Management

Leadership e bias cognitivi: perché premiamo chi si fa vedere e ignoriamo chi fa funzionare le cose

Confronto tra due opposti approcci manageriali: uno visibile e reattivo, l’altro discreto e preventivo. Il costo nascosto della percezione in azienda

di Emiliano Pecis*

3' di lettura

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Oggi vi voglio raccontare due storie inventate, ma non troppo. Due manager, due approcci opposti al lavoro, due risultati molto diversi. Entrambi lavorano in aziende strutturate, con responsabilità comparabili, team da gestire e obiettivi da raggiungere. Ma c’è una differenza che fa tutta la differenza: uno si fa vedere, l’altro no.

Marco, il manager eroe

Marco è ovunque. Sempre al telefono, sempre in riunione, sempre con un’urgenza da affrontare. È il primo ad arrivare la mattina, l’ultimo a uscire la sera. Quando c’è un problema, Marco c’è. Quando qualcosa va storto, è il primo a intervenire. I suoi capi lo apprezzano: è presente, reattivo, “sul pezzo”. Lo vedono risolvere emergenze, prendere in carico questioni spinose, farsi carico di responsabilità altrui. Dà l’idea di essere un uomo chiave, uno su cui si può sempre contare.

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Il suo team, però, ha una percezione diversa. Marco accentra tutto: non delega, non lascia spazio, non costruisce autonomia. Ogni decisione passa da lui. Questo rallenta i processi, moltiplica le inefficienze e genera stress. I progetti si accumulano, le scadenze slittano, le persone più competenti se ne vanno.

C’è di più. Marco è anche un perfetto yes man. Non dice mai di no. Accetta ogni richiesta, anche quelle poco realistiche, anche quelle che sovraccaricano il team o compromettono la qualità dei progetti. Sa che dire sempre sì gli permette di apparire disponibile e collaborativo agli occhi del management. Ma spesso quegli stessi “sì” si trasformano, settimane dopo, nei problemi che poi avrà il piacere (e la visibilità) di risolvere.

Giulia, la manager invisibile

Giulia, invece, è quasi invisibile. Non perché non lavori, ma perché tutto fila liscio. Pianifica con anticipo, costruisce un team autonomo e coeso, stabilisce processi chiari e sostenibili. Se c’è un potenziale problema, spesso lo intercetta prima che diventi reale. Il suo ufficio è tranquillo, i progetti si chiudono in tempo, il clima è positivo.

A differenza di Marco, Giulia sa dire di no. Quando una richiesta mette a rischio la qualità del lavoro o il benessere del team, Giulia argomenta, propone alternative, si espone. Lo fa con coraggio e responsabilità, ma non sempre viene capita. In alcune occasioni, il management ha interpretato il suo atteggiamento come segno di scarsa flessibilità o poca collaborazione.

Eppure, proprio quei “no” hanno evitato criticità, ritardi, tensioni. Hanno protetto i progetti e il team. Ma questo lavoro di prevenzione, che impedisce alle emergenze di nascere, rimane spesso sotto traccia. E in una cultura aziendale che premia la reattività più della progettualità, Giulia rischia di non essere riconosciuta per il suo vero valore.

Il costo nascosto dell’eroismo aziendale

Avere in azienda molti “eroi” come Marco può sembrare, a prima vista, positivo. Ma il prezzo nascosto di questo modello è alto. Secondo Gallup, le aziende con alti livelli di turnover spendono mediamente tra il 50% e il 200% del salario annuale per sostituire un collaboratore. In ambienti dove l’emergenza è costante, lo stress e la demotivazione si diffondono, provocando dimissioni e calo della produttività.

Inoltre, una cultura basata sull’urgenza soffoca l’innovazione. Se tutti sono occupati a “spegnere incendi”, nessuno ha tempo o energia per pensare in modo strategico o per migliorare i processi. L’apparente vitalità si traduce, nel medio-lungo periodo, in inefficienza e perdita di competitività.

Una questione di bias manageriali

Questa asimmetria di percezione è tutt’altro che casuale. La psicologia comportamentale ha dimostrato come molti manager siano influenzati da bias cognitivi inconsapevoli quando valutano il rendimento dei collaboratori.

Tra i più frequenti:

• Availability bias: ciò che vediamo più spesso — come la presenza continua di Marco — ci sembra più importante o efficace, anche se non lo è.

• Effort heuristic: tendiamo a valutare positivamente chi mostra grande sforzo visibile, confondendolo con l’efficacia reale.

• Action bias: chi interviene costantemente viene percepito come più utile, anche se l’intervento non produce risultati.

• Invisibility bias: chi gestisce bene e con discrezione viene spesso ignorato, perché la sua efficacia si manifesta nell’assenza di problemi.

• Attribution bias: se qualcosa va male, cerchiamo un colpevole; se tutto va bene, lo attribuiamo “al sistema”.

In sintesi, valutiamo più facilmente ciò che è visibile, non ciò che funziona realmente. E così il merito, in certi contesti, può diventare una questione di percezione più che di risultati. Ecco perché, troppo spesso, la leadership efficace rimane invisibile.

Conclusioni

Marco appare instancabile, ma spesso è lui stesso a generare il caos che poi doma. Giulia mantiene tutto sotto controllo, ma proprio per questo sparisce dai radar. Marco è un “problem solver”, Giulia è una “problem preventer”. Queste due storie sollevano una domanda tanto semplice quanto scomoda: in azienda, premiamo chi lavora bene o chi si fa vedere mentre lavora? Secondo voi, chi dei due farà carriera?

*Dirigente aziendale

Riproduzione riservata ©
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