A tavola con Giovanni Tamburi

«Le privatizzazioni, la crociera sul Britannia e le cinque voci per prosperare»

di Paolo Bricco

Giovanni Tamburi

6' di lettura

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«Il mio bisnonno paterno Emilio Diena scappò a Roma da Modena dove, secondo i racconti famigliari, si era rovinato con la passione per la filatelia. Era proprietario del Banco Diena. Ma non se ne curava abbastanza. Era pazzo per i francobolli. Ancora oggi le collezioni Diena sono contese dagli appassionati e valgono milioni. La banca fallì e divenne un pezzo della Banca Popolare di Modena. Sua figlia Augusta a Roma sposò mio nonno Ambrogio, avvocato. Mio padre Emilio, loro figlio, dopo la laurea in statistica lavorò alla Fao, dove si occupava di pesca. Abbiamo abitato in Via Settembrini e in Viale Mazzini. L’altra parte della famiglia erano gli Amaldi, matematici e fisici. Lo zio Edoardo era uno dei ragazzi di Via Panisperna. Anche sua moglie Ginestra era una fisica. Gli Amaldi avevano una grande tenuta agricola a Carpaneto Piacentino. A undici anni ci trascorrevo le vacanze. E andavo tutti i giorni nella tabaccheria del paese a vendere le nazionali senza filtro».

Giovanni Tamburi – classe 1954, di professione investitore in imprese industriali, un altro membro onorifico della confraternita della fabbrica - è determinato ma non feroce, a suo modo gentilmente duro, mai aggressivo. Proviene da una famiglia borghese romana, ma sa molto degli imprenditori del Nord. È cresciuto nella capitale e non l’ha mai ripudiata. Ama Milano e sa quanto il Nord – ben conosciuto negli anni 80 in Euromobiliare, la merchant bank di Guido Roberto Vitale e Alberto Milla, unica alternativa alla egemonia della Mediobanca di Enrico Cuccia - sia ricco di storie e di avventure, di successi e di sconfitte, di ricchezze costruite e di patrimoni dilapidati, di fabbriche e di strade da percorrere fra i borghi, le città e il mondo.

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Siamo al Baretto, un classico per chi, nella Milano delle professioni, delle banche e delle imprese, vuole mangiare sapendo che, al tavolo a fianco, troverà i suoi simili e non gli ologrammi fatti di carne, di liposuzioni e di chirurgia plastica delle tv e dei social media. No, niente vino, secondo il rito ambrosiano del mezzogiorno rapido e lucido, regola in questo caso valida per gli astemi (come lui) e per i non astemi (come me).

La borghesia romana del Secondo Dopoguerra era interessante e vivace, benestante ma non ossessionata dall’arricchimento, a suo modo spregiudicata ma non pregiudicata. Racconta Tamburi: «Il liceo classico Tasso e lo scientifico Righi, che preferii, erano scuole impegnative. Eravamo naturalmente cattolici. Era scontato e divertente essere lupetti e poi boy-scout. Nei fine settimana, durante il liceo, facevo il commesso in un negozio in Via del Corso, Funaro Sport. Come regalo per i miei diciotto anni, ottenni un giro con una Fiat 127 nelle fabbriche del Nord, di cui vendevo i prodotti ai clienti romani: visitai gli stabilimenti di Nordica, Spalding, Tecnica e Rossignol».

Al Baretto chiediamo di avere le pizzette e i quadratini di mini-toast di cui Tamburi è goloso. Vengono portati in ritardo e in minima quantità da un cameriere in leggero imbarazzo, in una negazione dell’abbondanza meneghina che sembra rappresentare il momento difficile di Milano, con Mediobanca espugnata da un Monte dei Paschi non più senese ma in toto romano, le inchieste sull’immobiliare che dopo avere terremotato la città non arrivano a nulla, la crisi di leadership perdurante e profonda della giunta Sala.

Arriva il bis di pizzette e mini-toast. E, tutti e due, ne siamo contenti. Riprende il filo Tamburi: «A Roma, da Torino, veniva spesso Edoardo Agnelli, primogenito dell’Avvocato e di Donna Marella, che ogni tanto si univa alla mia compagnia di amici. Ma si capiva che apparteneva a un altro livello, a un’altra dimensione, a un altro mondo. Avevamo in comune la passione per le moto. Le motociclette giapponesi non si potevano ancora importare. Ero riuscito ad avere una Honda 250 bicilindrica, un gioiello. Lui aveva una Honda 350, bianca e rossa come la mia. Erano uniche a Roma».

