Il contributo

Lettera alla Pace

di Brunello Cucinelli

Noé con la colomba, dettaglio dai mosaici della Cattedrale di Monreale

3' di lettura

English Version

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Pubblichiamo di seguito il testo della Lettera alla Pace, una riflessione di Brunello Cucinelli

O Pace amatissima, sono attratto dalla storia, che mi è vicina ogni giorno con le cose che vedo e con le cose che leggo; nella storia cerco risposte alle domande sul perché in così tanti e lunghi periodi di tempo sei stata prigioniera, ma non arrivo mai a ragioni convincenti. A volte qualcuno, mia cara Pace, mi parla di te come di un sogno incantato; ma tu non sei un sogno, tu non sei un’isola che non c’è. Tu sei vera, possibile, autentica e necessaria come l’aria. La storia, le testimonianze di chi ti ha visto piangere silenziosa chiusa in luoghi nascosti, restano di altissimo aiuto, e gli storici sono i nostri maestri, certo, ma nemmeno loro sono bravi quanto gli artisti, poeti, pittori, romanzieri, a mettere nella più vera luce la tua grandezza, la bellezza e la tua essenza umana; sei stata cantata dall’arte come nessuno mai ha fatto, credo, fino a oggi.

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Sere fa ho fantasticato, immaginando di trovarmi in una città straordinaria, piena di sole e di verde, che poteva essere tanto antica quanto moderna, tanto orientale che occidentale, una città di persone di ogni colore della pelle, di bambini, di vecchi, di donne e uomini laboriosi, che sembravano danzare cantando in armonia con il tempo. E guardando bene, nel sogno, capivo che in realtà essi, semplicemente, erano così gioiosi perché stavano vivendo in te: nella Pace.

Ammiravo i visi allegri e i movimenti armoniosi e operosi di tante persone; ero incantato da una serenità che, come una luce generosa, si effondeva sui visi di quei cittadini felici.

Quante altre volte ti ho ammirata, o desiderata Pace, come nel grande affresco trecentesco di Lorenzetti, a Siena, che parla di Buon Governo; in quel geniale dipinto gli uomini, le donne, i bambini e gli animali non sono diversi, nella loro serena gioia, da quelli del mio fantasticare; il Buon Governo è, credo, una delle tue case preferite, e tu prosperi quando lui regna. Tu però possiedi anche un’altra casa, altrettanto grande e bella, che ami molto, ed è la Fratellanza.

Ce lo insegnò ottocento anni fa Francesco, un santo che visse in povertà, che parlava con tutte le cose del Creato; dedicò loro un cantico fra i più belli dal tempo della Bibbia. San Francesco non faceva differenze tra persona e persona, né tra animali, o cose, perché tutto per lui era pervaso da un’anima fraterna, perfino la morte, che per primo e solo chiamò sorella. Capiva che il bene dell’umanità nasce dalla Fratellanza.

È primavera. Le rondini, fedeli come ogni anno, sono tornate a garrire nel mio amato borgo di Solomeo. Affacciato alla torre del Castello sono rimasto incantato a guardarle volteggiare fin quando non è comparsa la prima stella, e in quell’aria dolce di profumi e di vita che rinasce, tu eri lì presente.

Oggi sei di nuovo imprigionata, in tante parti di questo nostro pianeta; chi ti libererà? Saranno gli uomini e le donne, fratelli di ogni popolo? Saranno i nostri governanti protempore? Saranno i santi di ogni religione? Saremo probabilmente tutti noi affratellati, forse, a spezzare per sempre le tue catene, perché tu non sia mai più prigioniera, perché il tuo bel volto possa di nuovo sorridere su ogni parte del mondo; e il mio augurio è che tu torni regina per sempre, per noi umani viventi e per le generazioni nuove che seguiranno, nel bene, ancora per millenni.

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