Intervista

«Le prime mosse creano incertezza, le prossime saranno cruciali»

4' di lettura

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La nuova amministrazione Trump sta procedendo rapidamente, ma molte decisioni devono ancora essere chiarite. L’equilibrio tra innovazione, controllo della spesa e supporto alla ricerca rimane incerto e le prossime scelte saranno cruciali per il futuro della scienza negli Stati Uniti. Ne parliamo con Alessandro Vespignani, docente di Fisica alla Northeastern University, direttore e fondatore del Northeastern Network Science Institute di Boston, che collaborando da anni con le Agenzie federali per la ricerca statunitensi ha una lunga esperienza e competenza del sistema sanitario e della ricerca negli Usa.

Le nuove direttive della presidenza potrebbero portare a un isolazionismo scientifico?

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Le prime mosse del nuovo governo hanno generato molte incertezze. L’approccio alla ricerca scientifica appare ambivalente: da un lato, c’è un forte sostegno alle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale e la ricerca spaziale, dall’altro, si assiste a tagli e ristrutturazioni nel sistema federale di finanziamento alla scienza. Gli Stati Uniti hanno un ecosistema scientifico complesso, con molte agenzie coinvolte, dal National Institute of Health alla National Science Foundation, fino al Department of Defense, che finanzia anche ricerca di base. Le prospettive di ristrutturazione potrebbero portare a una ridistribuzione dei fondi agli Stati, riducendo il ruolo del governo federale. Tuttavia, tutto dipenderà dalle scelte che verranno fatte nei prossimi mesi, ma soprattutto dobbiamo aspettare il prossimo bilancio federale, lì che eventualmente capiremo il rinnovamento delle agenzie.

Il blocco della ricerca sui virus nei laboratori speciali e il ruolo di Robert Kennedy Jr. che implicazioni hanno?
La decisione di sospendere la ricerca sui virus con gain of function è controversa. Se da un lato controlli più stretti possono essere necessari, una moratoria totale rischia di danneggiare il progresso scientifico, dato che altri paesi potrebbero continuare queste ricerche. Kennedy Jr. è una figura divisiva: ha un passato di posizioni antivacciniste, ma ha anche posto l’accento sulla necessità di combattere le malattie croniche, un problema significativo negli Stati Uniti. Tuttavia, la sua idea di “dare una pausa alla ricerca sulle malattie infettive” è poco realistica:
le due aree di ricerca devono essere integrate, non separate.

L’abolizione dei programmi sulla diversità
nella ricerca quale impatto avrà?

L’eliminazione dei programmi di diversità (Dei) era un obiettivo dell’amministrazione e ha già avuto conseguenze nel mondo della ricerca. Alcuni progetti che promuovevano l’equity sono stati sospesi, ma l’impatto più significativo sarà nelle assunzioni nelle agenzie federali. Tuttavia, il problema della rappresentatività nella ricerca non si risolve con quote, ma con un cambiamento strutturale che favorisca studi clinici più inclusivi.

La ricerca scientifica negli Usa è davvero
a rischio?

Il panorama è complesso. La scienza oggi vive un momento difficile, non solo per motivi politici, ma anche per un generale atteggiamento antiscientifico che si sta diffondendo. Le grandi aziende tech ricevono enormi finanziamenti, ma la ricerca di base è spesso penalizzata. In passato, ogni amministrazione ha operato tagli alla ricerca, indipendentemente dal colore politico. Il problema non è solo nei finanziamenti, ma nella mancanza di una visione chiara sul ruolo della scienza nello sviluppo del paese.

Ci saranno restrizioni sui visti per i ricercatori stranieri?

C’è un contrasto interno all’amministrazione: da un lato, Elon Musk e altri leader dell’industria tech spingono per mantenere aperti i canali di immigrazione per i talenti altamente qualificati; dall’altro, la base populista del partito chiede di privilegiare i lavoratori americani. Per ora, non ci sono stati blocchi drastici come in passato, e il valore dell’afflusso di cervelli internazionali è riconosciuto anche da alcuni membri del governo.

Il sistema sanitario americano, quali sono i problemi principali?

Gli Stati Uniti spendono tantissimo (in percentuale di Gdp) per la sanità, ma i risultati non sono soddisfacenti: aspettativa di vita inferiore, più malattie croniche e maggiore mortalità infantile. Il problema è duplice: da un lato, il costo dei farmaci e il ruolo delle assicurazioni; dall’altro, un sistema che investe poco nella prevenzione. Le riforme devono essere strutturali e mantenute nel tempo, altrimenti ogni amministrazione si limita a fare piccoli aggiustamenti senza risolvere i problemi alla radice.

La nuova amministrazione vuole ridurre il ruolo delle agenzie federali nella ricerca?

Uno dei progetti in discussione è il trasferimento dei fondi federali agli Stati, ad esempio quelli del National Institute of Health, che eroga circa 50 miliardi di dollari l’anno. Questo potrebbe portare a una maggiore autonomia locale, ma anche
a una frammentazione della ricerca. Alcuni grandi progetti, come nel passato il Progetto Genoma, necessitano di una regia nazionale. Un sistema
più snello è auspicabile, ma smantellare completamente le agenzie federali potrebbe avere conseguenze negative.

Quali saranno le politiche sui costi dei farmaci?

Abbassare il prezzo dei farmaci è una promessa di ogni amministrazione, ma il problema rimane irrisolto. Il potere delle lobby farmaceutiche e assicurative è enorme e le riforme fatte finora hanno avuto un impatto limitato. L’unico approccio efficace sarebbe regolamentare meglio i rimborsi assicurativi e garantire accesso ai farmaci essenziali, ma è una battaglia difficile.

L’uscita degli Usa dall’Oms è definitiva?

L’uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è una scelta miope, perché riduce la capacità degli Stati Uniti di influenzare le politiche globali. Tuttavia, il governo ha già lasciato intendere che la decisione potrebbe essere riconsiderata. La lezione della pandemia dovrebbe insegnare che una collaborazione internazionale è fondamentale per affrontare le emergenze sanitarie.

Per la Cia Sars-Cov-2 è uscito dal laboratorio,
che peso ha questa dichiarazione?

Recenti rapporti della Cia hanno suggerito che il virus potrebbe essere uscito accidentalmente da un laboratorio, ma con un livello di fiducia “basso”. Questo significa che non ci sono prove definitive. La questione rischia di diventare un’arma politica, quando invece servirebbe un approccio scientifico per comprendere le origini della pandemia e prevenire future emergenze.

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