Salute

Lgbtq+, dalla ricerca alle cure le discriminazioni in ambito sanitario

Secondo l’indagine di Arcigay, il 30% delle persone transgender ha riferito esperienze negative con il proprio medico di base.

di Ilaria Potenza

(Adobe Stock)

5' di lettura

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L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono clinicamente invisibili nel contesto sanitario internazionale. Lo dimostra uno studio pubblicato lo scorso anno su The Lancet, che evidenzia come discriminazioni sistemiche, pregiudizi sociali e lacune organizzative contribuiscono a peggiorare l’accesso alle cure e gli esiti di salute delle persone Lgbtq+.

La pratica medica continua infatti a ruotare attorno al paradigma di un paziente - maschio, cisgender, eterosessuale - su cui sono costruiti protocolli, strumenti diagnostici, linguaggi e percorsi di cura. Per chi non corrisponde a questo modello accedere ai servizi sanitari può significare incontrare ostacoli, ritardi, incomprensioni o rinunce. La questione riguarda in particolare le persone transgender e non binarie, che in Italia si confrontano con un’assenza quasi totale di politiche pubbliche dedicate alla loro salute. I primi dati sullo stato di salute della popolazione transgender adulta in Italia, pubblicati dall’Istituto superiore di sanità nel 2022, hanno dimostrato per esempio che nel nostro Paese i tassi di depressione tra le persone transgender sono superiori a quelli della popolazione generale: tra il 40% e il 60% riportano sintomi clinicamente significativi, contro una media nazionale compresa tra il 4% e il 7%. L’adesione agli screening oncologici è poi bassissima: solo il 20% delle persone transgender assegnate femmina alla nascita si sottopone regolarmente al Pap-test, a fronte del 79% tra le donne cisgender. Il 46% delle persone trans dichiara inoltre di aver subito discriminazioni durante l’accesso a servizi sanitari.

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Una barriera che non è solo sociale, ma clinica. Lo stesso studio sottolinea che, accanto alle barriere materiali, si aggiunge una diffusa sfiducia nei confronti del sistema, una ritrosia a cercare cure per timore di venire giudicati o rifiutati.

I dati europei

A livello europeo, la fotografia non cambia di molto. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (Fra), il 16% delle persone Lgbtqia+ ha subito almeno un episodio di discriminazione in ambito sanitario. Nel caso delle persone transgender, la percentuale sale al 34%. In Italia, l’indagine “Vite ai margini” condotta da Arcigay su un campione di oltre 5.000 persone Lgbtq+ conferma questa tendenza: il 38% delle persone transgender ha riportato esperienze ostili con operatori sanitari, mentre quasi un quarto del totale ha evitato attivamente di rivolgersi a medici o strutture sanitarie per paura di pregiudizi. Nel campo della prevenzione sessuale, la disponibilità della PrEp – la profilassi pre-esposizione all’Hiv – è un altro esempio delle lacune di sistema. Pur essendo stata introdotta nel Servizio sanitario nazionale nel maggio 2023, è oggi accessibile in meno di 30 centri pubblici, concentrati soprattutto nelle grandi città. Al di fuori delle aree metropolitane, l’accesso è ostacolato da costi aggiuntivi e dalla carenza di personale formato. Anche il cabotegravir iniettabile, trattamento preventivo innovativo per l’Hiv, è presente solo in alcune strutture sperimentali, lasciando scoperta la gran parte del territorio nazionale.

Percorso di affermazione dell’identità di genere

Una delle aree in cui le disuguaglianze emergono con più forza è quella dei percorsi di affermazione di genere. In Italia i centri pubblici attivi sono soltanto nove, a Bari, Bologna, Torino, Trieste, Napoli, Roma, Torre del Lago e Firenze. Proprio a Firenze, il centro dell’azienda ospedaliera Careggi ha visto un aumento netto delle richieste, da 60 accessi nel 2022 a 150 nel 2023. L’età media di prima visita si aggira intorno ai 14–15 anni.

Il centro toscano offre un percorso multidisciplinare composto da visite psicologiche, psichiatriche, endocrinologiche e consulti sociali. Le prestazioni sono coperte dal ticket, ma le liste di attesa restano lunghe: sei mesi per la prima visita psicologica, altrettanto per quella endocrinologica. Gli interventi chirurgici – vaginoplastiche, scrotoplastiche, isterectomie –vengono programmati con tempi che variano dai 18 ai 24 mesi.

Al Careggi, nel biennio 2021–2022, sono stati effettuati sedici interventi di vaginoplastica, sei di isterectomia e due scrotoplastiche. Il centro è considerato un’eccellenza pubblica, ma molti altri territori non offrono nemmeno un punto di accesso specializzato, costringendo le persone a spostarsi centinaia di chilometri o a rivolgersi a strutture private.

Le testimonianze raccolte attraverso forum e gruppi online sui social network confermano la frammentarietà del sistema. Alcuni utenti raccontano attese di oltre un anno per ottenere una diagnosi, fino a quattro o cinque anni per un intervento chirurgico. Altri segnalano la necessità di rivolgersi al privato per accelerare i tempi, con costi spesso non sostenibili.

In mancanza di percorsi pubblici, c’è chi inizia trattamenti ormonali in autonomia o si rivolge a cliniche all’estero, pur di avviare un processo ritenuto urgente e necessario.

Carenza di formazione

La carenza di personale formato è una delle cause principali di queste difficoltà. Nessun corso di laurea in medicina, infermieristica o psicologia in Italia prevede moduli obbligatori sulla salute Lgbtq+. La formazione continua è lasciata all’iniziativa personale dei professionisti, con esiti disomogenei. L’assenza di preparazione genera situazioni di disagio per i pazienti: errori nell’uso di pronomi, rifiuto di prescrivere farmaci con il nome d’elezione del paziente, reticenza nel seguire percorsi già avviati. Secondo l’indagine di Arcigay, il 30% delle persone transgender ha riferito esperienze negative con il proprio medico di base.

Il quadro normativo

Nel panorama europeo, l’Italia appare in ritardo. In Francia, il sistema sanitario prevede protocolli ufficiali per l’accompagnamento alla transizione. In Spagna, la “ley trans” (legge tarns, ndr) del 2023 ha introdotto percorsi autodeterminati, l’eliminazione dell’obbligo di diagnosi psichiatrica per il cambio di genere e una rete sanitaria pubblica specifica. Il Consiglio d’Europa ha più volte richiamato l’Italia a colmare questo divario, sollecitando una raccolta dati disaggregata, l’introduzione di formazione obbligatoria e la creazione di percorsi territorialmente distribuiti.

Fuori dall’Europa

Anche al di fuori dell’Europa si registrano differenze significative. Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump nelle ultime settimane ha revocato numerose tutele sanitarie per le persone transgender: sono stati cancellati fondi per progetti di ricerca del National institutes of health, bloccati programmi di prevenzione e rimosse le iniziative contro la discriminazione nel sistema sanitario federale. L’American medical association ha documentato un aumento del 15% nell’abbandono delle cure da parte di persone transgender.

I costi dell’esclusione

Nel contesto attuale, parlare di salute Lgbtq+ in Italia significa affrontare un paradosso strutturale che si rivela nell’esistenza formale di un servizio sanitario pubblico e universale

che, nei fatti, esclude chi non rientra nei modelli dominanti della medicina. Non si tratta soltanto di una lacuna culturale, ma di un problema organizzativo e politico. Senza raccolta sistematica di dati, senza formazione obbligatoria per il personale sanitario, senza una rete nazionale di servizi equi e accessibili, l’inclusione resta una dichiarazione astratta.

I costi di questa esclusione non ricadono solo sulle persone coinvolte, ma sull’intero sistema. Si aggravano le disuguaglianze, si alzano i costi sociali, si altera la fiducia nel servizio pubblico. Eppure, esistono già soluzioni. Altri Paesi europei hanno introdotto linee guida nazionali, percorsi di autodeterminazione, formazione accademica obbligatoria, accesso diffuso alla prevenzione. Le esperienze italiane più avanzate – come il centro di Careggi a Firenze – dimostrano che un sistema pubblico competente e inclusivo non solo è possibile, ma è già in funzione, seppur in modo isolato. Serve applicare in modo coerente i diritti attraverso scelte strutturali e coordinate. Il Servizio sanitario nazionale non può più permettersi l’illusione dell’universalità se ignora chi non corrisponde al modello paziente su cui è stato costruito. Rendere visibile l’identità e l’orientamento delle persone nei percorsi di salute non è una concessione né un’eccezione: è un dovere istituzionale e una necessità di sistema. L’inclusione non è un’aggiunta estetica, ma un criterio di efficienza, di prevenzione, di sostenibilità. L’universalità si costruisce nei dettagli: nei dati raccolti, nei moduli universitari, nei codici fiscali aggiornati, nelle sale d’attesa, nelle terapie ormonali prescritte senza esitazione. L’universalità, in sanità, si misura da chi riesce davvero a accedervi. E da chi resta ancora fuori.

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