«Le privatizzazioni, la crociera sul Britannia e le cinque voci per prosperare»
di Paolo Bricco
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«Il mio bisnonno paterno Emilio Diena scappò a Roma da Modena dove, secondo i racconti famigliari, si era rovinato con la passione per la filatelia. Era proprietario del Banco Diena. Ma non se ne curava abbastanza. Era pazzo per i francobolli. Ancora oggi le collezioni Diena sono contese dagli appassionati e valgono milioni. La banca fallì e divenne un pezzo della Banca Popolare di Modena. Sua figlia Augusta a Roma sposò mio nonno Ambrogio, avvocato. Mio padre Emilio, loro figlio, dopo la laurea in statistica lavorò alla Fao, dove si occupava di pesca. Abbiamo abitato in Via Settembrini e in Viale Mazzini. L’altra parte della famiglia erano gli Amaldi, matematici e fisici. Lo zio Edoardo era uno dei ragazzi di Via Panisperna. Anche sua moglie Ginestra era una fisica. Gli Amaldi avevano una grande tenuta agricola a Carpaneto Piacentino. A undici anni ci trascorrevo le vacanze. E andavo tutti i giorni nella tabaccheria del paese a vendere le nazionali senza filtro».
Giovanni Tamburi – classe 1954, di professione investitore in imprese industriali, un altro membro onorifico della confraternita della fabbrica - è determinato ma non feroce, a suo modo gentilmente duro, mai aggressivo. Proviene da una famiglia borghese romana, ma sa molto degli imprenditori del Nord. È cresciuto nella capitale e non l’ha mai ripudiata. Ama Milano e sa quanto il Nord – ben conosciuto negli anni 80 in Euromobiliare, la merchant bank di Guido Roberto Vitale e Alberto Milla, unica alternativa alla egemonia della Mediobanca di Enrico Cuccia - sia ricco di storie e di avventure, di successi e di sconfitte, di ricchezze costruite e di patrimoni dilapidati, di fabbriche e di strade da percorrere fra i borghi, le città e il mondo.
Siamo al Baretto, un classico per chi, nella Milano delle professioni, delle banche e delle imprese, vuole mangiare sapendo che, al tavolo a fianco, troverà i suoi simili e non gli ologrammi fatti di carne, di liposuzioni e di chirurgia plastica delle tv e dei social media. No, niente vino, secondo il rito ambrosiano del mezzogiorno rapido e lucido, regola in questo caso valida per gli astemi (come lui) e per i non astemi (come me).
La borghesia romana del Secondo Dopoguerra era interessante e vivace, benestante ma non ossessionata dall’arricchimento, a suo modo spregiudicata ma non pregiudicata. Racconta Tamburi: «Il liceo classico Tasso e lo scientifico Righi, che preferii, erano scuole impegnative. Eravamo naturalmente cattolici. Era scontato e divertente essere lupetti e poi boy-scout. Nei fine settimana, durante il liceo, facevo il commesso in un negozio in Via del Corso, Funaro Sport. Come regalo per i miei diciotto anni, ottenni un giro con una Fiat 127 nelle fabbriche del Nord, di cui vendevo i prodotti ai clienti romani: visitai gli stabilimenti di Nordica, Spalding, Tecnica e Rossignol».
Al Baretto chiediamo di avere le pizzette e i quadratini di mini-toast di cui Tamburi è goloso. Vengono portati in ritardo e in minima quantità da un cameriere in leggero imbarazzo, in una negazione dell’abbondanza meneghina che sembra rappresentare il momento difficile di Milano, con Mediobanca espugnata da un Monte dei Paschi non più senese ma in toto romano, le inchieste sull’immobiliare che dopo avere terremotato la città non arrivano a nulla, la crisi di leadership perdurante e profonda della giunta Sala.









