Internazionalizzazione

Le pmi italiane fanno shopping all’estero

Con manager alla guida le imprese familiari crescono e sono sempre più internazionali

di Anna Migliorati

4' di lettura

I punti chiave

  • Da 50 a 65 imprese tra 1 e 4 mld di fatturato in tre anni
  • Acquisizioni all’estero per spostare anche i siti produttivi
  • Capitale familiare e credito per finanziare l’espansione, non decolla la quotazione in borsa per diventare “medie”

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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - L’Italia delle pmi è l’Italia che fa shopping all’estero. E l’effetto è che da piccole le aziende diventano sempre più “medie”. Una transizione verso quello che è stato definito come il quarto capitalismo delle aziende familiari che negli ultimi anni è diventata sempre più evidente, almeno al nord, e fotografata ora anche nei numeri da un’analisi sui dati Mediobanca.

Il balzo delle imprese medie

Nel 2019 in Italia si contavano 50 imprese con fatturato tra 1 e 4 miliardi di euro, un dato sostanzialmente stabile da tempo. A fine 2022, in soli tre anni, si è balzati a 65 e la prospettiva è di arrivare a 70/80. Numeri non enormi, ma che pesano in termini di fatturato e spinta sul pil. Oltre che segnare un deciso cambio di passo e di prospettiva per quella che è la spina dorsale dell'economia italiana. «La crisi dei distretti dovuta al processo di globalizzazione ha selezionato nel vasto universo delle imprese piccole e piccolissime alcune che per tradizione, o vitalità imprenditoriale, erano più propense ad avviare un processo di irrobustimento e di crescita», spiega Andrea Colli, docente di Storia Economica dell’Università Bocconi, che ha curato l’indagine. «Ciò ha avuto l’effetto di irrobustire considerevolmente la fascia dimensionale intermedia, caratterizzata da livelli di dinamismo non più rintracciabili né tra le piccole imprese distrettuali, né tra quelle maggiori, pubbliche e private». Una spinta a "diventare grandi" che spazia in tutti i settori tipici del Made in Italy, dalla manifattura all'agroalimentare.

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Una crescita che guarda soprattutto oltre confine. Ma che non è solo voglia di vendere all’estero, come avveniva fino a qualche tempo fa, ma di produrre anche all’estero. Ecco perché le piccole aziende italiane, nella stragrande maggioranza sotto controllo familiare, rompono il salvadanio per acquisire altrove altre piccole aziende. «E’ questo l’elemento di novità – spiega ancora Colli -. Parte del processo di internazionalizzazione è la realizzazione di impianti produttivi all’estero, o l’acquisizione. Tanto che una parte non irrilevante dell’attività multinazionale delle imprese italiane è composta proprio dagli investimenti diretti delle imprese medie». Sono le pmi, insomma, a far crescere la presenza italiana all'estero.

I manager a spingere le acquisizioni all’estero

D'altra parte, crescere è stato da decenni l’imperativo per le pmi per sopravvivere, ora ribadito anche dal rapporto Draghi sulla crescita dell’Europa. Considerando che le piccole e medie imprese rappresentano la spina dorsale non solo dell’Italia: secondo i dati recenti della Commissione Ue, si contano circa 23 milioni di pmi nei 27 Paesi membri, oltre il 98% del totale delle aziende europee, che impiegano circa il 65% della forza lavoro del settore privato e contribuiscono a oltre metà del valore aggiunto generato nell’Unione Europea. E ora dall’Italia arriva la spinta a crescere, dentro e fuori dall’Europa.

Una spinta trascinata anche dal cambio al vertice, con molte piccole imprese che hanno scelto negli ultimi anni di affiancare ai rappresentanti della famiglia nuovi manager, complice anche il passaggio generazionale obbligato. L’internazionalizzazione viene guidata e a volte persino «decisa» da manager che «pur non essendo componenti della famiglia sono a quest’ultima legati da una lunga permanenza nell’azienda e dalla condivisione di valori e visioni tipici di quest’ultima», spiega Colli. Così come sono «realtà sempre di natura familiare ma di dimensioni minori, al fine di non compromettere processi di espansione sempre progressivi e prudenti» le aziende che entrano in portafoglio. In una sorta di «alleanza di visione tra pari».

Una crescita che si ferma al nord, guidata da Lombardia e Veneto

La rivoluzione dell’Italia del capitalismo medio, però, per ora sembra fermarsi alla linea gotica. Le imprese che possono definirsi del quarto capitalismo, con marcata internazionalizzazione, nate dalla crisi dei distretti e che hanno vissuto un balzo di dimensioni, si addensano in larghissima prevalenza in Lombardia e Veneto. La presenza è consistente, anche se meno significativa, in Piemonte, EmiliaRomagna, Toscana e Marche. Ma non si va molto oltre. «È evidente che pesa il rapporto con le aree distrettuali, da cui la maggioranza di queste imprese provengono. Imprese piccole ma instradate su percorsi di crescita; un più articolato accesso al mercato del credito; una maggiore consuetudine ai contatti col mercato internazionale e globale; senza trascurare, infine, nel caso della Lombardia, il rilievo di un capoluogo regionale, Milano, che costituisce un rilevante snodo di collegamento con l’estero», dice Andrea Colli.

Poche scelgono Piazza Affari

Perché il modello possa essere replicato e non si fermi, resta il nodo dei finanziamenti. Non sempre il salvadanio basta ma l'impresa familiare sembra ancora restia a cedere, o condividere, le redini. Soprattutto sul fronte del portafoglio. «L’abbandono delle soglie dimensionali minori comporta, ovviamente, l’attivazione di processi di crescita che richiedono un adeguamento delle fonti finanziarie di imprese sino a quel momento sostanzialmente basate sulle risorse familiari e sul credito bancario. Sebbene in questo campo, nel corso degli ultimi anni, si sia assistito a un intervento più articolato di investitori istituzionali, soprattutto di fondi di private equity, resta un fatto che il finanziamento delle medie imprese italiane continui a passare soprattutto per canali tradizionali e attivi assai poco quelli cosiddetti 'di mercato', come la quotazione borsistica», conclude Colli. Delle 65 imprese censite, solo 15 hanno teso la mano a Piazza Affari. Un dna, insomma, che cresce ma resta "di famiglia".

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