Speciale Campiello/ I finalisti

Le persone senza storia, che hanno fatto la storia

In «Troncamacchioni», termine del gergo dei boscaioli e dei carbonai maremmani, Alberto Prunetti racconta come da una guerra mondiale si sia arrivati a una dittatura

di Redazione Domenica

4' di lettura

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«Novella nera con fatti di sangue» è il sottotitolo del romanzo Troncamacchioni (Feltrinelli, pagg, 162, euro16) con cui Alberto Prunetti, traduttore e redattore editoriale, è in finale al premio Campiello.

 Ce lo può descrivere?

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Si intitola “Troncamacchioni”, un termine del gergo dei boscaioli e dei carbonai maremmani che indica un modo sui generis di procedere nei boschi (e nella vita): a testa alta, prendendo di petto le avversità e muovendosi a diritto, con la certezza della bontà delle proprie azioni. Si tratta di un’opera ibrida, una sorta di inchiesta storica su un cold case, un omicidio avvenuto un secolo fa. Io lo definisco come un’epica stracciona, perché provo a raccontare in chiave epica, e quindi con toni avventurosi e altisonanti, storie di genti basse e di popolo minuto, ambientate in un fazzoletto boscoso e minerario di terra di Maremma, tra la fine della Prima guerra mondiale e il 1922. Provo quindi a mettere assieme una lingua altisonante e tragica con una storia bassa ma comunque drammatica. Violenza politica, omicidi e regolamenti di conti nella Toscana di provincia degli anni in cui si affermava il fascismo con la strategia violenta dello squadrismo. Ma anche poesia popolare e vino schietto, per raccontare vite di persone comuni. Le persone senza storia, che hanno fatto la storia. In fondo è una scelta in linea con il Campiello del Goldoni, che nell’avvertenza a chi legge dichiara di aver scritto la sua commedia «coi termini più ricercati del basso rango e colle frasi ordinarissime della plebe» e che la sua storia verte proprio «sui costumi di cotal gente», ossia «la gente bassa». E similmente anch’io ho scritto «alla maniera delle basse genti», come riporta la quarta di copertina di Troncamacchioni.

Perché ha sentito il bisogno di raccontare questa storia?

Racconto nelle mie pagine come da una guerra mondiale si sia arrivati a una dittatura. Se guardiamo al mondo dei nostri giorni, il tema è ancora attuale. E sento il bisogno di onorare la memoria di tanti disertori senza nome che hanno preferito evitare di versare il sangue, il loro e quello degli altri, per la patria, in periodi in cui la retorica di sangue e suolo ha infettato l’Europa con il nazifascismo. A ragione lo scrittore Karl Kraus sosteneva che con sangue e suolo, elementi chiave delle retoriche di Hitler, si ottiene solo il tetano. I protagonisti delle mie pagine sono anonimi contadini, braccianti, carbonai, ma al momento di scegliere non si fanno mobilitare dalle parole d’ordine guerrafondaie di quegli anni. Stanno dalla parte degli ultimi, che è la loro parte, fino alla fine, e pagheranno amaramente quelle scelte.

Come ha deciso di raccontarla, attraverso quali scelte narrative e stilistiche?

Ho lavorato molto nella fase di ricerca archivistica. In certo modo, la scrittura procedeva mentre si approfondiva la ricerca tra i faldoni degli archivi. Il lavoro dello storico e quello del narratore hanno camminato a volte in parallelo, altre volte ho dovuto scegliere quale dei due modi di incorniciare un racconto fosse più adatto alle mie intenzioni. Alla fine ha prevalso la scelta del narratore. Per questo ho cercato di mettere in tensione la storia attraverso diversi piani di conflitto, perché una storia funziona bene se c’è un conflitto da raccontare. Qui si dava un conflitto ideologico, di classe e linguistico. Da narratore, utilizzo la lingua per raccontare gli altri due piani di conflitto. E metto in tensione alto e basso, commedia e tragedia, humour e dramma, per tenere assieme una storia priva di personaggi forti. La mia è volutamente una storia corale di popolo minuto. Non ci sono grandi leader, grandi maschi carismatici o figure romantiche con cui chi legge deve identificarsi. C’è il popolo basso, le formichine che fanno la storia minuta. Inoltre, in controtendenza con la mia produzione anteriore e con il grosso di quel che si dà oggi alle stampe, non ci sono emozioni con cui vincere e convincere chi legge: la mia è una storia mineraria, di persone che non si permettono il lusso di raccontare la propria intimità. Ci sono i fatti, crudi e nudi, il sudore e il sangue, ma niente emozioni. È una scelta stilistica ben precisa. Infine, la prospettiva di chi scrive: ero stanco di raccontare in prima persona, anche se l’autobiografia (ma la mia era forse più un’auto-socio-biografia) è forse la scelta narrativa più rilevante degli ultimi anni. Io invece adesso mi allontano dalla prima persona. Non scelgo però nemmeno la posizione del narratore onnisciente del romanzo naturalista del passato o del romanzo storico borghese. Affido dunque la narrazione a due narratori vicari, appartenenti a due schieramenti politici avversi, un carabiniere e un socialista. Ma sono due narratori inaffidabili e complicano le cose invece di raccontarle come andrebbero raccontate. Per questo ogni tanto devo farli bastonare da qualche personaggio secondario. E sono proprio i personaggi secondari quelli con cui mi identifico di più, come autore.

Sta già lavorando a un prossimo libro? Se sì può anticiparci qualcosa?

In realtà quando ho ricevuto la notizia di essere nella cinquina del Campiello stavo lavorando a una nuova traduzione dallo spagnolo. Ormai, dopo un decennio di lavori a basso reddito e basso prestigio sociale, lavoro nell’editoria, che è un settore a basso reddito e alto prestigio sociale. Stavo quindi traducendo un romanzo argentino ma ho rallentato molto i ritmi della traduzione per gli impegni del tour di presentazione del Campiello. E negli ultimi mesi la mia scrittura l’ho messa da parte. Ovviamente ho dei materiali nel cassetto. Una vecchia bozza di reportage di viaggio dall’India, poi due idee distinte da sviluppare per un progetto di romanzo. Poi un vecchio romanzo che vorrei riscrivere perché lo considero infelice come lo detti alle stampe tanti anni fa. E soprattutto una serie di racconti sul tema del lavoro da organizzare, che metto da parte da lustri. Purtroppo la narrativa breve è poco apprezzata in Italia ma io la adoro. Insomma, il cassetto è pieno di polvere e di idee. Bisogna trovare il tempo per metterci mano: togliere la polvere e grattare con la lima le idee, perché facciano scintille.

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