Lezioni di felicità: tre donne spiegano la formula del Paese dove si vive meglio
Da un cottage di legno su un’isola disabitata a una mega biblioteca-salotto, dai papaveri rossi di Marimekko al popolo fiabesco dei Mumin. Perché vivere in Finlandia.
di Lisa Corva
6' di lettura
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Onnellisuus. In finlandese, felicità. Parola quasi impronunciabile per chi parla una lingua romanza, ma di assoluta e quotidiana familiarità per chi in Finlandia ci vive: il Paese scandinavo è stato eletto il più felice del mondo per il settimo anno consecutivo. A decretarlo, il World Happiness Report 2024, che colloca in vetta altre nazioni del Nord: la Danimarca conquista il secondo posto, l’Islanda il terzo, la Svezia il quarto. Nella classifica che valuta soddisfazione e benessere, l’Italia è solo quarantunesima. Ma di che cosa si compone la felicità in Finlandia, oltre alle ben note foreste, saune, acque gelide e cristalline e al sogno dell’aurora boreale? Forse, ipotizza il New York Times, il termine più giusto per definire il segreto di questi luoghi è sisu, ovvero il coraggio estremo di fronte agli ostacoli. Chi abita in questo Paese vanta una lunga, secolare confidenza con il freddo e il buio: durante l’inverno, soprattutto a dicembre, chi vive nelle zone più settentrionali può contare su meno di tre ore di luce al giorno.
Tre donne finlandesi che rivestono posizioni chiave nel mondo dell’arte, della moda e del design provano a rispondere alla domanda. L’obiettivo è arrivare a comprendere di che cosa sia fatta la felicità in Finlandia. La loro, innanzitutto. Partendo dalla parola che più la rappresenta, per avvicinarsi a una delle lingue più misteriose del mondo.
«Il termine che preferisco è lumi, significa neve e richiama la purezza», spiega Arja Miller, nuova direttrice del museo d’arte moderna HAM di Helsinki. «La scelgo perché i paesaggi innevati sono incantevoli, ovviamente. Ma anche perché è il nome che ho dato a mia figlia, nata durante una bufera di neve, un giorno di febbraio di vent’anni fa». Arja Miller ama l’acqua, la vela (lei e il marito possiedono una barca), e l’arcipelago di Helsinki, che è composto da più di trecento isole e isolotti, molti dei quali disabitati. Esattamente l’immagine che si rievoca pensando alla silenziosa pacatezza del Paese. «Sono molto contenta di occuparmi della prossima edizione della Biennale di Helsinki, la terza, che si terrà l’estate del 2025 sull’isola di Vallisaari. Al mio fianco, due nuove curatrici, Kati Kivinen, e la spagnola Blanca de la Torre». Miller ha una passione per le isole. Anche perché, mi confida mentre camminiamo per il museo, è su una minuscola isola disabitata, Klovharun, che Tove Jansson – scrittrice e pittrice molto amata in Finlandia – passò oltre trenta estati, insieme alla sua compagna, in un cottage di legno con le finestre aperte sui quattro punti cardinali. In quel luogo, Jansson ambientò Il libro dell’estate, tra le sue pagine più belle. «Tutti i bambini da noi crescono con le storie sui Mumin, popolo fiabesco che lei aveva disegnato. È stata una donna anticonformista, una pioniera anche nella vita: non ha mai nascosto di amare una donna, e questo, negli anni Cinquanta, è stato molto coraggioso. Sto mettendo a punto una grande mostra a lei dedicata, che aprirà a fine ottobre. Fanno già parte della nostra collezione permanente i suoi affreschi murali, che decoravano la sala da pranzo del Municipio di Helsinki: guardi, la riconosce?». Jansson si è autoritratta seduta a un tavolino, in mezzo a un gruppo di persone che ballano. Lei è da sola, fuma, ma accanto al mazzo di fiori davanti a sé, seminascosto, c’è un Mumin. Forse anche questa è felicità: saper inventare un mondo magico che ci accompagna, segretamente, a ogni passo.
