Intervista a Ildikó Enyedi

Le piante parlano e ci riconnettono a quando eravamo una cosa sola con la Terra

Il 3 settembre esce nei cinema «L’amico silenzioso», che ha come protagonista principale un albero di ginkgo con Seydoux e il Leung Chiu-wai di «Lust»

Ildikó Enyedi (Copyright: Kery Kovacs)

6' di lettura

English Version

6' di lettura

English Version

Lo dice lei stessa: se fosse una pianta, Ildikó Enyedi, sarebbe un muschio che cresce nei boschi e si fa tappeto stratificato su terra e rocce. Enyedi è una regista ungherese, nota per lo più ai cinefili per la sua creatività nel filmare l’invisibile, i legami sottili che sfuggono a una lettura razionale della realtà, i cui i protagonisti sono spesso persone marginali o eccentriche che affrontano le difficoltà attraverso l’istinto, la pancia, l’apertura emotiva verso l’ignoto. Diventerà una regista da seguire e recuperare dal 3 settembre, in cui sarà nelle sale il suo Silent friend, l’amico silenzioso che indaga sugli intrecci tra neurologia e piante, film che aveva fulminato la critica alla scorsa edizione della Mostra del cinema di Venezia. Oggi potrebbe diventare un successo da passaparola – come lo è stato, mutatis mutandis, Città di pianura – per chi è interessato a un ponte tra l’Umano e il Vegetale e le giovani generazioni, sensibili alla preservazione del pianeta. Anche se questo non è un film ecologista, piuttosto una riflessione sul carattere incisivo delle piante e sulla loro interazione con l’uomo.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

È anche un canto sulla potenza del femminile, attraverso figure come quelle di Léa Seydoux (con Enyedi anche in Storia di una moglie, purtroppo film deludente) e Luna Wedler, nei panni della prima studentessa tedesca a essere accettata in una facoltà scientifica universitaria, per cui ha vinto il premio Mastroianni come migliore promessa giovanile.Settant’anni portati con il piglio di una ragazza, sorridente, attenta al dettaglio e alle sensibilità di chi ha davanti, come se dentro avesse un sismografo, Enyedi ha iniziato come artista concettuale e multimediale e nella sua nicchia silenziosa ha avuto, da regista, un percorso notevolissimo che ha che fare con la sincronicità junghiane, coincidenze importanti e un pizzico di surrealtà. Il suo primo lungometraggio, Il mio XX secolo, ha vinto la Camera d’Oro come miglior opera prima a Cannes: racconta la storia di due gemelle che nascono a Budapest alla fine dell’800.

Loading...

Avendo perso i genitori molto giovani, vengono separate; una diventa una femme fatale, l’altra anarchica e, senza saperlo, hanno una relazione con lo stesso uomo. In Anima e corpo, un uomo e una donna che lavorano nello stesso mattatoio fanno lo stesso sogno senza conoscersi. È un film psicoanalitico complessissimo sul nostro legame con il mondo animale e sull’inconscio rivelato dai sogni. Orso d’oro nel 2018, aveva lasciato un segno e vinto la Berlinale, nonostante fosse passato all’inizio della rassegna, terreno di solito riservato ai blockbuster che scaldano il pubblico e ai film sperimentali, non del tutto rotondi. Le piante nella filmografia di Enyedi sono sempre in agguato: Magic Hunter racconta i seicento anni di vita di una quercia, Simon Mago, che ha vinto il premio speciale a Locarno, ha come protagonista un sensitivo di Budapest che arriva a Parigi per aiutare la polizia in un caso difficile, risolto però da una pianta in vaso. In tutte le pellicole c’è un côté magico che la regista infila quasi come una sfida verso lo spettatore. «Abbiamo allucinazioni in continuazione; quando siamo d’accordo sulle nostre allucinazioni, le chiamiamo “realtà”» è una frase, riportata da Enyedi, del neuroscieziato Anil Seth (autore di Come il cervello crea la nostra coscienza, Cortina, 2023), che dà forza alla teoria della regista. L’Ungheria ha più volte candidato all’Oscar i film di Enyedi, anche durante la lunga reggenza di Viktor Orbán, sebbene lei non si sia mai riconosciuta nelle sue politiche. «Insegnavo Teatro e Cinema all’Università di Budapest, fino a quando l’ateneo non è stata privato della sua autonomia accademica.

Nel 2020 ho rassegnato le dimissioni in segno di protesta contro la decisione del governo di Orbán di imporre un consiglio di amministrazione controllato dai suoi alleati politici. Ora sto lavorando con associazioni libere perché amo molto insegnare, è diventata una dipendenza. Non si tratta un lavoro, ma di creare insieme a giovani appassionati, realizzare con loro dei film. Ho avuto studenti da tutto il mondo, dal Nord America all’Europa. Hanno idee molto romantiche, sull’arte, gli artisti e il ruolo del regista nel XX e XIX secolo e a me interessa capire lo sguardo dei ragazzi. Sono cinefili serissimi, seguono le correnti sperimentali, che potrebbero essere loro utili come futuri registi, ma poi è incredibile come, appena entrati a scuola, la loro curiosità si affievolisca e non si aggiornino più come prima e non me lo spiego».Se in Corpo e anima Enyedi ha esplorato la separazione e la misteriosa riconciliazione tra la dimensione fisica e quella spirituale attraverso il mondo animale, in Silent friend continua il percorso con il mondo vegetale. «Individuare un fil rouge è una necessità della critica per collegare i puntini, creare una teoria che non è mia – puntualizza la regista –. Semplicemente nei miei film si riflettono le mie ricerche che sono molteplici e, a volte, ricorrenti.