Di antipasto Giovanni prende una granceola, mentre io scelgo un piatto di funghi porcini. Tamburi è una personalità più complessa rispetto all’immagine semplificata e alla apparenza standard dell’investitore che, con le abilità tecniche e con il fiuto per le aziende a forte potenziale, ha molto aiutato il sistema industriale italiano delle medie imprese internazionalizzate a svilupparsi negli ultimi venticinque anni. In Italia ha partecipato fra il 1991 e il 1992 alla scrittura della legge 35 sulle privatizzazioni («feci parte della prima commissione presieduta da Luigi Cappugi, espressione del ministero del Bilancio guidato da Paolo Cirino Pomicino durante l’ultimo governo Andreotti, conservando la posizione durante il governo di Giuliano Amato, che portò avanti con grande decisione il progetto di privatizzare tutto il possibile») e ha partecipato all’organizzazione della crociera sul Britannia: «Il Britannia attraccò a Civitavecchia, Mario Draghi direttore generale del Tesoro salì a bordo, lesse il discorso sul programma delle privatizzazioni agli investitori stranieri e scese subito dal panfilo».

La cosa interessante è che Tamburi, nel suo amalgama insieme romano e milanese, ha capito fin da ragazzo quanto le cose siano complicate, mai facili da interpretare, sempre da rispettare, poche volte da giudicare. Il miglior amico di suo padre era Franco Nobili, manager pubblico di grande potere, andreottiano in purezza. Nobili era presidente e amministratore delegato della Cogefar, settore costruzioni. Dice Tamburi, in un racconto che rende compatto e razionale l’andirivieni fra ieri e oggi, Roma e Milano, l’Italia e il mondo, l’economia e la politica, la fabbrica e il potere: «Nel 1977 mi ero appena laureato in economia e commercio alla Sapienza. Lui venne nominato vicepresidente della Bastogi, la società finanziaria in cui anni prima erano confluiti i proventi pubblici della nazionalizzazione dell’energia. La Cogefar era a Roma. La Bastogi a Milano. Lui mi chiamò e mi disse che sarei dovuto andare a lavorare alla Bastogi. Io, a Milano, non volevo andare. Ma non potevo dirgli di no. Non solo per il suo carisma e la sua influenza. Ma anche per l’affetto e l’amicizia che lo legavano ai miei genitori. Lui aveva un uomo di fiducia di grande capacità operativa, Nanni Fabris, direttore generale di entrambe le società. Io, per tre anni, fui assistente di Fabris. Un giorno a settimana a Roma. Gli altri a Milano. A Milano l’ufficio di Nobili confinava con quello di Fabris. Subito fuori stavano le due segretarie, Tina e Alma. In mezzo, dietro a una piccola scrivania, ero stato messo io. Quasi quasi ero offeso. Ma non avevo capito niente. Capii presto. Da lì passavano in tanti: Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, i maggiori imprenditori e dirigenti pubblici e privati».

Il pranzo prosegue grazie al mio branzino e ai suoi gamberi al curry. Nell’Italia in cui tutto è assai complesso, il bene e il male non sono mai concentrati in un solo luogo geografico (a Milano il bene e a Roma il male) o in una unica categoria antropologica (fra gli imprenditori privati il bene e fra i manager pubblici di estrazione politica il male). La Bastogi era stata centrale nel capitalismo privato e pubblico italiano. Aveva quote in società ferroviarie, in Montedison, in Sme, in Beni Stabili. Nel 1971 il finanziere amico di Cosa Nostra Michele Sindona provò a scalarla tramite la Centrale Finanziaria, ma non ci riuscì. Alla fine degli anni 60 la Bastogi è al di fuori del perimetro nero di criminalità e affari di un tempo storico italiano che vede l’11 luglio 1979 il sicario americano William Aricò uccidere il liquidatore della Banca Privata di Sindona Giorgio Ambrosoli, grande amico di Fabris, che era stato nel consiglio della Cogefar, e che vedrà il 17 giugno 1982 morire, sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra, il banchiere dell’Ambrosiano Roberto Calvi. Tuttavia, Bastogi versava in condizioni finanziarie pessime. Ricostruisce Tamburi: «Nella Bastogi c’era la crema della imprenditoria privata. Fra gli altri i Torchiani, i Grandi, i Monti e i Pesenti. In teoria si voleva fare una merchant bank. In pratica erano tutti tesi a privilegiare gli interessi delle rispettive aziende. Allora capii due cose. Imparai che cosa bisogna fare per non rischiare di sfasciare le società. Perché, nella piena contraddizione fra gli interessi degli azionisti e quelli dell’impresa, i primi non possono essere preferiti ai secondi. Mi è stato molto utile negli anni successivi. Poi imparai che le imprese vivono, si risanano e prosperano con cinque voci di bilancio: la cassa, le immobilizzazioni, il magazzino, il capitale e i debiti. Me lo insegnò Fabris, gran semplificatore. Da socio di minoranza ho sempre cercato di portare un contributo non solo di visione strategica, ma anche di semplificazione serena e di rifiuto del breve termine che, oggi, domina troppo tutto e tutti. Oggi le visioni di borsa cambiamo ogni giorno, fino all’assurdità delle trimestrali, che impongono obblighi e procedure spesso asfissianti», conclude Giovanni Tamburi, imprenditore-investitore innamorato delle imprese e delle strategie di lungo periodo, cultore (da bambino e da ragazzo) delle vendite nei negozi e (da adulto) della manifattura in fabbrica e – come me – finalmente molto soddisfatto del gelato alla crema con i marron glacée.

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