La stessa felicità sembra prendere forma nei papaveri di Marimekko: dietro il motivo Unikko, lanciato nel 1964, c’è una storia da raccontare. Armi Ratia, fondatrice del marchio negli anni Cinquanta, dichiarò che le sue collezioni non avrebbero mai incluso fantasie floreali. La designer Maija Isola le disobbedì disegnando grossi papaveri rossi e fucsia, che hanno poi avuto un grande successo. Ora il ceo di Marimekko è Tiina Alahuhta-Kasko e il direttore artistico è un’altra giovane donna, Laura Väinölä. È sua l’idea di organizzare grandi party in piazza: a Helsinki, a Milano durante il Salone del Mobile e a Tokyo. Mentre passeggiamo insieme per le strade di Helsinki, mi sembra di vedere fiori arancioni, verdi e rosa ovunque, dalle shopper alle vetrine. «In ogni famiglia c’è qualcosa di Marimekko, fosse anche solo una tovaglia», spiega Väinölä. «Anche mia madre ha lavorato da Marimekko e mia nonna conosceva bene la fondatrice: io sono cresciuta in mezzo a quei disegni e a quei colori, proprio come capita oggi a mia figlia».
La Finlandia è anche design: qui una coppia leggendaria della storia dell’architettura, Alvar Aalto e sua moglie Aino, nel 1935 fondò Artek (avanguardia anche nel nome: una crasi tra arte e tecnologia). Sempre negli anni Trenta, i due architetti-designer progettarono un sanatorio a Paimio, nei boschi del Sud. Disegnarono tutto – luci, lampade, una sedia-poltrona ancora in produzione – e scelsero colori allegri, felici appunto: giallo per le scale, arancione per la sala da pranzo. Adesso Paimio Sanatorium è gestito da Mirkku Kullberg, donna decisa, che è stata per anni ceo di Artek, ha vissuto e lavorato in Svizzera (per Vitra), in Germania e in America. Oggi la sua grande scommessa è ripensare quello che un tempo era un rifugio per i malati di tubercolosi e renderlo un luogo curativo nel senso più ampio del termine. Ha cominciato la scorsa estate con i Summer Residency Program, ospitando gruppi di creativi di diverse discipline, tra conferenze ed esibizioni, per soggiorni di tre settimane, e una mostra di arte contemporanea con opere disseminate anche nel parco. «La prima volta che sono stata a Paimio ho avuto l’impressione che mi abbracciasse», racconta Kullberg. «Ho provato una sensazione simile entrando nella chiesa di Ronchamp, di Le Corbusier, ma qui è diverso. L’edificio stesso, immerso nei boschi di pini, dà un unico prezioso suggerimento a chi lo ascolta: respira. Non abbiamo forse tutti bisogno di reimparare a respirare? Il mio progetto prevede la trasformazione di Paimio in un hotel speciale, con tanto di spa». Incontro Mirkku Kullberg – che è già stata curatrice del St. George a Helsinki, hotel design che vanta un drago di Ai Weiwei ad accogliere gli ospiti nella lobby – nel ristorante Ateljé Finne: tra le statue dell’atelier di uno scultore anni Venti, Gunnar Finne, vengono proposti piatti di cucina della tradizione reinterpretata. «Per dare una seconda vita a Paimio ho anche chiamato consulenti dall’estero. Come Joseph Grima, direttore creativo della Design Academy di Eindhoven e co-fondatore di Alcova, il format di designer emergenti che ogni anno sceglie location inaspettate per la Milano Design Week». Mirkku ha vissuto a lungo all’estero e può fornire un’altra prospettiva alla mia domanda: che cosa la rende felice in Finlandia? «La natura. La sauna che ho fatto costruire nel giardino di casa mia, a un’ora da Helsinki, in materiali e colori dark. Il senso di privacy e il mare. D’estate, ogni estate, andavo a pescare con mio padre. Mi ha insegnato a guidare una barca, ad amare e rispettare il mare, e a capire che se il tempo peggiora bisogna tornare a riva, ma solo dopo che è passata la settima onda. Un insegnamento che ho applicato, inconsapevolmente, anche nella vita: cambiare, dopo il settimo anno».











