparenza mai avvenuta prima», ha rimarcato.

Mammografie “critiche”

Tra gli esami più difficili da conquistare, Tac, Risonanze magnetiche ed ecografie e oltre la metà dei cittadini (56,6%) afferma che il tempo di attesa per gli esami diagnostici è superiore a quanto previsto dal codice di priorità indicato in ricetta.

Va molto male - rilevano da Cittadinanzattiva - per alcuni esami che andrebbero fatti subito: si aspettano fra i 23 e i 31 giorni per esami come colonscopia (il cui screening data la priorità è inserito nei Livelli essenziali di assistenza) e gastroscopia con priorità urgente (entro 72 h); per una mammografia bilaterale con codice breve (entro 10 giorni) l’attesa tocca 102 giorni.

Sempre in tema di prevenzione del tumore al seno, l’attesa triplica arrivando a 480 giorni per una mammografia in classe P (programmata), da erogare entro 120 giorni. Non va meglio per una colonscopia in classe P dove si registrano 420 giorni di attesa che “scendono” a 310 giorni nel caso in cui l’esame sia stato indicato dal prescrittore come “differibile” (da erogare in 60 giorni).

Il picco massimo d’attesa è stato segnalato per una Rmn all’encefalo in classe P: 540 giorni, rispetto ai 120 previsti dal codice di priorità.

Visite: il 40% fuori tempo massimo

Il mancato rispetto dei codici di priorità interessa anche quasi il 40% delle visite specialistiche. Ecco alcuni esempi: una visita cardiologica da erogare in 10 giorni (classe breve) si attendono fino a 42 giorni e, se in classe P quindi da erogare in 120 giorni, se ne attendono 270. Ritardi record per le visite oculistiche: fino a 483 giorni per un codice P. Per una visita Oncologica, si evidenziano 180 giorni (6 mesi) per la Classe D, un tempo che mal si concilia con la necessità di tempestività del percorso oncologico.

Si fatica molto anche per le visite di controllo - rilevano ancora da Cittadinanzattiva sulla base delle segnalazioni al Pit Salute -: a conferma che il cittadino, una volta entrato nel sistema, viene spesso abbandonato a tempi di attesa biblici per i successivi passaggi. Qualche esempio: seppure urgenti come controllo, si attendono 46 giorni per una visita ortopedica, 42 per una oculistica, 41 per una cardiologica. Per la visita di controllo in Ginecologia si registra il dato più drammatico con 660 giorni (quasi due anni) per una visita programmata (Classe P).

Gli altri nodi

Dai disservizi segnalati nell’ambito dell’assistenza territoriale al nodo della protesica, messa in crisi dal recepimento delle tariffe, il Ssn inciampa anche in altri ambiti extra-liste.
Le segnalazioni al Pit relative alle cure sul territorio - sempre in riferimento alle 14.176 segnalazioni totali - rappresentano il 19,7% e riguardano in particolare il rapporto con medici di famiglia e pediatri, le criticità relative all’ambito della salute mentale, alle Rsa e all’assistenza domiciliare.
Al terzo posto per numero di segnalazioni, e in netto aumento rispetto al 2024 (dallo 0,9% al 7%), si piazza come detto l’assistenza protesica e integrativa: le lungaggini amministrative nel recepimento delle tariffe con lo scostamento tra i rimborsi stabiliti e i costi reali di mercato hanno generato difficoltà burocratiche, ostacolando di fatto l’accesso dei cittadini a questi presidi, rilevano da Cittadinanzattiva. In questo ambito, è appena arrivata una nuova “bocciatura” del Tar Lazio sul nuovo Tariffario Lea del ministero della Salute, segnando un altro punto a favore dei privati accreditati che chiedono una revisione al rialzo dei “prezzi” delle prestazioni.

30 anni di battaglie

Dal Rapporto risulta chiaro come è ancora lungo il cammino per l’affermazione dei diritti in sanità: «Nei trent’anni di attività dei punti di tutela Pit Salute, Cittadinanzattiva ha dato voce a oltre mezzo milione di persone, contribuendo a raggiungere vittorie storiche per l’equità e la dignità dei cittadini e dei pazienti, dal riconoscimento degli indennizzi per il sangue infetto (legge 210/92), all’approvazione della legge 38 del 2010 sul dolore, alla abolizione del superticket nel 2020», premette Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva. Ma «altre battaglie sono ancora in corso - sottolinea -: pensiamo a quella sui tempi di attesa, rispetto ai quali, sebbene le ultime norme abbiano contribuito a far crescere la consapevolezza civica e a sperimentare risposte più efficaci sul tema, i cittadini ancora non vedono rispettati i propri diritti all’accesso».

Anziani e bambini prioritari

Mandorino passa poi in rassegna le altre priorità di un paese in piena transizione demografica: «La riforma per l’assistenza per gli anziani non autosufficienti al momento è ancora da implementare. Da realizzare è invece il riconoscimento del caregiver familiare, da tutti considerato figura essenziale per il nostro welfare ma ancora priva di tutele effettive - sottolinea - . E ancora molta strada è da fare rispetto alle case di comunità il cui modello fatica a decollare, rimanendo ancora in molti casi strutture vuote e di poca utilità per le comunità di riferimento. Da poco infine abbiamo lanciato una campagna sui primi mille giorni con l’obiettivo di costruire una politica nazionale che contribuisca a trasformare i primi 1000 giorni in una leva concreta di equità sociale, salute pubblica e innovazione del welfare», conclude.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti