Lgbtq+, dalla ricerca alle cure le discriminazioni in ambito sanitario
Secondo l’indagine di Arcigay, il 30% delle persone transgender ha riferito esperienze negative con il proprio medico di base.
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L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono clinicamente invisibili nel contesto sanitario internazionale. Lo dimostra uno studio pubblicato lo scorso anno su The Lancet, che evidenzia come discriminazioni sistemiche, pregiudizi sociali e lacune organizzative contribuiscono a peggiorare l’accesso alle cure e gli esiti di salute delle persone Lgbtq+.
La pratica medica continua infatti a ruotare attorno al paradigma di un paziente - maschio, cisgender, eterosessuale - su cui sono costruiti protocolli, strumenti diagnostici, linguaggi e percorsi di cura. Per chi non corrisponde a questo modello accedere ai servizi sanitari può significare incontrare ostacoli, ritardi, incomprensioni o rinunce. La questione riguarda in particolare le persone transgender e non binarie, che in Italia si confrontano con un’assenza quasi totale di politiche pubbliche dedicate alla loro salute. I primi dati sullo stato di salute della popolazione transgender adulta in Italia, pubblicati dall’Istituto superiore di sanità nel 2022, hanno dimostrato per esempio che nel nostro Paese i tassi di depressione tra le persone transgender sono superiori a quelli della popolazione generale: tra il 40% e il 60% riportano sintomi clinicamente significativi, contro una media nazionale compresa tra il 4% e il 7%. L’adesione agli screening oncologici è poi bassissima: solo il 20% delle persone transgender assegnate femmina alla nascita si sottopone regolarmente al Pap-test, a fronte del 79% tra le donne cisgender. Il 46% delle persone trans dichiara inoltre di aver subito discriminazioni durante l’accesso a servizi sanitari.
Una barriera che non è solo sociale, ma clinica. Lo stesso studio sottolinea che, accanto alle barriere materiali, si aggiunge una diffusa sfiducia nei confronti del sistema, una ritrosia a cercare cure per timore di venire giudicati o rifiutati.
I dati europei
A livello europeo, la fotografia non cambia di molto. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (Fra), il 16% delle persone Lgbtqia+ ha subito almeno un episodio di discriminazione in ambito sanitario. Nel caso delle persone transgender, la percentuale sale al 34%. In Italia, l’indagine “Vite ai margini” condotta da Arcigay su un campione di oltre 5.000 persone Lgbtq+ conferma questa tendenza: il 38% delle persone transgender ha riportato esperienze ostili con operatori sanitari, mentre quasi un quarto del totale ha evitato attivamente di rivolgersi a medici o strutture sanitarie per paura di pregiudizi. Nel campo della prevenzione sessuale, la disponibilità della PrEp – la profilassi pre-esposizione all’Hiv – è un altro esempio delle lacune di sistema. Pur essendo stata introdotta nel Servizio sanitario nazionale nel maggio 2023, è oggi accessibile in meno di 30 centri pubblici, concentrati soprattutto nelle grandi città. Al di fuori delle aree metropolitane, l’accesso è ostacolato da costi aggiuntivi e dalla carenza di personale formato. Anche il cabotegravir iniettabile, trattamento preventivo innovativo per l’Hiv, è presente solo in alcune strutture sperimentali, lasciando scoperta la gran parte del territorio nazionale.
Percorso di affermazione dell’identità di genere
Una delle aree in cui le disuguaglianze emergono con più forza è quella dei percorsi di affermazione di genere. In Italia i centri pubblici attivi sono soltanto nove, a Bari, Bologna, Torino, Trieste, Napoli, Roma, Torre del Lago e Firenze. Proprio a Firenze, il centro dell’azienda ospedaliera Careggi ha visto un aumento netto delle richieste, da 60 accessi nel 2022 a 150 nel 2023. L’età media di prima visita si aggira intorno ai 14–15 anni.


