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L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono clinicamente invisibili nel contesto sanitario internazionale. Lo dimostra uno studio pubblicato lo scorso anno su The Lancet, che evidenzia come discriminazioni sistemiche, pregiudizi sociali e lacune organizzative contribuiscono a peggiorare l’accesso alle cure e gli esiti di salute delle persone Lgbtq+.
La pratica medica continua infatti a ruotare attorno al paradigma di un paziente - maschio, cisgender, eterosessuale - su cui sono costruiti protocolli, strumenti diagnostici, linguaggi e percorsi di cura. Per chi non corrisponde a questo modello accedere ai servizi sanitari può significare incontrare ostacoli, ritardi, incomprensioni o rinunce. La questione riguarda in particolare le persone transgender e non binarie, che in Italia si confrontano con un’assenza quasi totale di politiche pubbliche dedicate alla loro salute. I primi dati sullo stato di salute della popolazione transgender adulta in Italia, pubblicati dall’Istituto superiore di sanità nel 2022, hanno dimostrato per esempio che nel nostro Paese i tassi di depressione tra le persone transgender sono superiori a quelli della popolazione generale: tra il 40% e il 60% riportano sintomi clinicamente significativi, contro una media nazionale compresa tra il 4% e il 7%. L’adesione agli screening oncologici è poi bassissima: solo il 20% delle persone transgender assegnate femmina alla nascita si sottopone regolarmente al Pap-test, a fronte del 79% tra le donne cisgender. Il 46% delle persone trans dichiara inoltre di aver subito discriminazioni durante l’accesso a servizi sanitari.
Una barriera che non è solo sociale, ma clinica. Lo stesso studio sottolinea che, accanto alle barriere materiali, si aggiunge una diffusa sfiducia nei confronti del sistema, una ritrosia a cercare cure per timore di venire giudicati o rifiutati.
A livello europeo, la fotografia non cambia di molto. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (Fra), il 16% delle persone Lgbtqia+ ha subito almeno un episodio di discriminazione in ambito sanitario. Nel caso delle persone transgender, la percentuale sale al 34%. In Italia, l’indagine “Vite ai margini” condotta da Arcigay su un campione di oltre 5.000 persone Lgbtq+ conferma questa tendenza: il 38% delle persone transgender ha riportato esperienze ostili con operatori sanitari, mentre quasi un quarto del totale ha evitato attivamente di rivolgersi a medici o strutture sanitarie per paura di pregiudizi. Nel campo della prevenzione sessuale, la disponibilità della PrEp – la profilassi pre-esposizione all’Hiv – è un altro esempio delle lacune di sistema. Pur essendo stata introdotta nel Servizio sanitario nazionale nel maggio 2023, è oggi accessibile in meno di 30 centri pubblici, concentrati soprattutto nelle grandi città. Al di fuori delle aree metropolitane, l’accesso è ostacolato da costi aggiuntivi e dalla carenza di personale formato. Anche il cabotegravir iniettabile, trattamento preventivo innovativo per l’Hiv, è presente solo in alcune strutture sperimentali, lasciando scoperta la gran parte del territorio nazionale.
Una delle aree in cui le disuguaglianze emergono con più forza è quella dei percorsi di affermazione di genere. In Italia i centri pubblici attivi sono soltanto nove, a Bari, Bologna, Torino, Trieste, Napoli, Roma, Torre del Lago e Firenze. Proprio a Firenze, il centro dell’azienda ospedaliera Careggi ha visto un aumento netto delle richieste, da 60 accessi nel 2022 a 150 nel 2023. L’età media di prima visita si aggira intorno ai 14–15 anni.