Il libro di Germano Maifreda

Le «restituzioni» agli ebrei come misure riparatorie

di David Bidussa

Il Memoriale della Shoah di Milano. (Ansa)

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Dagli anni 90, è riemerso il tema dei beni sottratti agli ebrei durante la Shoah, producendo azioni giudiziarie, solitamente riunite sotto la forma di class action, contro banche, imprese e società di assicurazioni, principalmente europee, accusate di illeciti risalenti al periodo della persecuzione antiebraica. Quelle storie hanno aperto un filone di studio, volto alla ricostruzione di eventi specifici o di casi giudiziari. Allo stesso tempo, hanno anche indotto a riflettere su una lunga storia circa l’azione economica e la presenza economica degli ebrei nelle società in cui si sono trovati a vivere nella lunga condizione esilica.

Anche per questo è interessante la ricostruzione che Germano Maifreda propone nella prima parte di questo libro, perché consente di riflettere non solo e non tanto sul caso specifico e sulle forme persecutorie collocate tra anni 30 e 40 del secolo scorso, ma indica alcune questioni strutturali: il concetto di «mercato interpersonale», l’analisi dei comportamenti demografici in anticipo rispetto alle svolte demografiche del Novecento, i poli della presenza ebraica in Italia. La convinzione, scrive, è che «non capiremmo la fisionomia economica e le scelte professionali degli ebrei italiani di epoca contemporanea senza conoscere la loro storia pregressa e il passato delle relazioni ebraico-cristiane nella penisola e, più in generale, nel mondo della diaspora».

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Contemporaneamente, per porre il problema delle trasformazioni indotte dalla legislazione razziale, è importante considerare la ricostruzione quantitativa della presenza di ebrei nel mondo dell’imprenditoria e più in generale nell’economia che sta al centro di questa ricerca. È interessante valutare i dati dei censimenti condotti negli anni 30: la realtà di inizio secolo offre l’opportunità di cogliere le dinamiche di processi sinora quasi completamente sconosciuti.

Ricostruzione particolarmente rilevante sia sul piano comparativo (in riferimento ai processi di discriminazione e alle misure adottate in particolare nella Francia del regime di Vichy, tra 1940 e 1944, nella Germania nazista, in Ungheria), da cui ricava la caratteristica di radicalità del corpo giuridico discriminativo, ma anche e soprattutto nell’accenno conclusivo rispetto al «dopo», laddove, sottolinea, «la restituzione dei beni si rivelò un processo lungo e complesso» e le «restituzioni», più che un ritorno del sottratto, assumono la figura di misure riparatorie.

In questo senso il richiamo finale al testo Rapporto generale (2001), prodotto dalla Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati, più nota come Commissione Anselmi, istituita nel 1998, e soprattutto il silenzio con cui si è accompagnato quel lungo testo, testimonia di due aspetti che è bene trattenere.

Piu precisamente: da una parte, «pervasività della persecuzione economica condotta dal fascismo, le cui misure discriminatorie furono applicate da una macchina burocratica nel complesso diligente e a tratti zelante»; dall’altra, le difficoltà a prendere la misura soprattutto sugli effetti duraturi della legislazione razzista nell’Italia repubblicana. È nell’affrontare questo secondo aspetto che noto maggiore reticenza e resistenza. Per questo credo sia opportuno proporre una riflessione.

Due sono i momenti più significativi della vicenda giuridica degli ebrei in Italia in età moderno-contemporanea: da una parte, sta essenzialmente l’avvio della prima emancipazione collocabile in un tempo compreso tra la fine del XVIII secolo e la metà del XIX secolo; dall’altra, sta l’avvento della Repubblica all’indomani della Seconda guerra mondiale. Al fine di rendere evidente la vicenda storica complessiva proposta nel volume conta concentrare l’attenzione soprattutto su questa seconda data. Che è particolarmente significativa perché illustrativa della lentezza del tragitto che consente il progressivo annullamento di quella disuguaglianza dei singoli che sta a fondamento della legislazione razziale che in Italia inizia a costituirsi nella seconda meta degli anni 30, si definisce giuridicamente nel novembre 1938, per poi mostrare i suoi effetti sulla persecuzione delle vite tra 1943 e 1945. Progressivo annullamento che ha tempi di realizzazione lenti, comunque non immediati.

Sono state individuate tre fasi. La prima si colloca tra la liberazione di Roma (4 giugno 1944) e il varo della Costituzione repubblicana (1° gennaio 1948); la seconda coincide con la prima parte della seconda legislatura repubblicana (1948-1955); la terza copre il periodo tra il 1955 e i primi anni 70. I provvedimenti essenziali della prima fase riguardano la reintegrazione dei diritti, i risarcimenti e le indennità rispetto ai danni patrimoniali subiti; la seconda fase corrisponde soprattutto alle norme relative al reintegro; la terza è principalmente rivolta alla ricostruzione delle carriere ai fini pensionistici. Dunque, un percorso giuridico in cui gli ultimi provvedimenti risalgono alla meta degli anni 80, ovvero quarant’anni dopo la caduta del sistema legislativo razziale ratificato a partire dal 1938.

Nel complesso si tratta di norme volte a riparare o risarcire danni ai singoli o alle comunita, agli enti o alle associazioni. Questo dato non è un’eccezione e non rappresenta un percorso particolare. Per esempio, lo stesso trattamento tardivo, lento e sostanzialmente non rivolto al reintegro, avviene con i reduci militari. Il ritorno e il reinserimento dei reduci non avvengono immediatamente con la fine delle ostilità. È significativo che il rimpatrio dei prigionieri di guerra fuori dall’Italia avvenga all’indomani del voto referendario che trasforma l’Italia da monarchia a repubblica. La scelta di fondo dei governi di Parri e De Gasperi fu di non privilegiare i reduci come categoria, ma di concedere loro la stessa assistenza riservata alle vittime civili del conflitto.

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