Le priorità? Sono una rinuncia
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Molte aziende chiamano priorità l’elenco delle cose importanti a cui continuano ad aggiungere altre priorità. Ma una priorità è soprattutto ciò che autorizza a togliere, sospendere, rinviare o chiudere qualcos’altro, non una cosa in più da fare. Perché se tutto è prioritario, niente lo è davvero. Spesso l’equivoco nasce da una confusione: trattiamo obiettivi e priorità come se fossero la stessa cosa. Un obiettivo dice dove vogliamo arrivare. Una priorità dice a che cosa scegliamo di dare precedenza. E una priorità senza rinuncia aggiunge solo pressione, chiedendo alle persone di fare di più, più velocemente, con gli stessi vincoli.
Chiedilo al Sole
Perché le aziende aggiungono priorità? Di solito per accelerare il cambiamento. Ma più fronti si aprono, più il sistema rallenta. La velocità non nasce dalla moltiplicazione delle iniziative. Nasce dalla chiarezza delle rinunce che permettono all’energia di concentrarsi. Se le priorità sono troppe, non aumenta la responsabilità. Aumenta la difesa. Si impara a rispondere a tutto, a non esporsi troppo, a dichiarare avanzamenti prudenti, a fare abbastanza su molti fronti senza poter fare davvero bene ciò che conta.
Dichiarare le priorità, quindi, è un atto di governo. E governare significa creare le condizioni perché le priorità abbiano uno spazio reale per essere realizzate: tempo, attenzione, risorse, potere decisionale, criteri di trade-off.
Non basta chiederci «quali sono i nostri obiettivi?» o «quali sono le nostre priorità?». Dobbiamo domandarci anche «che cosa siamo disposti a chiudere, rallentare o sospendere perché una priorità diventi reale?».
Questa domanda è fondamentale sia quando la priorità viene definita dal vertice, sia quando viene individuata da manager e team perché, in ogni caso, una priorità implica una rinuncia. E questa rinuncia va comunicata con la stessa chiarezza con cui si comunicano strategie, obiettivi e priorità. Dire che cosa viene prima senza dire che cosa può restare indietro e perché, lascia alle persone il compito più difficile: interpretare il non detto.