L’amico silenzioso è una presenza che gira attorno alla vastità di una perdita, al periodo in cui eravamo tutt’uno con la Terra; uno stato naturale per un animale, per una pianta e per un neonato. Abbiamo ricordi inconsci di quel periodo in cui noi e il mondo non eravamo separati e ci sono dei rari momenti in cui da adulti torniamo a questa certezza, percepiamo e viviamo di nuovo questa unità. È un’esperienza molto forte e assai desiderabile. Questo è l’unico punto di congiunzione tra il mio ultimo film e il precedente: entrambi ruotano attorno alla reminiscenza ancestrale». Uno dei personaggi del film, il dottor Wong, dice: «Noi siamo parte di una indistinta entità continua, il confine tra il visibile e l’invisibile è fluido. Non è una questione di limiti o separazione». In Silent friend il vero protagonista, anzi, la vera protagonista perché è femmina, è un maestoso albero di ginkgo secolare che vive nel cuore di un giardino botanico in una città universitaria medievale in Germania. Il gingko osserva la vita delle persone che tentano di mettersi in contatto con lei, in particolare, con tre personaggi di età ed epoche differenti. Incontriamo il neuroscienziato di Hong Kong, Tony Wong, che studia la mente dei bambini.

Nel 2020, durante il periodo del Covid e nel momento di massimo scollamento dei rapporti umani, Wong si trasferisce all’università tedesca per avviare un esperimento su e con l’albero. «Il dottor Wong studia lo sviluppo cognitivo precoce – spiega Enyedi – e cerca di mettersi in contatto con i neonati con cui non possiamo avere una comunicazione verbale: nei suoi esperimenti vuole capire come il bambino si senta sé stesso nel mondo. Ed è abbastanza logico che quando debba smettere di sperimentare a causa del Covid, il suo interesse si rivolga ad altri esseri complessi, con cui non può comunicare verbalmente: le piante».Il dottor Wong è Tony Leung Chiu-wai in una chiave compassata assai diversa da quella del sensuale protagonista di In the Mood for Love di Wong Kar-wai, e di Lussuria – Seduzione e tradimento di Ang Lee. Ma anche ne L’amico silenzioso la sensualità c’entra.Il dottor Wong studia la sessualità del ginkgo e ne discute con Alice Sauvage (Seydoux), ricercatrice nel campo della comunicazione vegetale. L’albero centenario, prima di Wong, era stato in contatto con un giovane studente (Enzo Brumm) che nel 1972 si prende cura di una piantina di geranio, con cui comincia mettersi in comunicazione vedendo che risponde ai suoi impulsi. Anche lui affronta la sua prima esperienza sessuale con una giovane che vive le disinibizioni del periodo post sessantottino. Molto prima, il ginkgo ha accolto le danze segrete di un gruppo di giovani donne, tra cui Grete (Luna Wedler), prima studentessa donna dell’università tedesca nel 1908, che scopre, attraverso l’obiettivo della fotografia, gli schemi dell’universo nascosti nelle piante più umili.

Quando deve sostenere l’esame per accedere all’università, il mondo accademico, per metterla in imbarazzo, la interroga su Linneo che classifica le piante in base alla loro sessualità. Ogni personaggio è radicato nel proprio presente, mentre la regista effettua continui strappi e utilizza strutture narrative non lineari per riflettere sul flusso del tempo e sul destino umano. Attraversa le epoche per portare lo spettatore a staccarsi dalla quotidianità in una dimensione senza tempo. È il potere silenzioso della Natura a ricondurre protagonisti e spettatori al desiderio di appartenere al respiro collettivo del mondo. «Il gikgo è una creatura solitaria, con una modalità riproduttiva molto originale – continua Enyedi –. Le piante possono essere molto passionali». Il ginkgo è una pianta dioica, presenta cioè sessi separati: esistono alberi esclusivamente maschili ed esemplari esclusivamente femminili. «È un albero che esercita un forte carisma sulle altre piante vicine, che hanno reazioni tra di loro e il mondo circostante, ma, essendo radicate al suolo, devono agire il modo diverso dagli animali e dagli uomini, che, davanti a un conflitto, possono scegliere se affrontarlo o fuggire. Una pianta deve, invece, necessariamente risolverlo sul momento: questo significa mettere in atto strategie molto diverse. Credo che dovremo imparare da loro».

Un breve brano dell’intervista video a Ildikó Enyedi è su stream24.ilsole24ore.com 

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti